Jurassic World

Jurassic World (USA, 2015)
di Colin Trevorrow
con Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Ty Simpkins, Nick Robinson, Irrfan Khan, Vincent D’Onofrio, Omar Sy

Jurassic Park III, per come la vedo io, aveva due grossi problemi. Da un lato c’era la decisione di buttare al macero alcune componenti fondamentali della serie (i temi legati all’uomo che pasticcia con la natura e alle conseguenze della cosa, il mix fra avventura, brividi, comicità) per virare completamente sul film per ragazzini dritto per dritto. Dall’altro mancava Steven Spielberg, uno che comunque, anche nella sua prova peggiore, ti tira sempre fuori quei due o tre momenti visivamente fuori dal mondo e riesce sempre a scagliarti addosso senso di meraviglia come se piovesse. Allo stesso tempo, però, era un film di mostri da novanta minuti scarsi, con un buon ritmo, qualche gag simpatica e in cabina di regia un solido mestierante come Joe Johnston, che magari non riempie il film di personalità ma il risultato lo porta a casa. Jurassic World affronta di petto il primo problema e tira fuori un film che, nei limiti del possibile, riesce a recuperare lo spirito dell’originale e a rielaborarlo in una maniera consapevole e intelligente. Lo spunto di partenza del parco trasformato in attrazione macchiettistica iper-sponsorizzata, che fondamentalmente stupra il sogno di John Hammond, è forte e ben reso, così come è azzeccata (e molto meta-cinematografica) l’idea di un pubblico ormai abituato ai dinosauri e desideroso di novità gigantesche, fuori dal mondo, perché nel 2015 non bastano più un T-Rex e quattro raptor… o forse sì? O forse è tutto un insistere verso strade senza uscita perché poi, alla fin fine, la natura vince sempre.

Di fondo, e lo dico pensando anche a quel che succede nella seconda metà di film, è un parlare di umani che pasticciano con la natura giocando a fare Dio, della necessità di mirare sempre più alto e della depravazione consumistica che cose del genere possono prendere, tanto quanto delle condizioni rintronate in cui versa il cinema “di cassa” moderno. Lo spirito del primo film è lontano, e con esso fugge via il senso di meraviglia che Spielberg seppe regalarci, ma in fondo si tratta di una scelta azzeccata e forse, per certi versi, inevitabile. Massimo simbolo di quest’intenzione dichiarata, forse, è il momento in cui per la prima volta si ascolta il tema musicale di John Williams: nel film originale lo ascoltavamo su Sam Neill che usciva dalla jeep e osservava basito il miracolo davanti ai suoi occhi, qui accompagna una panoramica sull’hub centrale del parco, pieno di turisti che si accalcano fra negozi di souvenir e bar, con al centro dell’inquadratura l’edificio per l’accoglienza del pubblico. Non proprio la stessa cosa, non proprio lo stesso senso di meraviglia. E ci sta: anche se si perde forse un elemento forte di quel primo film, la cosa è figlia di un discorso intelligente e che caratterizza Jurassic World come un film che perlomeno prova a dire qualcosa.

Il problema è che neanche in questo film è stata risolta l’altra faccenda, quella dell’assenza di Steven Spielberg, perché Colin Trevorrow, con tutto il bene che si può volere a quel simpatico filmetto di Safety Not Guaranteed, non solo non è riuscito a reinventarsi grande autore spielberghiano dall’oggi al domani, ci ha pure provato nel peggior modo possibile, scimmiottando dall’inizio alla fine senza tirar mai fuori un guizzo di personalità che vada oltre l’omaggio ininterrotto. Nei centoventi minuti abbondanti di Jurassic World ci sono solo un paio di momenti in cui non si sta guardando una qualche reinvenzione di momenti e idee pescati da Jurassic Park: le due scene in cui Trevorrow omaggia prima il James Cameron di Aliens – Scontro finale, poi l’Alfred Hitchcock di Gli uccelli. E insomma, OK, gli omaggi, in un film del genere, sono inevitabili e ci stanno anche bene, ma Trevorrow, dai, per favore, dicci anche qualcosa di tuo.

 Una scena tratta da Jurassic W… no, aspetta…

E se complessivamente, per temi, intenzioni e tentativo di recuperare lo spirito dell’episodio originale, Jurassic World è forse un film migliore di Jurassic Park III, beh, ci sarebbe anche quella faccenda a me tanto cara dei blockbuster moderni logorroici, cui tipicamente farebbe bene una sana mezz’oretta di tagli. Perché il ritmo altalenante con cui si porta avanti una storia affidata a personaggi vuoti, scritti in maniera pigra e banalotta, non aiuta la causa. Se da un lato si riesce nel miracolo di avere due ragazzini centrali per le vicende e quasi tollerabili (e l’assenza di Spielberg, va detto, ci risparmia gag imbarazzanti tipo i capelli elettrizzati e i raptor stesi con le parallele), praticamente tutto il resto del cast si ritrova alle prese con personaggi sotto vuoto spinto e mal gestiti. Poi, certo, per quanto Jeff Goldblum e Sam Neill giochino in un altro campionato, sono anche tutti attori d’esperienza e di carisma, quindi in qualche modo fanno il loro dovere, ma insomma, fra momenti comici sballati, comprimari totalmente superflui, spiegoni abbondanti e altre sciccherie, è soprattutto la scrittura piuttosto pigra a far arrancare il film per ampi tratti.

Aggiungiamoci pure che Trevorrow, al di là del non riuscire a trovare una sua identità forte, dimostra anche un certo impaccio nel restituire la forza visiva che questo film dovrebbe regalare. Se la cava forse in maniera un po’ più discreta sui momenti a tinte horror, ma per il resto, sia quando dovrebbe infondere senso di meraviglia, sia quando dovrebbe regalare dell’azione fatta come si deve, va poco oltre il compitino pulito, senza trovare la giusta forza. So che Godzilla non ha fatto impazzire in molti ma caspita, se lo chiedete a me, Gareth Edwards, in una situazione per certi versi simile (regista indipendente alle prese col film “grosso“), ha saputo tirar fuori ben di meglio, tanto sul piano dell’impatto visivo, quanto proprio sulla capacità di coreografare come si deve il macello finale. Aggiungiamoci degli effetti speciali in larga misura funzionali, ma che in molte scene hanno un aspetto eccessivamente finto, talmente cartoonesco che viene da pensare si tratti di una scelta voluta per limitare eventuali problemi di rating e, insomma, i problemi cominciano ad essere tanti.

Eppure Jurassic World non è un brutto film. È troppo lungo, senza che la cosa venga giustificata da una scrittura all’altezza. È diretto da un regista che fatica a dargli una personalità forte, vai a sapere se per limiti suoi o per imposizioni dall’alto. Si affida eccessivamente ai richiami al passato, finendo per diventare una sorta di indeciso misto fra il seguito e il remake. Ha un cast di personalità abbastanza sprecato in ruoli mosci (meraviglioso, comunque, Vincent D’Onofrio che ogni tanto riscivola nella parlata di Wilson Fisk). Ma è anche un film d’avventura e d’azione che prova a dire qualcosa di interessante senza limitarsi ai mostri giganti che si azzannano, che in due o tre momenti trova la forma giusta e che si ricorda di restituire ai dinosauri il ruolo da protagonisti che in questa serie dovrebbero avere. E poi ha l’effetto cane. Quella specie di richiamo animale che mi porta a commuovermi appena su schermo si vede una creatura che soffre e/o mi viene raccontato il rapporto fra un uomo e un animale. In queste cose, sì, funziona, anche se nel farlo va pericolosamente vicino a certi momenti ridicoli di Jurassic Park III. E, sì, abbiamo visto molto di peggio, in questo genere di operazioni nostalgia. Però, ehi, un mese fa abbiamo anche visto brutalmente di meglio. È davvero il caso di accontentarsi?

L’ho visto ieri al cinema, in lingua originale, qua a Parigi, spaparanzato in seconda fila con gli occhialetti per il 3D fissati sul naso. Onestamente non ricordo una singola impressione, positiva o negativa, legata all’utilizzo del 3D. Trascurabile, direi.

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