Al di là delle montagne

Shan he gu ren (Cina, 2015)
di Zhangke Jia
con Tao Zhao, Yi Zhang, Jing Dong Liang

Due anni dopo aver portato a casa il premio per la miglior sceneggiatura con Il tocco del peccato, Zhangke Jia è tornato sul luogo del delitto, ancora una volta a Cannes, per l’ennesima volta a raccontare, con un taglio e un’ispirazione sempre diversi, i mutamenti subiti nei decenni dal suo paese e dal suo popolo. Questa volta la via scelta è quella del melodramma, del triangolo amoroso con due vertici distantissimi, il proletario romantico tutto d’un pezzo che lavora in miniera e il testa dura innamorato dell’occidente, che si cambia nome in Peter, chiama il figlio Dollar e si trasferisce appena può in Australia, alla ricerca di un sogno capitalista che troverà forse solo nella propria testa. Nel mezzo, una donna tesa fra i due estremi, la cui storia non rimane al centro dell’azione per tutto il film ma fa comunque da filo conduttore che unisce apertura e bellissima chiusura sulle note di Go West.

Mountains May Depart è un film bizzarro, forse a tratti perfino sconclusionato. Si apre con un taglio leggero, sciocchino, che sembra quasi uscito da certi anime anni Ottanta (probabilmente difficile, per gente della mia generazione, non pensare a Orange Road/È quasi magia Johnny), e si fa via via sempre più drammatico e intenso, mentre salta da un decennio all’altro provando a raccontare passato, presente e futuro della Cina Moderna. Dagli ingenui anni Ottanta, carichi di aspettative per un futuro travolgente, si passa all’incasinato oggi e quindi a un domani un po’ scassato, nel quale il figlio dell’uomo che ha “vinto” il triangolo si riscopre cinese senza una patria, esportato in un paese che non è il suo, incapace di rapportarsi con la lingua, la nazione e la famiglia da cui ha avuto origine.

Non tutto il film funziona allo stesso modo e soprattutto la parte ambientata nel 2025, con quel futuro dalla mobilia lucida targata Google e la sua ricerca di simbolismi fin troppo semplici, non riesce a trasmettere fino in fondo la potenza di ciò che racconta. Ma nell’imperfetto film di Zhangke Jia c’è comunque la forza di un melodramma delicato, intenso e toccante, una storia molto personale, tutta costruita attorno alla grande prova della protagonista Tao Zhao e più riuscita nel (ma forse anche più interessata a) parlare delle sue vicende, invece che del paese in cui vive. E a raccontare tutto al meglio ci pensa anche una cornice visiva e sonora fantastica, basata sull’utilizzo di tre formati diversi per le tre epoche (un po’ come in Grand Budapest Hotel), ma anche su una composizione dell’immagine che raggiunge vette strepitose in quei momenti che raccontano tutto con lo sguardo, i movimenti degli attori, le musiche, senza alcun bisogno di affidarsi alla parola.

L’ho visto qualche tempo fa alla rassegna parigina del Festival di Cannes 2015. Non sembra essere ancora prevista una distribuzione italiana e, fra l’altro, i film di Zhangke Jia, sarà un caso, paiono arrivare dalle nostre parti a corrente alternata. Vai a sapere.

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