Il viaggio di Arlo

The Good Dinosaur (USA, 2015)
di Peter Sohn
con le voci di Raymond Ochoa, Jack Bright, Jeffrey Wright, Steve Zahn, Anna Paquin, Sam Elliott

Nell’anno che ha visto (quasi) tutti reinnamorarsi della Pixar grazie a Inside Out, lo studio disneyano tira fuori una splendida doppietta, con due film legati da quel filo conduttore tematico “famigliare” che unisce tutte le opere figlie di Luxo Jr. ma allo stesso tempo molto lontani per ambizione strutturale e complessità narrativa. Il viaggio di Arlo, in realtà, è il film Pixar mancato dell’anno scorso, ma all’epoca ha dato buca a causa di traversie produttive forse inedite per lo studio a questo livello, con un cambio di regista e produttore, una riscrittura totale della storia e, appunto, un rinvio di un anno.  Il fatto che ne sia venuto comunque fuori un film così bello testimonia, forse, la forza ormai inattaccabile della macchina realizzativa Pixar.

L’idea di partenza, come da tradizione per la casa di John Lasseter, gioca su un ribaltamento di ruoli e vede i dinosauri schivare l’estinzione, andando ad evolversi in una struttura tribale dall’intelligenza raffinata, che mima la società umana. I brontosauri fanno gli agricoltori, i tirannosauri sono bonari cowboy dall’accento texano che galoppano tenendo una posa da cavallerizzi, i velociraptor (tratteggiati con il look “pennuto” che Jurassic Park ci nega) sono redneck senza vergogna e così via. In questo contesto, gli esseri umani sono creature selvagge, le bestie di turno, lupi a cui sfugge ancora la complessità culturale raggiunta dai dinosauri. Ma l’originalità del racconto si esaurisce su questo spunto di partenza, se vogliamo neanche poi così mai visto prima nella sostanza, che però viene sfruttato alla grande per raccontare una storia molto classica, in qualche aspetto forse figlia de Il re leone. Il viaggio di Arlo racconta, lo dice il titolo italiano, il classico viaggio, letterale e non, di un giovane che deve crescere e trovare se stesso. E lo fa tramite lo splendido rapporto di amicizia fra lui e il piccolo cucciolo d’umano Spot, un personaggio fenomenale per caratterizzazione e realizzazione, che non teme confronti con qualsiasi altro protagonista Pixar e il cui legame con Arlo viene raccontato in maniera splendida.

La loro storia è di quelle che strappano il cuore e dà vita a un film dal carico emotivo fortissimo, estremamente solido nella classicità del suo racconto e che si prende pure il disturbo di piazzare lì un paio di momenti comici esilaranti. La minor ambizione strutturale, poi, gli permette di evitare certe contraddizioni tipiche delle uscite Pixar più adulte, che talvolta faticano a trovare il giusto equilibrio nel loro voler parlare a tutte le età. Il viaggio di Arlo non nasconde la sua natura di avventura classica, ma la cavalca con passione, mestiere e grande irruenza dall’inizio alla fine, regalando un viaggio carico di emozioni e che non rinuncia comunque alla raffinatezza tipica dello studio disneyano in termini di omaggi, citazioni, riferimenti culturali e profondità tematica fra le righe. E tutto questo, poi, viene servito da una realizzazione tecnica dalla bellezza insensata. Insomma, Il viaggio di Arlo è un gran bel film.

L’ho visto ieri sera, in un lampo di fuga dalle femmine di casa, al cinema e in lingua originale. È un tripudio di accenti e caratterizzazioni magari un po’ banali, ma divertentissime, che è un po’ un peccato perdersi col doppiaggio. Ma insomma, ci siamo capiti.

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