Everest

Everest (USA, 2015)
di Baltasar Kormákur
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal, Ang Phula Sherpa, John Hawkes, Naoko Mori, Michael Kelly, Emily Watson, Keira Knightley, Sam Worthington, Robin Wright

Nel lontano 1996, quarantatré anni dopo la prima scalata di successo fino alla vetta dell’Everest, esplose improvvisamente il boom delle salite “commerciali”, già in atto da qualche tempo ma particolarmente forte durante quell’estate. Gente che può permetterselo (economicamente, ma forse non sul piano dell’abilità) e quindi paga delle guide per (provare a) farsi portare sul tetto del mondo. Chi non lo farebbe? Ma soprattutto: perché farlo? Eh, lo chiede verso metà film anche il giornalista Jon Krakauer, inviato per un reportage della spedizione, senza ottenere una risposta davvero convincente. E risposte convincenti non ne dà in assoluto Everest, un film per molti versi risaputo e semplice, che non mira mai alto (battutona!) ma fa più che bene il suo dovere.

Nel 1996 finì malissimo, con otto morti durante una tempesta che colpì in pieno alcune spedizioni, già messe in difficoltà dall’affollamento eccessivo e dai conseguenti ritardi, e un totale di dodici persone che ci lasciarono le penne nell’arco di tutta la stagione. Un record poco gradevole rimasto imbattuto fino all’anno scorso. Proprio di quell’estate racconta Everest, un film che si ispira in larga misura al libro Aria Sottile, scritto per l’appunto da Krakauer (autore fra l’altro un anno prima di Nelle terre estreme, il libro da cui è stato tratto Into the Wild). E lo fa seguendo il manuale del genere con grande cura, dai titoli di testa che illustrano le premesse a tutta una prima parte dedicata a presentare i luoghi, i personaggi con le loro vite (bisogna creare empatia!) e i pericoli estremi della montagna, per poi passare ovviamente al disastro, fra morti, dispersi e tragedie assortite.

Kormákur sfrutta tutti i cliché e i mezzi offerti dal filone  catastrofico, ma lo fa con discreto gusto e tira fuori un film più che riuscito. Il ritmo c’è, la confezione è molto buona, il panico, la forza, l’imprevedibilità, l’impotenza di cui si rimane preda di fronte alla natura vengono trasmessi senza problemi e in un paio di momenti (ma solo in quelli) trova un suo senso perfino l’utilizzo del 3D. Non c’è spettacolarizzazione esagerata o spinta eccessiva sul pedale del patetismo e c’è invece un branco di ottimi attori che fanno tutti la loro parte come si deve, senza rubarsi spazio a vicenda. Forse ha ragione Messner nel dire che manca la montagna, ma non certo per una questione di location, quanto piuttosto perché Kormákur non va molto oltre il compitino, senza trovare reali guizzi o intuizioni visive particolari, ma d’altra parte il film si concentra più sulle persone, e su quel che loro vedono nell’Everest, che sull’Everest stesso.

Una nota per chi si diverte con gli accenti: in lingua originale escono i kiwi dalle fottute pareti. Ma insomma, non è certamente un film da guardarsi per godere di chissà quali interpretazioni colossali.

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