L’uomo di Marte

The Martian (USA, 2014)
di Andy Weir

Sono capitato su The Martian solo e unicamente perché m’è passato davanti il trailer del film che Ridley Scott ne ha tirato fuori, in arrivo a fine anno. Prima di vedere quel trailer e di leggerne su I 400 Calci, non ne sapevo nulla. Beh, ci sono modi peggiori per ritrovarsi a leggere un libro (tipo, che so, perché ti ci costringono) e in ogni caso, se il risultato è che leggi una roba spettacolare come questa, non puoi certo lamentarti. E che cos’è? Dunque è il racconto dell’odissea di un astronauta che, a causa di un incidente, si ritrova abbandonato su Marte, con la prospettiva di rimanerci secco se non trova il modo di sopravvivere abbastanza a lungo perché tornino a recuperarlo. Tutto qui. Si fa per dire.

Il bello del romanzo sta soprattutto nella maniera in cui è raccontato, nello spirito, nelle trovate alla base della narrazione e, via, anche nel suo senso dell’umorismo. Tutta la parte iniziale, così come un bel po’ di quel che viene dopo, è assemblata mettendo in fila le registrazioni del diario di Mark Watney, l’astronauta in questione. Giorno dopo giorno, il nostro amico racconta quel che combina, in un continuo ripetersi di una struttura sempre identica: ha degli obiettivi (sopravvivere, procurarsi del cibo, provare a comunicare col pianeta Terra), cerca di raggiungerli, sbatte contro ostacoli e problemi di vario tipo che devono essere superati. La narrazione è interamente in prima persona, cosa che aiuta a coinvolgere direttamente in ciò che viene raccontato, ed è ammorbidita dal senso dell’umorismo da coglionazzo appena uscito dal college che caratterizza Watney (e che sembra essere stato recuperato alla perfezione da Matt Damon nel film, o quantomeno nel trailer). E sono due caratteristiche fondamentali, perché propedeutiche a rendere digeribile quel che viene raccontato.

Perché? Perché quel che viene raccontato è una lunga trafila di ragionamenti, esperimenti e trovate scientifiche, che cercano di mantenere su una dimensione assolutamente realistica, o quantomeno credibile, il racconto di cosa potrebbe significare ritrovarsi a dover sopravvivere da soli, e senza le risorse indispensabili, in un posticino accogliente come Marte. E, insomma, se devi far cresce il cibo sul pianeta che fece esplodere la testa di Arnold Schwarzenegger, sono guai, anche se aiuta il fatto di essere il botanico del gruppo. Pensa te che fortuna! L’aspetto comico del personaggio, chiaramente, ha senso anche perché uno spirito leggero dà una mano a non impazzire, ma è soprattutto uno strumento utile a Weir per dare maggior ritmo a certi passaggi che altrimenti potrebbero risultare un po’ troppo ripetitivi, o addirittura barbosi.

Dopo un avvio interamente dedicato a Watney, il romanzo passa a raccontare anche quel che sta accadendo altrove, prima sulla Terra, poi anche sull’astronave che sta riportando a casa l’equipaggio di Watney, convinto di aver abbandonato un uomo su Marte in formato cadavere. Qua la narrazione passa su binari più tradizionali, spostandosi al passato e raccontando vicende tutto sommato ordinarie e prevedibili, ma che funzionano bene nel portare avanti il racconto. E che saranno, presumibilmente, abbastanza ampliate nel film, anche a giudicare dal cast messo assieme (tutto davvero azzeccato, per altro). Se da una parte c’è la lotta per la sopravvivenza, quindi, dall’altra c’è lo sforzo per provare a capire se e come sia possibile salvare un uomo abbandonato dall’altra parte del sistema solare.

Il mix dei due stili così diversi funziona innanzitutto proprio perché l’alternanza rende più scorrevole la lettura e in secondo luogo perché Weir è molto bravo a giocare con questa specie di montaggio alternato, affidando buona parte della tensione alla difficoltà nel comunicare e a tutti quei momenti in cui il non sapere cosa accada dall’altra parte amplifica la portata dei problemi. Va però detto che The Martian, a quanto pare, è un libro che divide, immagino proprio per la sua struttura un po’ particolare, per il fatto che a tratti può risultare un po’ barboso, magari anche perché non ha il “coraggio” di limitarsi solo ai diari del protagonista. Io sono del fronte “Mamma mia che bello!”, mi sono innamorato delle parti in stile diario e ho apprezzato anche quelle più classiche, per quanto detto sopra e anche perché dimostrano un bel talento nel tratteggiare i personaggi e i rapporti fra di loro con due tocchi. Insomma, per me è un libro consigliatissimo e ho pure una moderata fiducia nel film, nonostante non è che sia ‘sto fan sfegatato del Ridley recente. Poi vai a sapere.

Il libro è stato autopubblicato da Weir nel 2011 sotto forma di ebook e poi acquisito da Crown Publishing e ributtato fuori nel 2014, anno in cui è arrivato anche in Italia per mano di Newton Compton Editori. Io me lo sono letto in ebook in lingua originale, ma ognuno faccia un po’ come vuole, ci mancherebbe.

3 pensieri riguardo “L’uomo di Marte”

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