007: Spectre

Spectre (GB, 2015)
di Sam Mendes
con Daniel Craig, Christoph Waltz, Léa Seydoux

Spectre è l’inevitabile, prevedibile e non necessariamente gradita conseguenza del passo che era stato compiuto con Skyfall. È il tuffo definitivo, mani e piedi, nel Bond più macchiettistico e tradizionalmente camp, quello che già nel primo episodio diretto da Sam Mendes aveva iniziato ad esprimersi solo per one liner, usare gadget bizzarri, sistemarsi cravatta e polsini a ogni cazzotto tirato e combattere antagonisti dall’estetica variopinta. Qui, il personaggio che quasi dieci anni fa se ne fregava di come gli preparavano il cocktail chiude il cerchio sparando fiamme dalla macchina e affrontando la Spectre di un Blofeld che ogni volta che lo cattura lo infila in un trappolone più arzigogolato. Come e anche più che in Skyfall, tutto ruota attorno a un bizzarro conflitto fra la rilettura ruvida, umana e passionale operata dai primi due film e questa evoluzione in corsa, che stride e sembra quasi voler infilare a forza il Bond di Daniel Craig in un’epica retrò che non gli appartiene. È chiaro che apprezzare o meno il tentativo è anche una questione di percezione personale, così come è chiaro che si trattava di un processo forse inevitabile, ma chi come me si è reinnamorato di Bond proprio grazie a quella rilettura operata da Martin Campbell, beh, difficilmente non può uscirne perlomeno un po’ spiazzato.

In tutto questo, Spectre prova anche a ricucire i fili narrativi spaiati dei tre film precedenti, tanto dei primi due, chiaramente pensati come corpo unico, quanto del terzo, che staccava in maniera netta non solo sul piano stilistico e dell’immaginario, ma anche su quello del racconto. La pezza è prevedibile: c’era la Spectre dietro a tutto, a posto così, e il nuovo Bond va quindi a completare un ciclo costruito alla maniera delle saghe cinematografiche moderne, ma forse procedendo un po’ troppo a braccio e all’insegna degli aggiustamenti in corsa. Ne viene fuori la chiusura di un arco narrativo durato quattro film, che porta a termine il processo formativo del personaggio di una volta e rende improvvisamente fuori luogo l’attore protagonista.

Tutto questo avviene per mezzo di un film gradevole, ma decisamente meno riuscito di Skyfall e Casino Royale. È una specie di Skyfall 2, in cui Mendes dà l’impressione di averci messo meno voglia, ispirazione, divertimento e nel quale il continuo cercare omaggi e strizzatine d’occhio si risolve in maniera ben più pigra e fine a se stessa. È un film godibile, ma dal ritmo altalenante e in cui non c’è praticamente nulla che spicchi davvero o riesca ad elevarlo come, per esempio, facevano le strepitose sequenze action del pasticciato, ma forse eccessivamente criticato, Quantum of Solace. Anzi, qui l’azione è l’anello debole della catena, lenta, tirata per le lunghe, priva della forza che servirebbe. Ancora una volta le sequenze action migliori di Mendes sono quelle in cui il bello non sta affatto nell’azione ma negli estetismi che le ruotano attorno, come nella scazzottata in controluce di Skyfall o nel piano sequenza che apre, appunto, Spectre.

Ed è proprio anche con la nuova Spectre, l’organizzazione, che va maluccio. Punta totalmente sulla forza iconica ed evocativa delle immagini, dei richiami al passato, ma fallisce quando solleva il sipario e mostra il Blofeld di Christoph Waltz, dignitoso ma privo della statura che avevano donato al personaggio gli attori impegnati prima di lui. Va meglio con Bautista, scagnozzo bondiano perfetto e fra i pochi elementi del film che riescono davvero a mediare tra l’omaggio citazionista e la reinterpretazione di personalità propria. Ma del resto, dal caro Dave, non mi aspettavo niente di meno. Nel complesso, comunque, Spectre non è un brutto film, ha i suoi momenti e chiude in maniera degna un ciclo bondiano che, nonostante le incertezze, è andato ben lontano dal tuffarsi nei pozzi di disperazione abbracciati da certe uscite di Moore, Connery e Brosnan. Possiamo accontentarci?

L’ho visto l’altra sera al cinema e in lingua originale, perché qua in Francia esce questa settimana. Era l’anteprima, era pieno di inglesi. Daniel Craig recita in italiano meglio di come Monica Bellucci recita in inglese.

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