Poltergeist

Poltergeist (USA, 2015)
di Gil Kenan
con Sam Rockwell, Rosemarie Dewitt, Jared Harris

Sulle prime, questo remake di Poltergeist sembra poter essere dignitoso, guardabile, meno fastidioso di tante altre operazioni simili. Intendiamoci, è evidente fin da subito la sua placida inutilità, la mancanza totale di idee o di personalità, l’allineamento allo standard del remake sfiatato e lontano anni luce da come un tempo lo interpretava gente del calibro di John Carpenter o David Cronenberg, ma insomma, per un po’, si lascia guardare. E lo fa più che altro grazie al semplice piacere di guardare sul grande schermo attori efficaci come Sam Rockwell, Rosemarie Dewitt e Jared Harris. Non dura molto, però, anche perché, per quanto le loro interpretazioni siano efficaci, non stiamo esattamente parlando di ruoli dallo spessore infinito e grazie ai quali scatenarsi. Anzi, rispetto al film originale, l’importanza dei due genitori è drasticamente ridotta, in favore della nuova versione di chi viene ingaggiato per gestire la possessione della casa. E tutto sommato, fra i problemi principali di un film che comunque avanza con buon ritmo per la sua novantina di minuti, c’è proprio questa incapacità di dare una qualche forma di sostanza ai protagonisti, cosa che per altro priva di qualsiasi carica emotiva tutto il gran macello finale.

Insomma, il Poltergeist di Gil Kenan è un remake pigro e senza nerbo, che ripercorre a grandi linee il racconto originale, senza cambiare poi troppo di significativo e senza azzardarsi anche solo a provare una seppur vaga reinterpretazione, a dire qualcosa di suo. No, è il classico rifacimento che si accontenta di rinnovare un po’ l’estetica, strizzare l’occhio variando leggermente un paio di trovate e infilarci dentro gli effetti speciali moderni, per altro utilizzati con gusto davvero pessimo. Non che il Poltergeist di Tobe Hooper (e Steven Spielberg) fosse un trionfo di moderatezza, anzi, nella seconda metà di film c’era tutto un susseguirsi di apparizioni assurde ed effetti speciali sparate a mille, ma quello stesso spirito, qui, viene filtrato dal farsi prendere la mano all’insegna dell’eccesso quando va bene, dalla mediocrità visiva media da effetto al computer moderno standard quando va male.

Quel poco che c’è di ben realizzato, per esempio l’albero, viene spinto all’eccesso, oltre il dovuto, e quel poco che il film originale non mostrava, vale a dire il piano dimensionale “altro”, qui si manifesta in pieno, regalando una truppa di spiriti che sembrano disertori dell’esercito di morti guidato da Imhotep nella Mummia di Stephen Sommers. Aggiungiamoci, per sicurezza, la classica museruola da rating adolescenziale, con l’unica scena un po’ sanguinaria del film di Hooper che qui viene ammorbidita e, per sicurezza, pure mostrata un po’ sbilenca, riflessa nel metallo del rubinetto, e il quadro è completo. Anzi, no, c’è di più, per esempio un improvviso buco di continuità verso due terzi di film, che fa pensare a scene tagliate senza porsi troppi problemi, e quell’imprevisto impeto di creatività sul finale, quando la gag che chiudeva il film di trent’anni fa viene ripresa e riarrangiata malissimo, coi tempi comici completamente sballati. Insomma, lasciamo stare, dai.

Detto questo, per quanto mi riguarda, il remake di Carrie rimane molto più brutto e fastidioso.

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