Creed – Nato per combattere

Quarant’anni dopo aver aggredito il magico mondo di Hollywood a botte di testardaggine e aver messo in piedi la sua carriera interpretando un personaggio che sarebbe entrato nella storia del cinema, Sylvester Stallone è ancora lì, nei panni di Rocky Balboa, ma questa volta non tira mezzo cazzotto per due ore di film. Quello che fa è regalarci una performance fortissima e deliziosa, splendidamente diretto da un Ryan Coogler che gestisce con grazia e intelligenza un film stretto nella morsa della nostalgia, tirando fuori due o tre pezzi di bravura e, forse, proiettando finalmente il bravissimo Michael B. Jordan nel ruolo di stella che gli compete. Creed è un settimo capitolo delizioso per chi ha lo stallone italiano nel cuore ed è un gran bel film di pizze in faccia, spettacolari ma collaterali nel racconto di vita, famiglia, perdita e riscatto che ogni Rocky deve essere. Genera occhi che sudano, brividi ogni volta che la colonna sonora ammicca, passione, pelle d’oca ed emozioni. È un gran bel film per i fatti suoi ed è una bomba atomica per chi si porta sulle spalle qualche anno e, magari, qualche ricordo forte legato alla serie, tipo, che ne so, il cinema che esplode in boato e standing ovation sul finale di Rocky IV quando avevo appena otto anni ed ero in sala a guardarmelo con mia madre. Ma è anche un ottimo film per i fatti suoi. È il Rocky del nuovo millennio. È il Rocky che ci meritiamo nel 2016, nel bene e nel male.

Sotto un certo punto di vista, Creed è un po’ come Star Wars: Il risveglio della forza, per il modo in cui recupera la struttura e gli spunti del film originale all’insegna della storia che si ripete e prova poi a costruirci sopra un film almeno in parte nuovo rielaborandone e ribaltandone i singoli elementi. Se lo chiedete a me, l’operazione qui è condotta in maniera meno impacciata, più delicata e allo stesso tempo più intensa nel suo ammiccare, ma insomma, almeno in una certa misura, la sostanza rimane quella. Come settimo episodio di una serie lunga quarant’anni e dagli alti e bassi sparati in ogni direzione, è una discreta bomba, una dichiarazione d’amore al mito onesta, spregiudicata ma per nulla timorosa, che utilizza un Rocky ormai tramontato per introdurre in maniera forte e passionale il nuovo protagonista, parlando di morte, tempo che passa, responsabilità, famiglia. Il centro emotivo del film sta ovviamente nel viaggio personale del giovane Adonis e nel rapporto che si sviluppa fra lui e Rocky, oltre che con l’immancabile, e come sempre fondamentale, presenza femminile. E, beh, funziona alla grande, per la scrittura semplice, ma efficacissima, per la bravura degli attori e l’intesa strepitosa che hanno e per il tocco del regista, delicato quando c’è da esserlo, ricercato e mai banale nel modo in cui comunica tramite le immagini, adorabilmente privo di vergogna e perfetto quando vuole ingranare la quinta e sparare di grana grossa.

Coogler non sbaglia un colpo, tocca tutte le corde e i tasti che servono, racconta in maniera perfetta i tre personaggi principali, usa il rallentatore senza timore di pacchianeria, gestisce i momenti intimi con la sicurezza, l’inventiva e la delicatezza che era lecito attendersi dal regista di Fruitvale Station ma allo stesso tempo tira fuori una pacca enorme quando c’è da far volare lo spettacolo. Il training montage c’è, non può mica mancare, ed è fantastico per come sfrutta la natura del nuovo protagonista e per come e dove piazza Rocky. Il primo incontro è una roba esplosiva, interamente girato come piano sequenza a due passi dai volti dei pugili e travolgente nella sua potenza. Il match finale si apre in maniera simile, con una lunga inquadratura che va dagli spogliatoi al ring, ma poi devia su una struttura più classica, facendo comunque in maniera perfetta tutto quel che va fatto. Nel mezzo c’è un film che riesce in un perfetto lavoro di equilibrismo fra tutto ciò che è lecito attendersi oggi dal settimo Rocky, senza per questo risultare mai forzato, stanco o pigro nelle scelte. E si chiude su un’ultima inquadratura che mozza il fiato per la bellezza della scena, di quello che è, di quello che dice. Non è e ovviamente non poteva essere quel che fu Rocky quarant’anni fa, ma è probabilmente quanto di meglio si potesse sperare e, in ogni caso, è una bomba di film. Il settimo Rocky, quarant’anni dopo il primo, è una bomba di film. E che gli vuoi dire? Niente, a posto così.

Non so se si intuisce ma ho fatto un po’ fatica a scrivere questa roba qua sopra, perché ero ancora spiazzato dalla carica che il film mi ha messo addosso e che non accenna a svanire quasi ventiquattro ore dopo, senza contare che avevo fra le braccia una poppante in modalità L’esorcista. Spero di essere riuscito a trasmettere quel che avevo da dire. Altrimenti, oh, pazienza. Ah, Stallone settantenne che biascica nei panni di quell’adorabile stordito di Rocky è ai limiti dell’incomprensibile.

Annunci

4 pensieri su “Creed – Nato per combattere”

  1. Lo hai vistoThe Revenant con Leonardo DiCaprio? il trailler è ingannevole é quasi identico come ritmo, dialoghi, fotografia e regia a valhalla rising di refn. Lento come una lumaca, con pochi dialoghi ma suggestivo.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...