Il libro della vita

The Book of Life (USA/Messico, 2014)
di Jorge R. Gutiérrez
con le voci di Diego Luna, Zoe Saldana, Channing Tatum, Ron Perlman, Ice Cube 

L’aspetto forse più affascinante di Il libro della vita, coproduzione a cavallo dei ponti che, dopo diverse battute d’arresto in casa Dreamworks, è riuscita a concretizzarsi grazie all’intervento di Guillermo del Toro e alla distribuzione targata Fox, sta nella maniera per noi totalmente aliena in cui parla di morte e di accettazione della stessa. Perché alla fin fine il racconto del triangolo amoroso fra Manolo, Maria e Joaquin, tre giovani messicani che finiscono invischiati nelle trame di divinità dall’oltretomba, è il prototipo della storia che in mano ad altri avrebbe generato il classico film d’animazione dark proto-burtoniana. E non che ci sia niente di male, eh, ma qui si respira tutta un’altra atmosfera, figlia di un aldilà vissuto in maniera gioiosa, colorata, variopinta, che parla di speranza, del potere dei ricordi, di un rapporto con la morte che è culturalmente distantello dall’immagine di matrice cattolica che ne abbiamo da queste parti.

Il punto è che stiamo parlando di un racconto in cui la gente muore a ripetizione, le creature che arrivano da due diversi piani dell’oltretomba abbondano e l’intera vicenda è mossa da macchinazioni ultraterrene, eppure non c’è mai un briciolo di disperazione, di cupa ansia. È sempre tutto vibrante, colorato, allegro, anche nel ritrarre gli angoli teoricamente più oscuri e abbandonati dell’aldilà. La disperazione, casomai, si manifesta in vita, nella ricerca di un amor perduto, nel sentirsi affogare fra le ombre proiettate dalla propria famiglia, nel cercare disperatamente un senso per il proprio destino. Si tratta di una visione talmente particolare e “diversa” da saper dare una personalità unica anche a un film d’animazione che invece si allinea al filone dominante di matrice statunitense sotto tanti altri punti di vista, dalla struttura narrativa risaputa alle gag francamente banalotte, passando per una colonna sonora che riproduce successi della musica pop in versione mariachi.

E questo immaginario così particolare, surreale, vibrante si manifesta anche e soprattutto in uno spettacolo visivo pazzesco. Ogni singola inquadratura di Il libro della vita, con magari la parziale eccezione dei segmenti ambientati nel mondo reale, è un tripudio di energia fulminante, un’esplosione di trovate assurde, caratterizzazioni fuori di cozza, paesaggi dalla fantasia infinita. C’è tutta la carica esagerata della tradizione messicana e del Giorno dei morti, per di più intrecciata a una serie di omaggi che vanno anche oltre la cultura locale e sbattono dentro videogiochi, musica, cinema provenienti da ogni dove. Dovunque sposti lo sguardo c’è un piccolo, meraviglioso dettaglio, un delirio di luci e colori, una citazione azzeccata, una gag fulminante (le suore!). E il risultato è uno spettacolo grandioso, che si merita tutto l’amore del mondo nonostante il suo essere onestamente un po’ sprecato sui binari di un racconto banalotto e dal ritmo altalenante. Insomma, Il libro della vita non è magari il capolavoro a tutto tondo nel quale si poteva sperare, ma è un discreto capolavoro di rappresentazione visiva. E hai detto niente.

Purtroppo me lo sono perso al cinema e l’ho recuperato a casina bella grazie a un pratico servizio di Video on Demand. Mentre lo guardavo, pensavo che era davvero un peccato non godermi quei fantastici paesaggi su uno schermo gigante. E anche che forse il 3D ci sarebbe stato proprio bene. Beh, esce questa settimana al cinema in Italia, fatevi un po’ i vostri conti. Ah, a margine, voglio tanto bene a Channing Tatum, anche quando fa il doppiatore.

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