No Escape – Colpo di stato

No Escape (USA, 2015)
di John Erick Dowdle
con Owen Wilson, Lake Bell, Claire Geare, Sterling Jerins, Pierce Brosnan, Sahajak Boonthanakit

Considerando che i fratelli Dowdle (uno scrive, l’altro scrive e dirige) arrivano da quattro film horror consecutivi, tre dei quali found footage, non c’è da stupirsi se neanche troppo sotto sotto No Escape è sì un thriller, ma con una struttura narrativa tipica da film horror. La storia racconta infatti di una famigliola americana che si trasferisce in Asia per il lavoro del babbo e si ritrova coinvolta in una specie di The Raid 3, con orde di ribelli locali che vogliono far fuori chiunque abbia sembianze anche solo vagamente occidentali. E il tutto si risolve in una continua fuga da un nemico intrattabile, con cui non è possibile comunicare, un mostro informe dalle motivazioni poco chiare, impossibile da sconfiggere, pronto a farti a fette. In pratica è come Venerdì 13, ma con decine di tailandesi incazzati al posto di Jason Voorhees.

Questa impostazione, che dona al tutto un buon ritmo e fa scorrere il film in maniera gradevole fino alla fine, ha generato perfino qualche esagerata accusa di razzismo: il film viene raccontato dal punto di vista degli sfortunati protagonisti, che ovviamente vedono i ribelli come creature pericolose e incomprensibili, e non avrebbe molto senso mostrare le cose diversamente. Ci sono comunque i cinque minuti d’ordinanza in cui vengono spiegate le motivazioni alla base del macello, ci viene detto che in fondo i cattivi sono esseri umani spaventati e arrabbiati intenti a proteggersi dalle mefitiche ingerenze politiche occidentali (in pratica è il movimento 5 stelle locale) e si vede anche qualche autoctono anima pia che aiuta i nostri eroi. Insomma, se è un film razzista questo, lo sono anche la maggior parte dei film di guerra americani, no? Uhm, in effetti magari lo sono.

Ma insomma, al di là di queste considerazioni, No Escape è un thriller d’azione che si prende forse un po’ troppo sul serio del dovuto, soprattutto considerando quanto poco si preoccupi di evitare i tuffi nel pacchiano, fra scene al rallentatore e morti eroiche assortite. È però violento il giusto, ha un buon ritmo e un’ambientazione affascinante, per altro ripresa da un regista che, pur non essendo certo il nuovo Kubrick, conferma i lampi di buona composizione visiva mostrati in Necropolis. Certo, non inventa nulla, ma proprio nulla di nulla, però Lake Bell (una mia passione, lo ammetto) e Owen Wilson se la cavano con personaggi che non si limitano agli schemi classici (lui non diventa mai l’eroe d’azione, lei non rimane incasellata nel ruolo della donna in pericolo), le bambine non rompono troppo le palle e Pierce Brosnan dà l’idea di divertirsi molto col suo accento improbabile. Insomma, è un film inutilmente gradevole.

Sul serio, non so che c’avesse in testa, ma l’accento di Brosnan in ‘sto film è meraviglioso.

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