The Last Man on Earth

The Last Man on Earth nasce dalla collaborazione tra Will Forte, volto fondamentale del Saturday Night Live nello scorso decennio, e la coppia Phil Lord/Christopher Miller, flippatissimi registi di gioielli come Piovono polpette, The LEGO Movie, 21 Jump Street e 22 Jump Street. I due simpatici folli sono responsabili per l’idea iniziale (volevano tirarne fuori un film), partecipano come produttori esecutivi e hanno diretto i primi due episodi, ma la serie è soprattutto una creatura di Forte, cucita attorno al suo stile recitativo, alla sua comicità dissacrante e al suo volto così particolare. Ed è una serie intelligente, divertente, carica d’inventiva, a tratti frustrante per i suoi alti e bassi, capace di improvvisi e fortissimi lampi emotivi che spuntano qua e là, fra le pieghe del suo tripudio demente. Il secondo anno, in particolare, magari perché Dan Sterling ha liberato Will Forte dall’ingombrante ruolo di showrunner, prende davvero il volo, mostrando grande capacità di reinvenzione e coraggio nell’esplorare  anche temi e spunti non banali.

La storia racconta di tale Phil Miller (wink wink), apparentemente unico sopravvissuto a un’epidemia virale che ha sterminato l’umanità, prossimo allo scoprire che qualcun altro se l’è cavata. Il primo episodio è un fantastico viaggio solitario in una versione estremizzata, ma dalla deprimente credibilità, di quel che potrebbe combinare l’uomo medio con gli Stati Uniti abbandonati a propria disposizione. Esilarante e brutale, non adatto a chi mal sopporta i protagonisti deprecabili e la comicità che prende in giro i lati peggiori dell’umanità. Da lì in poi la serie allarga pian piano i suoi orizzonti, mettendo Phil alle prese con uno, due e poi altri sopravvissuti, arrivando nel corso della prima stagione a comporre il cast che, presumibilmente, ci accompagnerà negli anni a venire.

Chiaramente, con l’ampliamento del cast, cambia la prospettiva e vengono introdotti una serie di viaggi personali e rapporti assortiti. Phil, pian piano, cresce come personaggio e lungo la strada si perdono forse alcune fra le genialate comiche dell’esordio, ma non scompare la natura da idiota estremizzato del protagonista e si arricchisce al contrario la tavolozza di fesserie a cui riescono ad attingere gli autori. Come detto, ci sono alti e bassi, ma la serie riesce a trovare idee fulminanti fino al termine della prima stagione, lavorando abbastanza bene anche sull’evoluzione del cast e sperimentando in maniera intelligente con quello che diventerà poi il punto forte del secondo anno.

Dove The Last Man on Earth dà il meglio, infatti, non è tanto nelle botte di risate improvvise, che pure ci sono, nel taglio comico tutto sommato piuttosto versatile e dai diversi approcci, nell’utilizzo fulminante delle guest star che viene fatto in avvio di entrambe le stagioni o nella maniera delirante con cui vengono gettate sul piatto citazioni e prese in giro alla cultura pop (nella seconda stagione c’è una fenomenale pernacchia a Gravity). Intendiamoci, il lato comico c’è, funziona, e probabilmente da solo basterebbe, anche perché sostenuto da una base d’inventiva meno banale e scemotta di quanto possa far pensare il tono. Ma c’è altro, ed è legato a doppio filo a quella mezza rivoluzione di cui è preda da ormai qualche anno la TV americana da mezz’ora, ancora categorizzata come “comedy” ma spesso capace di proporre “drama” che nella TV da un’ora ci sognamo.

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Il fatto è che The Last Man on Earth, pur rimanendo sempre saldamente ancorato sui toni da commedia fuori di cozza, non fugge dalla natura fondamentalmente drammatica della premessa. Racconta di un pianeta in cui la vita come la conosciamo ha avuto fine, di una manciata di persone abbandonate a loro stesse (più un solitario da un’altra parte, per così dire) e propone mano a mano problematiche sempre più gravi alle quali, privi delle infrastrutture sociali cui siamo abituati, non siamo in grado di dare risposte. Il maggior pregio del secondo anno, perlomeno nei dieci episodi andati in onda fino a oggi negli USA, sta proprio nel ritrovato equilibrio fra le varie componenti, nel modo in cui la comicità e le idee assurde, che pure non si fanno assolutamente mai da parte, lasciano il giusto spazio all’evoluzione di tutti i personaggi, a un intrigante ribaltamento di ruoli e ai momenti per forza di cose drammatici che si ritrovano a vivere. E il finale di metà stagione, mamma mia, è uno schiaffo di quelli forti.

La trasmissione italiana della seconda stagione ha inizio questa sera su Fox Comedy. Full disclosure: non avevo capito che c’era la pausa di metà stagione e che adesso mi tocca aspettare gli altri otto episodi. Pensavo fosse una stagione da dieci. Adesso c’ho addosso la rogna.

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