Spy

Spy (USA, 2015)
di Paul Feig
con Melissa McCarthy, Rose Byrne, Jude Law, Jason Statham

Spy è un film che mette addosso sentimenti contrastanti, capaci di rimbalzare fra l’ottimismo, il pessimismo e il fastidio. E sono tutti figli delle qualità di un film divertente, ben girato, con attori in palla e che riesce nell’impresa non semplicissima di prendere in giro un genere trattandolo con amore, in una maniera per certi versi simile a quella della Cornetto Trilogy di Edgar Wright, anche se magari non altrettanto riuscita. Vittima delle prese per i fondelli, qui, è il cinema d’azione e di spionaggio, ma Spy non è una farsa completa, una parodia demenziale, è quel tipo di film in cui i personaggi si prendono micidialmente sul serio nonostante attorno a loro succedano cose spesso senza senso (tipo, che so, un’invasione di pipistrelli nella sede della C.I.A.) e le gag nascono innanzitutto da questo genere di contrasto. Ma è anche un film che, quando mette in scena ciò che prende in giro, lo fa volendogli bene, all’insegna del rispetto.

E proprio da qui arriva la depressione. Feig vuole bene al cinema d’azione, si vede chiaramente, e lo riproduce in maniera buffa, certo, ma curata e professionale. Non ci sono grandi invenzioni, ma c’è una tragica realtà: al giorno d’oggi, se vuoi vedere in una grossa produzione americana dell’azione girata in maniera dignitosa, con in testa l’idea di *mostrarla*, che si permetta di far schizzare il sangue e in cui – oddio oddio – i personaggi possano dire le parolacce, devi rivolgerti a una commedia di Paul Feig con Melissa McCarthy. Pare assurdo ma tant’è, qui il montaggio frenetico e le riprese al parkinson per far sembrare atleti degli attori in zona pensione sono banditi, troviamo invece inquadrature pulite, ampie, che mostrano l’azione coreografata come si deve e che non si fanno problemi a far vedere gente accoltellata, esplosioni di sangue, squartamenti assortiti, stuntman scatenati e inseguimenti in macchina dignitosi. Son tutte cose che Feig si può permettere perché la commedia americana moderna prevede il rating per adulti (sai com’è, per far ridere servono le parolacce e se usi più di un fuck, il rating per adolescenti te lo sei giocato) e il risultato è parla chiaro. Ripeto: un film comico di Paul Feig con Melissa McCarthy si può permettere roba che il cinema americano, al di là di qualche eccezione, ha esiliato nel ghetto delle produzioni direct to video. Sigh.

Il sentimento di ottimismo si rivolge invece al futuro e, mi rendo conto, a qualcuno potrà sembrare una bestemmia. Feig è al lavoro sul rilancio di Ghosbusters, un progetto che sta facendo ribollire il sangue all’internet. E lo capisco, eh. Però resto dell’idea che se proprio bisogna farlo, beh, provare a stravolgere le cose, buttarci dentro idee simpatiche tipo Thor segretaria, utilizzare (come si fece all’epoca, non dimentichiamocelo) un cast da Saturday Night Live e metterlo in mano a un regista che ha dimostrato di saper gestire le bizze di quelle attrici e di saper affrontare le contaminazioni di genere con bravura e rispetto, beh, mi pare un buon inizio. Poi magari sono ottimista io, per carità, ma intanto… “OK, ma Spy alla fine com’è?”, si chiederà qualcuno. Eh, è una bella commedia, che spara gag a un ritmo indiavolato dall’inizio alla fine: alcune vanno a segno, altre meno, si punta un po’ in tutte le direzioni ed è probabile trovarci dentro qualcosa di proprio gusto (io sono impazzito per la cattiva di Rose Byrne). Il cast è molto azzeccato, con tutti che danno il massimo e un Jason Statham che, al suo primo ruolo comico dall’inizio alla fine, conferma il talento per le scemate già emerso per brevi tratti altrove, mangiandosi quasi tutte le sequenze in cui appare. E Paul Feig tratta alla grande gli elementi propri del genere che prende in giro, con scene d’azione davvero ben realizzate, certo inevitabilmente virate al buffo (in uno dei momenti clou c’è molto Jackie Chan), ma che non hanno nulla da invidiare a quel che si vede nella maggior parte dei film d’azione moderni. Devo per forza dire qualcosa di negativo? Allora butto lì che, come molte commedie post-Apatow, se fosse durato 100 minuti invece di 120, forse, ne avrebbe guadagnato. Ma siamo veramente al pelo nell’uovo.

Fra l’altro a questo punto m’è venuta voglia di recuperare The Heat, che avevo evitato con sospetto. Ah, ovviamente, l’ho visto in lingua originale e non garantisco sull’adattamento italiano, che con le commedie è sempre abbastanza complicato, anche senza tirare in ballo il fatto che ci sono pure battute giocate sulla differenza tra inglese e americano, oltre che sui vari accenti “internazionali”.

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