Joy

Joy racconta la storia di Joy Mangano, una donna dalle origini umili e dalla vita apparentemente già scritta, fatta di lavoro, casa, cucina e lavoro a maglia, sogni riposti nel cassetto per badare a figli e parentame, che un giorno decide di prendere in mano la situazione e costruire qualcosa. Nello specifico, finirà per brevettare oltre cento invenzioni e costruire un impero commerciale partendo dal Miracle Mop, una specie di mocio/spazzolone autostrizzante e schiaffabile in lavatrice. O qualcosa del genere. Abbiate pazienza, non sono esperto di moci. Si dice moci? O si chiama mocio anche al plurale? Fra l’altro, non so per voi, ma per me il mocio è il classico esempio di aggeggio identificato col nome della sua versione più famosa. Per me il mocio è il Mocio Vileda. E basta. Siamo quasi al livello che lo scriverei tutto attaccato. Anche se ne uso uno non di quella marca, per me si chiama così. E cosa c’entra tutto questo con il film? Non molto, o forse moltissimo, perché questo modo di divagare un po’ a caso, infilare pantomime e scenette assurde, perdersi per strada borbottando, alla fin fine, è il modo in cui David O. Russell scrive le sue sceneggiature.

Nella sostanza, Joy è un biopic abbastanza classico e tocca tutti i temi, gli elementi e gli snodi narrativi che ci si aspetta da questo genere di film. È la storia di una persona, per l’appunto Joy Mangano, ma vuole essere anche e soprattutto la storia di tutte le donne che si ritrovano a dover faticare e lottare il doppio per ottenere quel che vogliono. Tocca le corde che deve toccare, mette in scena il parabolone commovente e in grado di ispirare lo spettatore, punta forte sulle emozioni lavorando attraverso i rapporti famigliari, e mostrando quanto possa esserci di buono e di meno buono nei legami di sangue. È un film in larga misura ordinario, ma a dargli quel pizzico di personalità e forza in più ci pensa la mano di O. Russell, il cui tocco è abbastanza inconfondibile.

Lo è nella maniera tutta scombinata con cui infila gag e situazioni surreali di qua e di là, lo è nell’attenzione, per l’appunto, ai rapporti famigliari, da cui escono quasi tutti i personaggi fondamentali del film e arrivano alcuni fra i momenti migliori, per esempio nella forza del rapporto fra Joy e la figlia, raccontato quasi solo tramite gesti e sguardi. E lo è nella solita capacità che ha O. Russell di far girare il cast a mille, con in particolare una Jennifer Lawrence meno sbracata rispetto alle loro due precedenti collaborazioni e forse più vicina alla recitazione naturale e “normale” di Un gelido inverno. Non è un film riuscito fino in fondo e, anzi, è pieno di momenti che non funzionano ed è fra i meno convincenti di O. Russell, ma ha passaggi riuscitissimi, un cast che dà il massimo e molta più personalità rispetto al biopic medio. Non che sia un risultato colossale, but still.

Poi, certo, se non tollerate Jennifer Lawrence e/o David O. Russell, beh…

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