Il ponte delle spie

Bridge of Spies (USA, 2015)
di Steven Spielberg

con Tom Hanks, Mark Rylance, Alan Alda

Mentre nel resto del mondo la distribuzione cinematografica è fuggita a gambe levate dal 16 dicembre, in Italia s’è deciso che era il caso di rinviare a questa settimana l’arrivo dalle nostre parti dei nuovi film di Steven Spielberg e Woody Allen, distribuiti altrove settimane fa, immagino per sfruttare il traino della stagione natalizia. E nessuna paura nell’affrontare il colosso stellare targato Disney. Ci sta, in fondo i target non sono esattamente sovrapponibili e non necessariamente i tre film si cannibalizzano a vicenda. Eccoci quindi a chiacchierare anche del nuovo film di Stefanino Spielberg, che racconta e romanza le vicende reali di James B. Donovan, avvocato statunitense la cui carriera è, per l’appunto, roba da cinema. Gli highlights: impegnato nel processo di Norimberga, si ritrovò poi a difendere in tribunale una spia russa arrestata negli USA, a negoziare in quel di Berlino est lo scambio fra quella stessa spia e il suo equivalente americano (aggiungendoci pure il bonus) e successivamente a negoziare il rilascio di 1163 prigionieri nel post-Baia dei porci. Insomma, campione del mondo.

Il ponte delle spie racconta i due episodi centrali, quelli legati alle vicende della spia Rudolf Abel,  focalizzandosi sulla storia e sul punto di vista dell’avvocato Donovan, interpretato da un Tom Hanks nella forma delle occasioni migliori. Spielberg lo prende e lo mette al centro di vicende da filmone di spionaggio vintage, concentrandosi però sull’elemento umano, sulla normale umanità di un uomo capace di cose straordinarie, sulla difficoltà di ritrovarsi improvvisamente al centro del mirino di una e più nazioni, coinvolto in qualcosa che è molto più grande di lui, e trovare la forza necessaria per lottare contro tutto e tutti per fare comunque quel che deve essere fatto. Ne viene fuori una creatura strana, una specie di action movie in cui l’azione è però tutta a base di parole, per due ore e venti di sola chiacchiera che volano via in un soffio, grazie alla bravura pazzesca con cui viene costruita la tensione tramite il dialogo.

La sceneggiatura, firmata dai fratelli Coen assieme a Matt Charman, in questo senso, oltre che nella maniera in cui riesce ad accorpare quelli che potrebbero essere due film separati, è davvero perfetta, anche se forse le manca un pochino di forza quando c’è da colpire nello stomaco e si abbandona magari troppo al metaforone facile facile. Il film, poi, è fotografato dal solito Janusz Kamiński in una maniera splendida, classicheggiante, romantica ma che non prevarica mai sulla naturalezza e sulla forza del racconto. Spielberg tira fuori pezzi di cinema notevoli (quant’è bella quella prima mezz’ora totalmente priva di accompagnamento musicale?) e mette in scena una ricostruzione storica maniacale, ma si preoccupa soprattutto di raccontarla in maniera affascinante e coinvolgente. Insomma, Il ponte delle spie è davvero un gran bel film,  che ha forse il solo limite di un certo placido, rassicurante, prevedibile e poco pungente classicismo.

L’ho visto qualche settimana fa, perché appunto qui a Parigi è uscito da un po’, al cinema e in lingua originale. So che c’è chi non tollera la voce di Tom Hanks, ma che vi devo dire, per me è parte integrante del suo essere grande interprete dell’americano medio.

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