The Lobster

The Lobster (Grecia/UK, 2015)
di Yorgos Lanthimos
con Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Ben Whishaw, Léa Seydoux

Ci sono sicuramente tanti motivi diversi per i quali la giuria del Festival di Cannes ha assegnato un premio a The Lobster, ma fra i principali mi sento tranquillamente di inserire la sua natura totalmente fuori di cozza e il modo in cui sceglie di raccontarla. Per questo, e anche per il fatto che il film inizierà il suo regolare percorso nei cinema mondiali a ottobre, voglio dire il meno possibile in questo primo paragrafo: io mi sono presentato in sala sapendo solo che era il nuovo film di Yorgos Lanthimos, che i protagonisti erano quelli elencati là sopra e che si trattava di un film di fantascienza. Avevo in mente la foto promozionale con Colin Farrell e Rachel Weisz che corrono in un campo e fine. E, beh, guardare questo film senza saperne nulla in anticipo è davvero qualcosa di spettacolare. Quindi, come faccio in questi casi, chiudo così il primo paragrafo: se quanto detto fino a qui vi intriga, smettete di leggere, aspettate il film, guardatevelo e poi ne riparliamo.

Una Rachel Weisz di spessore per invogliare ulteriormente. Nel film non la trovate così.
Andiamo avanti, cercando comunque di svelare sempre il minimo indispensabile, perché davvero è giusto così. Innanzitutto, bisogna dire che quell’immagine promozionale là, quella di loro due che corrono, forse un po’ mente. Magari la interpreto male io, ma mi evoca nella memoria un racconto di fantasia romantico e movimentato, con un po’ d’azione. Una roba stile I guardiani del destino, magari. E invece, in The Lobster, di azione non ce n’è praticamente mai, neanche in quella scena lì con loro due che corrono. O, meglio, tecnicamente un po’ di azione c’è, ma viene messa in scena nella maniera meno action possibile. E, già che ci siamo, diciamo pure che l’elemento fantascientifico è piuttosto labile: alla fin fine il punto è che si tratta di una società distopica in cui c’è un’invenzione scientifica molto particolare, ma per il resto potrebbe essere ambientato l’altro ieri. In un altro ieri alternativo, certo, ma pur sempre l’altro ieri. E quindi che cos’è? È un film che fa quella cosa che alla buona fantascienza riesce sempre tanto bene: prendere qualche tratto della nostra società, estremizzarlo e sfruttarlo per parlare di noi stessi, facendo una satira feroce e intelligente, nel caso specifico sulla natura dei rapporti coniugali, della vita di coppia e delle imposizioni dall’alto che la riguardano. È un film lento, estremamente dialogato, ricco di belle immagini, molto ben interpretato e con parecchio da dire. Se queste cose non vi spaventano, attendetelo con ansia, perché merita, nonostante il finale sia forse un po’ tirato via. E smettete di leggere.
Neanche questa c’è nel film.
Siete ancora qui? E allora diciamo due cose sulla trama, ma proprio il minimo indispensabile e poi basta, eh! Nel mondo di The Lobster, essere single è fuorilegge. Se ti beccano al centro commerciale senza certificato di matrimonio, sono guai. Se tua moglie o tuo marito ti lascia o muore, sono guai. Oltre ai guai che di base derivano dall’essere abbandonati o dal rimanere soli, s’intende. I guai si concretizzano in un albergo d’alto profilo nel quale vieni spedito, con un mese e mezzo di tempo a disposizione per trovare una nuova dolce metà fra gli altri ospiti single. Se ce la fai e la coppia funziona, potete sposarvi e tornare a vivere in città. Se non ce la fai, scatta l’innovazione scientifica di cui sopra e vieni trasformato in un animale a tua scelta. Bonus: c’è chi non ci sta e decide di vivere da solitario nel bosco, ma ogni tanto gli ospiti dell’albergo vengono mandati a caccia dei ribelli e per ognuno di loro che catturano ottengono un giorno di permanenza in più. Ovviamente succedono tante altre cose, ma la sostanza è questa, una situazione in cui i sentimenti diventano secondari, l’affinità è una questione di forzature e si è disposti a tutto pur di accoppiarsi, perché ce lo dice la società, ce lo dice la legge, ce lo dicono la saggezza popolare e il sentire comune. Perché si fa così. Ne viene fuori un film incredibile, che nella sua maniera totalmente fuori di testa piazza uno specchio estremamente lucido di fronte al modo un po’ stonato in cui spesso interpretiamo il rapporto fra noi picchiatelli esseri umani. Colin Farrell è fantastico nel suo vacillare in bilico proprio al centro di questa situazione assurda, un concentrato di emozioni represse e pronte ad esplodere in un mondo popolato da gente ridotta ad automi che sopravvivono rinunciando a loro stessi. Ma un po’ tutto il cast funziona a meraviglia e il film è una vera bomba, anche se sì, lo ripeto, il finale sembra fare fatica a trovare una conclusione. Oppure no, magari è fantastico anche perché si conclude così.
L’ho visto un paio di settimane fa durante la rassegna parigina dei film del Festival di Cannes. In lingua originale è tutto un tripudio di gente che parla con accento irlandese, più un paio di francesi, un americano, un inglese… sembra una barzelletta. Non so ancora quando uscirà in Italia ma, come dicevo, dovrebbe manifestarsi in giro per il mondo a partire da ottobre.

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