Il ribelle – Starred Up

Starred Up (GB, 2013)
di David Mackenzie
con Jack O’Connell, Ben Mendelsohn, Rupert Friend

Quello dei drammi carcerari è un filone parecchio consolidato (e che siede in vetta alla Top 250 di IMDB), con i suoi punti fermi e i suoi cliché che non possono mai mancare e che è giusto utilizzare, anche se ovviamente ci vuole la misura adeguata per far girare il tutto come si deve. Aiuta se a scrivere il film ci pensa uno psicoterapista, tale Jonathan Asser, qui alla sua prima sceneggiatura, in grado di attingere alla propria esperienza di lavoro con i violenti galeotti del carcere di Wandsworth. E infatti, se Starred Up è un film che funziona, colpendo in maniera intensa ed emozionante, ma riuscendo per lo più ad evitare le trappole del macchiettismo e del patetismo, è anche grazie alla sua solida scrittura, alla maniera ruvida e credibile in cui si racconta.

Ma non c’è solo scrittura, anzi. Il cuore del film sta soprattutto nell’interpretazione pazzesca di Jack O’Connell, un giovane attore inglese davvero fantastico per bravura e carisma, che si è fatto notare con la serie TV Skins e piccoli film come Tower Block, questo Starred Up’71, per poi fuggire a Hollywood. Il suo Eric Love è un giovane criminale la cui violenza lo vede “promosso” (starred up, appunto) al carcere per adulti e la sequenza iniziale del film ce lo descrive in maniera spettacolare, senza che abbia bisogno di pronunciare una singola parola, comunicando tutto quel che c’è da dire per mezzo di sguardi, movimento del corpo, azioni e reazioni. E ancora, se quello del giovane concentrato di rabbia e insicurezza è in fondo anch’esso un cliché, la forza, la naturalezza e il coraggio con cui viene interpretato sono incredibili e fanno da motore al film.

Attorno a lui ruota un cast ben assortito, con ovviamente in testa il sempre eccellente Ben Mendelsohn nel ruolo del padre di Eric, rinchiuso nello stesso carcere e dal carattere se possibile ancora più difficile rispetto a quello del figlio. Il film racconta il rapporto fra loro due, ma parla anche dei problemi insiti nel sistema carcerario britannico, affrontandoli soprattutto per mezzo del personaggio di Rupert Friend, uno psicologo che organizza delle sessioni di gruppo e probabilmente fa da parziale sfogo autobiografico per Asser. Ne viene fuori una storia davvero riuscita, convincente, emozionante, che scivola forse un po’ troppo nell’emozione facile sui minuti finali, ma viene anche lì tenuta in piedi dalla clamorosa prova degli attori e dalla solida regia di Mackenzie, che si permette anche di infilare qualche notevole pezzo di bravura.

Distribuito in giro per il mondo l’anno scorso, il film arriva in questi giorni dalle nostre parti, direttamente sul mercato dell’home video. Se lo guardate in lingua originale, mi permetto di suggerire l’utilizzo di sottotitoli, perché gli accenti te li raccomando. Colgo anche l’occasione per ricordare che Perfect Sense, sempre di Mackenzie e mai uscito in Italia, è bellissimo.

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