San Andreas

San Andreas (USA, 2015)
di Brad Peyton
con Dwayne Johnson, Carla Gugino, Alexandra Daddario

C’è stato un momento, mentre guardavo San Andreas, in cui mi sono ritrovato a chiedermi come debba essere, per uno spettatore americano, magari residente in California, starsene seduto davanti a uno schermo gigante su cui viene proiettato il distaccamento del suo stato dal continente in un tripudio di ottimi, credibili, agghiaccianti effetti speciali. Voglio dire, io sono stato diverse volte a Los Angeles e a San Francisco, ho pure visitato la Hoover Dam protagonista della devastazione iniziale raccontata dal film, e quelle immagini, per brevi tratti, mi hanno un po’ messo a disagio. Se sei uno che lì ci vive da sempre, e che bene o male ha impiantata nel retro del cervello la nozione del Big One che prima o poi piallerà tutto, beh, fatico a immaginare quali sensazioni possano avvolgerti. Poi, certo, intendiamoci, San Andreas non è un documentario rigoroso e deprimente, è un blockbuster estivo che mette The Rock contro il terremoto e si racconta all’insegna dell’esagerazione colorata. Però, insomma, per brevi attimi, questa cosa mi ha abbastanza colpito.

Proprio l’abbandono al colore più sfrenato, comunque, è una fra le caratteristiche più apprezzabili del film di Brad Peyton. Ultimamente ci siamo abituati a un approccio spento, buio, grigio e desaturato a tutto ciò che è distruzione, ma San Andreas demolisce la soleggiata California, mettendola in scena costantemente di giorno, immersa nella luce e nello splendore visivo che quei luoghi, a volte, sanno regalare. Può sembrare poco, ma in fondo si tratta di un aspetto che dona al film una personalità tutta sua, anche se forse lo fa più nel confronto col resto della produzione recente che per meriti del film stesso. Gli altri pregi di quello che alla fin fine è un blockbuster “medio”, senza particolari pretese o spunti d’originalità, stanno senza dubbio nei validi effetti speciali, nel dono della sintesi e nell’aver ficcato al centro dell’azione The Rock.

Dwayne Johnson, infatti, si conferma un centrifugato di personalità e si carica con grande agio sulle spalle tanto le scene d’azione, in cui non sbaglia un colpo anche se questa volta non può abbattere il nemico con una Rock Bottom, quanto i momenti di raccordo, nei quali sfodera le sue sottovalutate doti d’attore. Poi, certo, il materiale è quello che è, ma il nostro eroe fa il suo dovere e l’intesa con Carla Gugino funziona a meraviglia. Per il resto, San Andreas è disseminato di attori apparsi in mille e più telefilm, fra cui spicca per questioni di canottiera bagnata la nostra amica Alexandra Daddario, che con la Gugino di cui sopra va a formare una coppia madre/figlia di spessore assoluto, come non se ne vedevano dal duo Shue/Lawrence di House at the End of the Street. In generale, come nucleo famigliare a tre vertici, direi che il film accontenta senza problemi maschi, femmine, grandi e piccini. Agevolo documentazione fotografica.

Nel metter tutto questo assieme, viene fuori un film catastrofico godibile, che spreca un po’ un comunque efficacissimo Paul Giamatti nel ruolo del generatore di spiegoni, mette in fila tre o quattro sessioni di distruzione ben realizzata, si accontenta del minimo (ma veramente minimo, eh!) indispensabile sul fronte della sceneggiatura e fa tranquillamente il suo dovere dall’inizio alla fine. Non c’è una sorpresa che sia una e tutto ciò che è storia è ampiamente risaputo, ma quantomeno le scene di raccordo non si fanno prendere dalla logorrea e il film si ferma attorno al sempre saggio centinaio di minuti. Proprio su questo fronte vince il confronto con l’inevitabile termine di paragone rappresentato dalle lunghissime e tediose apocalissi di Roland Emmerich, del quale manca forse però un po’ la capacità di rendere il senso epico e di scala della distruzione. Brad Peyton è volenteroso, fa il suo compitino diligente e piazza pure lì un piano sequenza piuttosto efficace, ma se cercate una trovata originale, un guizzo visivo o anche solo la forza che il regista tedesco riesce a imprimere su certe immagini, beh, rivolgetevi altrove. Se invece volete vedere The Rock che guizza il muscolo e fa il contrito per gli errori passati, due belle donne che corrono in abiti aderenti e la California che viene demolita da Madre Natura, beh, potrebbero essere cento minuti ben spesi.

L’ho visto in 3D e devo dire che, nonostante le doti delle attrici e il macello su schermo, non mi sento di consigliarlo. L’effetto non è particolarmente sfruttato, il film non mi è parso diretto da un regista che ci teneva particolarmente e la patina oscura degli occhiali quasi trasforma la soleggiata California nella nebbiosa Padania.

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