The Strain – Stagione 2

The Strain – Season 2
creato da Guillermo del Toro e Chuck Hogan
con Corey Stoll, David Bradley, Mia Maestro, Kevin Durand, Jonathan Hyde, Richard Sammel, Miguel Gomez 

Con la seconda stagione, The Strain introduce alcuni importanti cambiamenti, certi fin da subito, altri mano a mano che si sviluppano le puntate. Il punto di partenza vede una New York finalmente consapevole del contagio in atto e nell’atto di provare a reagire, più o meno. Intendiamoci, non è che il cittadino medio vada in giro a vaneggiare di Maestro e Antichi assortiti, ma quantomeno abbiamo finito di sorbirci la tarantella della gente che non crede a quel che sta accadendo: c’è gente malata che va in giro per le strade sparando tentacoli dal collo. È una consapevolezza importante. Certo, rimane la difficoltà nel mostrare una New York in preda all’apocalisse con il budget di una serie TV e, per quanto vada sicuramente meglio rispetto al primo anno, con un certo spreco di effetti speciali a dare vigore, ogni tanto si ha davvero l’impressione di una città in cui il panico aumenta e diminuisce a seconda della disponibilità di budget. E aggiungiamoci pure i classici problemi – piuttosto diffusi in TV, va detto – dell’ambientare a New York una serie piena di scene in esterni senza poterla effettivamente girare nella grande mela. Ma insomma, di necessità virtù.

Questa differenza fa da motore principale a parte delle vicende raccontate nella seconda stagione, aprendo le porte a tematiche prevedibili ma efficaci, con la gente normale che prova a combattere, l’intervento della municipalità e i metodi delle forze dell’ordine sempre a un passo dal trasformare la cura in un male peggiore della malattia. Ma, come detto, ci sono altre novità. Il finale della prima stagione ci ha lasciati con un Maestro a pezzi e infatti, come forse si poteva intuire, ci si libera abbastanza in fretta del suo look impresentabile, non prima, però, di averlo “giustificato” con un bel prologo diretto da Guillermo Del Toro che ne racconta le origini. E, a proposito di look impresentabili, Corey Stoll si libera del suo parrucchino. Gioia e tripudio. Infine, cambia l’attore che interpreta il piccolo Zach: via Ben Hyland, dentro Max Charles, scelto perché serviva un attore in grado di rendere al meglio il percorso drammatico ed emotivo affrontato dal suo personaggio.

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Intensità.

E in effetti, quando sei un ragazzino infilato nel bel mezzo dell’apocalisse e preso di mira da un vampiro millenario, tua madre è stata contagiata e ora vuole rapirti, tuo padre s’è dato all’alcolismo… qualche emozione sarebbe il caso di esprimerla. Zach è il classico bambino televisivo ad alto tasso di insopportabilità giustificata dalla situazione in cui si trova. Il suo personaggio fatica ad accettare quel che accade, e dagli torto, ma il suo attore fatica a mostrare le emozioni per cui sarebbe in teoria stato ingaggiato. Fortunatamente, però, nonostante il ruolo importante e che genera comunque un paio di momenti molto riusciti, la stagione non è completamente incentrata su di lui. Più in generale, anche nel secondo anno, The Strain, fatica a trovare fino in fondo il ritmo giusto e la sua piena identità, ma compie qualche passo nella direzione auspicata, abbracciando in misura ancora maggiore i suoi aspetti più sopra le righe. I flashback, in questo senso, fanno gran parte del lavoro, trasportandoci fra epoche diverse per raccontare anche il passato dei vampiri (compreso il nuovo ingresso, l’unico che mancava: l’ibrido), mostrando guerrieri medievali, gladiatori romani, luchador d’annata e nazisti in divenire.

Nel presente, intanto, la lotta per la sopravvivenza umana s’inasprisce e viene combattuta su tre fronti: la resistenza “ufficiale” delle forze di polizia, la ricerca di una cura medica da parte di Eph e l’inseguimento spasmodico di un libro leggendario portato avanti da Setrakian. Nel mezzo, si evolvono le vicende private dei vari personaggi e il tutto inizia a sembrare una versione un po’ più d’azione, sanguinaria e pulpettona di The Walking Dead. Nel bene e nel male. Ogni tanto le cose si trascinano un po’, ma in generale l’annata ha un discreto ritmo, sicuramente più sostenuto rispetto a quello della prima, e riesce a giostrarsi come si deve i vari personaggi, trascurando forse un po’ troppo solo il nuovo arrivo Quinlan (che però avrà, immagino, più spazio l’anno prossimo). Va anche detto che io l’ho guardata a maratona nel giro di pochi giorni e, probabilmente, seguendola per una puntata a settimana, certi passaggi un po’ spenti potrebbero diventare meno tollerabili.

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Richard Sammell mentre si mangia il resto del cast.

I punti alti, comunque, non mancano, anche se sono forse tutti nella seconda metà. La nona puntata, in cui lo scontro fra umani e vampiri si scatena in maniera deflagrante, è un po’ l’equivalente di quella dell’assedio al benzinaio nella prima stagione, all’insegna dell’azione e della battaglia a carte scoperte, ma non è forse altrettanto riuscita. L’undicesima, però, dedicata alla ricerca spasmodica di un personaggio rapito, è un vero gioiello, coinvolgente e intenso, e il finale di stagione è eccellente, teso, ricco di avvenimenti significativi, con svolte importanti e cliffhanger che escono dalle fottute pareti. D’altra parte a dirigerlo c’è Vincenzo Natali, e hai detto niente.

Nel complesso, insomma, anche questa seconda stagione è piuttosto altalenante, ma divertente. Sarà che ho una passione per Corey Stoll e Kevin Durand, ma trovo che il cast continui a funzionare molto bene e se nel primo anno il personaggio mattatore assoluto era Vasilly Fet, questa volta è Thomas Eichhorst a mangiarsi con violenza tutti quanti, talvolta in maniera letterale, in ogni scena a cui partecipa. I bei momenti, come detto, non mancano, e l’inevitabile conteggio dei morti “stagionali” è gestito bene, magari un po’ telefonato ma sfruttato nella maniera giusta sul piano drammatico. Insomma, The Strain, anche nel suo secondo anno, rimane una visione piacevole, dalle pretese relativamente basse, che sa intrattenere senza però lasciare a bocca aperta. Rimane anzi sempre un po’ d’amaro in bocca, perché i suoi momenti più riusciti o stilizzati (ah, quel delirante flashback in bianco e nero!) fanno venire voglia di una serie tutta su quei livelli, ma che ci vogliamo fare?

Come detto, io me lo sono visto tutto in fila, una puntata dietro l’altra, nel giro di pochi giorni, e probabilmente questo mi ha aiutato a sorvolare sul ritmo altalenante e sul modo in cui alcuni personaggi se ne stanno forse un po’ troppo a lungo in disparte. La trasmissione italiana ha inizio questa sera, alle 21:50, sul canale Fox.

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