Suburra

Suburra (Italia, 2015)
di Stefano Sollima
con Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola

Mentre guardavo Suburra, continuavo a pensare a Heat. Ma quasi ininterrottamente, eh! Ogni volta che quella colonna sonora un po’ invadente attaccava a spingere per sottolineare la forza di questo e quel momento, mi venivano in mente le scene con Robert De Niro che osserva il vuoto riflettendo sui suoi peccati accompagnato da note (che ricordo) abbastanza simili. Ogni volta che due personaggi si sedevano a un tavolino per chiacchierare guardandosi storto, mi veniva in mente quell’unica volta in cui lo fanno Bob e Al. Sulla (bella) sparatoria al centro commerciale, m’è venuta in mente la (meravigliosa) sparatoria in Figueroa. Ora, intendiamoci, magari sono io che sovrappongo perché Heat è uno fra i miei film preferiti di uno fra i miei registi preferiti, ma insomma, intanto accadeva. E, tutto sommato, con tutti i se e i ma di questo mondo, non rabbrividivo all’idea. Hai detto niente.

Suburra è il nuovo film di Stefano Sollima, figlio di un babbo che rimpiangiamo con ardore, già regista di A.C.A.B. ma soprattutto responsabile per quel paio di serie (Romanzo Criminale e Gomorra) che hanno spiegato in maniera fortissima un concetto semplice: lavorare nel genere, in Italia, investendoci soldi, convinzione e qualità, non solo è possibile, è anche remunerativo, perfino al di fuori dei confini nazionali. E già solo per questo, dovremmo volergli bene. Poi ci sarebbe anche il fatto che Sollima è bravo. Ha i suoi limiti, per carità, e il paragone che azzardo là sopra mi fa comunque l’effetto delle unghie sulla lavagna, ma insomma, eh, avercene, in Italia, di gente che affronta il genere con questa convinzione e girando in questa maniera.

La maniera è quella di uno che, soprattutto, sa dare vita ai luoghi, sa (ri)creare ambientazioni dall’identità unica e forte. Posti come la tana dei gangster immigrati, o la casa sul mare dei due matti a Ostia, rappresentano forse il pregio migliore di un film che sotto altri aspetti manca un po’ di equilibrio. Sollima racconta la sua versione grigia e sanguinaria dell’italia d’oggi, quella dei giorni immediatamente precedenti alla caduta del governo Berlusconi, e lo fa tracciando un percorso di collusioni in ogni direzione possibile, all’insegna della cattiveria, del marcio e del non dare un minimo segno di speranza. È tutto rotto, non funziona nulla, dovunque ti giri c’è un pezzo di merda e non si salva nessuno.

La cosa, a tratti, sfocia forse in un pizzico di qualunquismo (quella telefonata sul finale), i metaforoni ogni tanto sfuggono di mano e magari ci vorrebbe un po’ di senso della misura nella gestione dei tempi e nell’insistente invadenza della colonna sonora. Poi, se lo chiedete a me, è un po’ un peccato che Sollima scelga, credo consapevolmente, di schivare il romanticismo ad ogni costo, per non rischiare la mitizzazione delle figure criminali che dipinge. Lo è perché un paio di personaggi si presterebbero bene e senza essere poi così criticabili per questo, ma anche perché la confezione del film, l’utilizzo delle musiche, il modo in cui vengono evidenziati luoghi, personaggi e situazioni, sembra quasi suggerire un desiderio malcelato di inseguirlo, quel romanticismo. Quasi come se ci fossero due Sollima che fanno a testate per spingere in direzioni diverse.

Però, ehi, Suburra è un noir messo in scena con gran bravura da uno che sa quello che fa, che racconta di brutta gente impegnata a fare roba ancor più brutta, affrontando il genere con rispetto e sincerità. È girato in una maniera che, giustamente o meno, è difficile aspettarsi da un film italiano moderno e quindi ci sta anche se per questo si finisce per sopravvalutarlo un po’. E poi Sollima è pure bravo a dirigere gli attori e fa rendere al meglio quelli bravi e funzionare dignitosamente gli altri. Anche se ogni tanto Alessandro Borghi tira fuori delle facce da Maccio Capatonda, va detto.

Dato che vivo all’estero, me lo sono visto su Netflix. Grazie, Netflix. Bello, fra l’altro, che se cerchi Suburra su Netflix trovi già anche lo slot per la serie TV in arrivo nel 2017. A manetta, proprio.

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