The Ferry

The Ferry (Cina, 2013)
di Shi Wei
con Guangda Zhou

Ispirato a una storia vera, le cui origini risalgono addirittura al periodo finale dell’epoca in cui regnava la dinastia Qing, The Ferry racconta di Tian Huai’en, un vedovo in là con gli anni la cui vita ruota interamente attorno al lavoro che la sua famiglia si è presa in carico da tre generazioni. Arrivati in un villaggio nei pressi del fiume Daisha, gli antenati del protagonista vennero accolti con calore e generosità e, stabilitisi proprio in riva al fiume, decisero di ricambiare l’accoglienza impegnandosi a fare da traghettatori per chiunque avesse bisogno di superarne le acque, senza mai chiedere un soldo in cambio. Tian vive una vita semplice, solitaria, trascorrendo le sue giornate nella propria casetta in attesa di gente da trasportare sulle acque. Si ciba di quel che pesca, di frutta e verdura, di ciò che i suoi passeggeri decidono spontaneamente di lasciargli, e trascorre le serate ubriacandosi mentre osserva la foto del figlio andato a lavorare presso un’impresa di costruzioni nella vicina grande città.

Proprio una visita del figlio per una decina di giorni è il motore che dà il via alle vicende, incentrate sul contrasto generazionale, sulla voglia di staccarsi da una tradizione difficile da comprendere, sul diverso approccio al senso del dovere, sulle mille cose non dette o dimenticate e sul tentativo di riavvicinarsi superando ogni difficoltà. Tian è vecchio, soffre di reumatismi, non si sa quanto potrà andare avanti, ma suo figlio non ha intenzione di prenderne il posto sulla barca, nonostante ricordi ancora che da piccolo era proprio quello il suo sogno. Decide però di fermarsi qualche giorno, imparare il mestiere a cui il padre si è dedicato, immergersi in questa vita così distante da quella che ha intrapreso e rientrare in contatto con le proprie origini, con il villaggio, con gli amici e le persone che si è lasciato alle spalle.

The Ferry è un film dall’intreccio semplice, che si sviluppa giocando sulle immagini e su una lunga serie di scambi tra padre e figlio. Perché Tian ubbidisce a testa bassa e continua ad aiutare della gente che lo dà per scontato, non gli mostra gratitudine e, anzi, lo tratta spesso a pesci in faccia? Da dove arriva questo cieco senso del dovere? Come può una promessa vecchia di generazioni, fatta in un contesto lontano anni luce, essere più importante di ogni cosa, forse anche della famiglia stessa, del presente? Sono ovviamente questi i dubbi che attanagliano il figlio di Tian in quello che, di fatto, è un film incentrato sul conflitto generazionale, sul contrasto fra sistemi di valori completamente diversi e sul provare a comprendersi a vicenda, a riavvicinarsi abbattendo un muro altissimo costruito negli anni. Tutto questo viene raccontato da Shi Wei con una grazia incredibile, affidandosi a uno splendido digitale per ritrarre dei paesaggi pazzeschi e la semplicità dei piccoli gesti, la cura e la passione con cui un uomo porta avanti il lavoro a cui ha dedicato una vita. C’è una semplice, elegante, delicatezza nel modo in cui viene raccontato il rapporto fra i due protagonisti e il loro tentativo di trovare un punto d’incontro che permetta di portare avanti la tradizione di famiglia senza distruggersi a vicenda. E ne viene fuori un film toccante, dolce, intenso, che apre una finestra su una moralità lontana anni luce dalla nostra ma racconta in fondo temi universali fortissimi.

È in corso in questi giorni in Francia una rassegna dedicata al cinema cinese. Siccome sono uno stordito, me ne sono accorto tardi e mi sono perso il nuovo film di Tsui Hark proiettato in apertura, ma sto più o meno recuperando tutti gli altri che mi interessano e ho intenzione di scriverne qua dentro. E poi comunque quello di Tsui Hark arriva al cinema a giugno, quindi va tutto bene.

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