Brotherhood of Blades

Xiu chun dao (Cina, 2014)
di Yang Lu
con Chen Chang, Shih-Chieh Chin, Zhu Dan

Brotherhood of Blades, per qualche motivo, mi ha fatto venire in mente John Carpenter. Non che stilisticamente lo ricordi, anzi, però racconta una storia che ha proprio quel sapore un po’ politico e sociale di tanti film carpenteriani, col suo parlare di brava gente che si lascia tentare dal denaro e trasforma per questo le migliori intenzioni in un disastro completo. I protagonisti, qui, sono tre fratelli impiegati come guardie d’elite a palazzo reale sul finire della dinastia Ming. Per quanto cazzutissimi sul lavoro, sono di estrazione sociale bassa e faticano a uscire dal gorgo: il maggiore vorrebbe far carriera politica ma non ne ha i mezzi, il minore è malato e fugge da un passato che non lo molla, quello di mezzo vorrebbe aiutare gli altri due e, già che c’è, riscattare la libertà della prostituta di cui si è innamorato. Ma mancano i soldi. Un politicante dalla dubbia moralità li spedisce a far fuori un dissidente, ma quest’ultimo prova a cavarsela offrendo soldi ai nostri eroi e…

E insomma, bravi ragazzi in difficoltà che si fanno tentare dalla soluzione facile a base di quattrini e mondo che crolla loro attorno quando il destino si presenta a portare il conto. Ora, magari sovrainterpreto io a vederci del Carpenter, ma il punto è che si tratta di uno schema narrativo sicuramente classico, ma sempre molto efficace, che qui viene portato avanti con la classica mano pesante dell’estremo oriente, tutta melodramma, musiche incalzanti, cattivi schizoidi sopra le righe, buoni col senso dell’onore che strabocca, intrecci super complicati nello sviluppo dei rapporto e degli intrighi politici, tragedie interminabili all’orizzonte e scene d’azione esagerate. Ed è sicuramente un bel divertimento, anche grazie all’incredibile carisma del tris di protagonisti, che non fanno la minima fatica a tenere in piedi la baracca.

Dove Brotherhood of Blades non mi ha convinto fino in fondo, invece, è sull’azione. I combattimenti non mancano, sono spesso ingegnosi, o comunque interessanti e divertenti, per le coreografie, le premesse e i modi elaborati in cui si sviluppano, ma vengono per lo più penalizzati dalla regia. Quei bei momenti action a cui il cinema orientale ci ha abituati, quelli in cui la macchina da presa si allontana e se ne sta lì ferma a farci gustare il gesto atletico in tutto il suo splendore, beh, qui latitano in maniera pesante. È tutto un tripudio di shaky cam e montaggio frenetico che sembra uscito per direttissima dai film occidentali in cui bisogna far finta che sessantenni e gente fuori forma assortita sia in grado di combattere. Non so dire se si tratti di necessità o di scelta stilistica, ma il risultato fa perdere qualche punto a quello che altrimenti sarebbe un solidissimo esemplare all’interno di un filone ultraclassico. È un po’ un peccato, ma insomma, non è comunque una tragedia.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, nel corso del Festival del cinema cinese di qualche tempo fa. Non è mai uscito e non so se mai uscirà in Italia, ma è stato distribuito nell’emisfero occidentale, con tanto di Blu-ray e passaggi sui vari servizi di video on demand, quindi, insomma, in qualche modo si trova.

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