Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick

In the Heart of the Sea (USA, 2015)
di Ron Howard
con Chris Hemsworth, Benjamin Walker, Cillian Murphy

Heart of the Sea è un adattamento del libro omonimo che racconta la storia della baleniera Essex, attaccata e affondata da un capodoglio in pieno Oceano Pacifico nel 1820. Sono le vicende che hanno ispirato Herman Melvillle nella scrittura di Moby Dick e infatti la storia viene messa in scena inserita in una cornice, nella quale un sopravvissuto al disastro racconta i fatti al giovane scrittore. Proprio la cornice è forse la zavorra più invadente nel limitare la piena riuscita del film, appiccicata lì solo per esplicitare l’aggancio alla balena più famosa della storia, impacciata nel modo in cui prova ad aumentare le aspettative e dannosa nella scrittura quando finisce per raccontare troppo a parole, senza lasciare che siano le immagini a farlo (un esempio su tutti: l’evoluzione nel rapporto fra i due protagonisti). All’interno della cornice, però, si trova un film d’avventura non particolarmente originale, senza dubbio con dei problemi, ma abbastanza riuscito, godibile e non poi così distante dal celebratissimo Rush.

Anzi, a dirla tutta, pregi e difetti sono molto simili a quelli dell’epica motoristica di due anni fa, anche se gli equilibri cambiano, probabilmente in peggio. Come già accaduto in Rush, la sceneggiatura di Heart of the Sea punta tutto sulla forza evocativa degli ambienti, del contesto storico, dei suoi personaggi iconici, sfumando le caratterizzazioni e aggrappandosi a dialoghi che non vanno mai molto oltre delle banalotte frasi fatte. L’esperto Peter Morgan dava però a Rush una personalità e un ritmo che il triumvirato di sceneggiatori all’opera qui non riesce ad eguagliare. Poi, certo, a far funzionare il conflitto tra Niki Lauda e James Hunt ci pensava anche la bravura di Daniel Brühl, mentre quella specie di Eric Bana del discount che è Benjamin Walker non è proprio all’altezza della situazione e il conflitto fra il suo capitano e il primo ufficiale di Chris Hemsworth funziona più sulla carta che nei fatti.

A Heart of the Sea manca insomma la capacità di spingere sul rapporto umano che si sviluppa lungo gli anni di navigazione. Lo descrive e lo fa intuire nel mostrarti i suoi personaggi ma, altro esempio, dell’amicizia fra il biondo Hemsworth e il suo compare Cillian Murphy, sappiamo solo che esiste e nulla più. Li guardi mentre chiacchierano, ti vengono in mente i Russell Crowe e Paul Bettany di Master and Commander, tiri un sospiro di malinconia e lasci perdere. Dove invece il film funziona, e lo fa soprattutto grazie al taglio dato dal regista e al gran lavoro di montaggio, è in quello che era anche il pregio migliore di Rush, nella capacità di far “vivere” un mondo molto specifico. In questo caso, chiaramente, si racconta dei cacciatori di balene e Howard lo fa tramite l’attenzione per i dettagli, l’immersione negli stati d’animo con cui vengono vissute queste avventure pazzesche e insensate, ma anche l’accenno sentito di critica alla distruzione che l’uomo provoca attorno a sé nel proprio delirio d’onnipotenza (e di nuovo, anche qui, la cosa funziona più quando viene espressa per immagini che esplicitata tramite le parole).

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Ah, importante: c’è l’Uomo-Ragno.

A questo si aggiunge il fatto che l’ambientazione marina e l’ingombrante spettro di Moby Dick sembrano aver spinto Howard nella direzione di un’ambizione visiva che nella sua carriera da mestierante di lusso non ha espresso quasi mai. Guardi In the Heart of the Sea e hai l’impressione che il regista si sia alla fin fine accontentato ma sotto sotto volesse davvero raccontare di Achab. Ora, a parte il fatto che non si capisce per quale motivo non abbia realizzato direttamente un nuovo Moby Dick, considerando che praticamente non se ne vedono da sessant’anni, quel che ne viene fuori è un film un po’ spezzato in due, che parte cercando un afflato realistico e terra terra (o mare mare, HAHAHAHAHA, ehm) e scivola pian piano verso l’epica surreale e visivamente fuori di testa. Certe immagini dell’oceano infinito e illuminato da un sole a cui è sfuggita la manopola della saturazione paiono uscite da splendidi dipinti e mozzano il fiato, andando in contrasto con gli effetti speciali delle scene più d’azione, che non sono forse disastrosi ma certo lasciano un po’ d’amaro in bocca e risultano molto meno ispirati.

Nonostante tutti i suoi problemi, però, il bilancio rimane positivo e Heart of the Sea funziona nel suo essere un semplice film d’avventura dai temi e dall’ambientazione affascinante. Esattamente come faceva Rush, si gioca in buona sostanza tutta l’azione su una singola scena madre e – nonostante la computer grafica metta il bastone fra le ruote – non la sbaglia. Come Rush, punta sulla semplicità del racconto e sulla forza che si nasconde nelle trovate più classiche. Commette sicuramente più errori di Rush, ma rimane un film gradevole, dai begli spunti, con alcune immagini incredibili e il cui tifo abbastanza palese per le balene fa una certa simpatia. Insomma, è come Rush, ma con una balena al posto di Niki Lauda.

Qui è dove faccio presente che Rush mi è piaciuto ma non mi ha assolutamente gasato come è capitato a tanti altri e, anzi, fatico ancora oggi a capire cosa avesse di tanto monumentale, al di là dell’interpretazione di Brühl e di quella singola, bellissima, scena madre. Fatemi causa.

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