The Man in the High Castle – Stagione 1

The Man in the High Castle – Season 1 (USA, 2015)
creato da Frank Spotnitz
con Alexa Davalos, Rupert Evans, Luke Kleintank, DJ Qualls, Joel de la Fuente, Cary-Hiroyuki Tagawa, Rufus Sewell

Sostenere che ci sia un modo corretto per guardare qualcosa è un po’ antipatico ma forse, a volte, è l’unica cosa sensata da dire. La questione è semplice: se ci si avvicina a The Man in the High Castle con il piglio da integralisti del romanzo originale di Philip K. Dick (noto dalle nostre parti come La svastica sul sole, ma anche come L’uomo nell’alto castello), è difficile non uscirne incazzati neri e gridando allo stupro. Frank Spotnitz (braccio destro di Chris Carter su X-Files e derivati negli anni Novanta, poi creatore di diverse serie TV action più o meno riuscite) ha compiuto un lavoro di adattamento piuttosto articolato, prendendo lo spunto, l’ambientazione, diversi personaggi, eventi ed aspetti del libro, ma rimaneggiando tutto a uso e consumo di un’ambiziosa serie televisiva dell’anno 2015. L’ha fatto compiendo scelte anche piuttosto radicali e che, se lo chiedete a me, sono più o meno tutte intelligenti, ma il risultato è un racconto “ispirato a” che potrebbe scontentare chi sperava in un adattamento più fedele. Chi invece non se ne preoccupa (come, ovviamente, chi non ha letto il libro) dovrebbe dare una chance a The Man in the High Castle, perché si tratta di una serie TV ambiziosa, coinvolgente, dal livello produttivo sorprendente e che promette di poter divertire per parecchi anni.

Lo spunto di partenza, come detto, è bene o male quello del libro: l’Asse ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e, in buona sostanza, ha conquistato il pianeta, dividendo gli USA, teatro di gran parte delle vicende raccontate nella serie, in tre territori. I giapponesi hanno gli stati del Pacifico, i nazisti si sono presi la costa est e il blocco centrale rimane zona neutrale. In questo contesto si seguono le storie di un bel mix di personaggi, in parte ripescati dal romanzo, seppur modificati nei ruoli e nella sostanza, in parte creati per l’occasione. Ai vari Frank Frink, Ed McCarthy, Juliana Frink/Crain, Nobusuke Tagomi, Robert Childan e Rudolf Wegener si aggiungono quindi diversi nuovi volti, con in testa l’azzeccatissimo John Smith di Rufus Sewell. Le vicende recuperano l’idea della finestra su un ipotetico ulteriore mondo parallelo in cui la guerra è finita diversamente, ma la trasportano dalla parola scritta di un romanzo nel romanzo alle immagini di una serie di film dall’origine sconosciuta. Si tratta di una delle tante modifiche azzeccate nell’adattare al medium televisivo e vede il concetto delle realtà parallele utilizzato come spunto sullo sfondo per muovere le vicende, quasi un MacGuffin che poi pian piano prende corpo e sembra poter diventare qualcosa di più, integrando molto bene il suo spunto fantascientifico con il corpo narrativo centrale, ben più legato a un cupo realismo.

E le vicende sono quelle di un po’ tutte le parti in causa: la resistenza all’occupazione, le due facce degli occupanti e la gente presa nel mezzo, chi vuole solo vivere o sopravvivere in questo nuovo mondo così ostico. Proprio la rappresentazione del mondo, la sua messa in scena, costituisce il maggior pregio della serie, figlio di uno sforzo produttivo incredibile. The Man in the High Castle racconta un’epoca “alternativa” con un’ambizione e un dispiegamento di mezzi notevole, curandone l’estetica, i dettagli e la scrittura delle piccole cose con grandissima attenzione. Ne viene fuori un ritratto credibile e fortissimo di un mondo in cui non vorremmo mai vivere, che tira fuori il peggio dalle persone e che non si abbandona mai, mai, ma proprio mai, all’umorismo, alla battutina, alla sdrammatizzazione. C’è un’atmosfera lugubre che percorre l’intera serie e le imprime un taglio fortissimo, opprimente, agghiacciante.

Se la forza produttiva, che mostra poi ottimamente i muscoli anche nel suo avventurarsi al di fuori delle location principali, regalando perfino fugaci sguardi in altri continenti, rappresenta il punto alto della serie, nel cast si trovano i suoi principali punti deboli. Il gruppo di veterani impiegato nei ruoli più o meno di contorno fa ottimamente il suo dovere, supportato per altro da personaggi interessanti. E lo sono anche (soprattutto?) quelli inediti, a cominciare dal John Smith citato prima, che frantuma il rischio di macchietta malvagia nel giro di due episodi, tirando fuori un personaggio ricco, sfaccettato e intrigantissimo. Va meno bene col triangolo di giovani protagonisti al centro delle vicende più “sentimentali”, che regalano l’antico sapore del gesso. Se Alexa Davalos, pur nella sua legnosità, tutto sommato trova qualche buono spunto, Rupert Evans e Luke Kleintank esibiscono l’espressività e il linguaggio del corpo dei ceppi su cui si taglia la legna. E non vengono aiutati da personaggi scritti in maniera onestamente un po’ banale e prevedibile.

Ma la serie funziona nonostante questi limiti, grazie alla forza dell’ambientazione, all’invidiabile coerenza di tono, all’ottima scrittura e alla capacità di infondere un costante, cupo, implacabile e crescente senso di paranoia. La scrittura è davvero solida, priva di sbavature o buchi evidenti, sempre molto curata negli sviluppi e capace di portare avanti, soprattutto da metà stagione in poi, un crescendo che davvero entusiasma nonostante il ritmo sempre molto compassato. Inoltre, gli sceneggiatori giocano bene con la consapevolezza della visione “a maratona” suggerita dalla distribuzione in streaming digitale e chiudono praticamente tutti gli episodi su un cliffhanger forte, trascinando da una puntata all’altra fino all’ottimo finale di stagione. Finale che, tra l’altro, arriva al momento giusto grazie anche al saggio limitarsi su sole dieci puntate, che permette di schivare quell’allungare e quel girare in tondo che, se lo chiedete a me, tende a colpire le stagioni di praticamente qualsiasi serie Netflix da tredici puntate. Insomma, The Man in the High Castle è una gran bella serie, assolutamente da recuperare… a meno di integralismi.

Al momenti è disponibile solo per gli abbonati Amazon Prime nel servizio Amazon Instant Video, che è a sua volta disponibile solo negli USA, in Gran Bretagna e in Germania. Considerando, però, che negli scorsi mesi Sky ha portato dalle nostre parti Transparent, sempre di Amazon, si può sperare in un adattamento italiano.

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