Mad Max oltre la sfera del tuono

Mad Max Beyond Thunderdome (Australia, 1985)
di George Miller e George Ogilvie
con Mel Gibson, Tina Turner, Bruce Spence

Il terzo Mad Max è una creatura un po’ bizzarra, accolta all’epoca con favore da buona parte della critica ma incapace di replicare (perlomeno in proporzione) il successo dei primi due episodi, nonostante un investimento sensibilmente maggiore a livello produttivo. È un film che accetta in maniera abbastanza palese i compromessi imposti dal contesto più da major e rinuncia in larga misura all’atmosfera brutale, inquietante, feroce della serie. Ed è anche un film abbastanza diviso in due, con una prima metà che tutto sommato funziona ed è coerente con la serie e una seconda parte in cui devia verso la sindrome poppanti che aveva già fatto tanti danni in altre grosse produzioni di quegli anni (penso a Il ritorno dello jedi e Indiana Jones e il tempio maledetto, per esempio). E, insomma, incentrare un Mad Max su una tribù di ragazzini in stile Goonies non rappresenta esattamente un tripudio di allineamento ai canoni della serie, quindi è anche comprensibile se i fan della saga lo condannano spesso senza riserve, alcuni arrivando addirittura a odiarlo.

A pesare sulla lavorazione film, è cosa nota, ancora più dei presumibili compromessi produttivi, fu la morte in un incidente d’elicottero del produttore trentatreenne Byron Kennedy, amico e collega di George Miller che aveva lavorato sull’intera serie e si stava occupando anche di questo terzo episodio. Dopo una comprensibile esitazione, Miller decise di andare avanti, trasformando le riprese in una sorta di processo catartico e dedicando il film all’amico, ma era in evidente difficoltà. Chiese anche aiuto al collega George Ogilvie, con cui aveva lavorato in TV e con il quale andò infatti a condividere la paternità registica del film, ed è facile immaginare che far convivere la situazione emotiva non facile, le difficoltà di lavorare ormai totalmente nelle mani degli studios e l’ambizione produttiva decisamente superiore al passato (con, per altro, un Mel Gibson ormai diventato stella di caratura mondiale), beh, fu un bel casino. Eppure nel film c’è molto di buono e, nonostante la deriva del secondo atto funzioni proprio poco, nel complesso ne viene fuori una chiusura azzeccata per la saga del Max originale.

Con uno stacco di parecchi anni rispetto agli eventi del secondo episodio e un atteggiamento dalle parti dello sticazzi in termini di continuità narrativa (basti pensare al ritorno dell’uomo volante), Mad Max oltre la sfera del tuono racconta del passo ancora successivo nell’evoluzione apocalittica ideata da George Miller. Il mondo è ormai un unico deserto sabbioso, in cui Max vaga abbandonato a se stesso a bordo di una carrozza di fortuna, con dei cammelli che trascinano la carcassa della sua auto un tempo gloriosa. L’umanità, però, sembra aver abbandonato almeno in parte la follia completa e degradante di un tempo e gli stessi folli criminali dai costumi variopinti appaiono in qualche modo addomesticati. Se la cosa da un lato è probabilmente figlia del dover ammorbidire i toni per inseguire un pubblico più ampio, dall’altro assume connotati tutto sommato sensati sul piano tematico. L’umanità di questo terzo Mad Max sta provando a rimettersi in piedi, a organizzarsi in piccole comunità che abbiano delle leggi, un ordine di qualche tipo. E proprio in una di queste comunità finisce Max, col suo solito atteggiamento da menefreghista totale che pensa solo al proprio tornaconto, pronto a stringere accordi che inevitabilmente finiranno male.

Bartertown, la metropoli del futuro.

Insomma, per i primi quarantacinque minuti, tutto sommato, il terzo Mad Max non delude, continua a raccontare di un futuro folle e perduto, ma nel quale l’umanità sta provando in una qualche maniera perversa a risollevarsi. Mel Gibson porta avanti il viaggio del suo antieroe in maniera coerente, ritrovando una figura già in parte “riumanizzata” nel secondo film e che qui arriverà a ricostruirsi definitivamente lo spirito, trovando perfino la voglia di sacrificarsi in maniera del tutto spontanea. E attraverso i suoi occhi si esplora un mondo ricoperto dalla sabbia australiana, pieno di spunti e idee fenomenali, che non a caso andranno a influenzare tantissima narrativa di genere. Miller descrive questo mondo assurdo sparando dettagli, personalità e carattere in ogni dove, giocandosi personaggi totalmente fuori di cozza, fra la governatrice di Tina Turner e l’assurdo Master Blaster, parlando di un’umanità che per trovare una qualche forma di speranza si immerge nella merda di maiale e in una versione distorta della spettacolarizzazione da TV all’americana. E trova pure il tempo di buttare lì accenni gustosi al passato della serie, che fanno sempre piacere.

Purtroppo, dopo il duello nel Thunderdome, che all’epoca era una roba fenomenale, anch’essa copiata in ogni dove e tutto sommato ancora oggi con parecchio da insegnare, scatta la deriva infantile. Max, esiliato nel deserto, s’imbatte in una comunità di poppanti che sembrano essere finiti nel film sbagliato e trasformano Mad Max in qualcosa di completamente diverso. Sulle prime, la cosa sembra anche funzionare, perché le idee non mancano, fra il linguaggio scombinato dei bambini, la bellissima scena in cui danno la loro interpretazione del passato il modo in cui si rapportano con oggetti ed elementi ereditati dal vecchio mondo, ma alla lunga si trasforma tutto in un cartone animato innocuo, dal quale solo ogni tanto emergono gli spunti cinici che avrebbero potuto farlo funzionare immensamente meglio (il poppante che ci lascia le penne… l’altro che regala l’unico “fuck” del film… l’adolescente insopportabile che si becca un pugno da Max… ). Ed è un peccato, perché in fondo, di nuovo, dal punto di vista tematico, l’idea della comunità di giovani che potrebbe dare speranza per il futuro, ha assolutamente senso e se deve esserci un modo per far recuperare definitivamente a Max l’umanità che aveva perduto nel primo film, beh, affidargli quel genere di responsabilità è quello giusto. Ma c’è proprio qualcosa che non funziona.

D’altra parte, è evidente che il film voleva rivolgersi a un target diverso rispetto a quello dei primi due, o perlomeno provare a dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Quel che ne viene fuori, però, è soprattutto un film per ragazzi. E intendiamoci, all’epoca, io, ragazzo, mi ci divertii un sacco, tant’è che svariate immagini me le ricordavo ancora come se le avessi viste ieri, senza contare che avercene, oggi, di film per ragazzi pensati e realizzati in questa maniera. Ma rimane il fatto che il vero Mad Max è probabilmente un’altra cosa. Comunque il film, per fortuna, si riprende abbastanza nei venti minuti finali, una sorta di rielaborazione in chiave Looney Tunes dell’assalto alla diligenza visto nel secondo episodio. Ovviamente non c’è la stessa forza brutale, ma è comunque azione spettacolare, girata alla maniera incredibile di George Miller, con stuntman che magari non si prendono motociclette in faccia ma fanno cose che oggi non si vedono più. E quel finale, con Max disposto al sacrificio, ma infine semplicemente mollato ad arrangiarsi fra le dune, mentre i bambini riescono a raggiungere lo spettro della metropoli che sognavano, è veramente perfetto. È una conclusione splendida, come lo sono state quelle dei primi due film, ed è in fondo la giusta chiusura per la trilogia originale e per il Max di Mel Gibson. Ora vediamo come va con Tom Hardy.

Sbaglierò, ma credo che sia l’episodio che più ho visto da bambino, banalmente per la frequenza con cui lo sparavano in televisione. Me lo sono rivisto qualche giorno fa, per la prima volta in lingua originale, e di nuovo è stato tutto un tripudio di attorcigliamenti linguistici da terra dei canguri. Ed è stato comunque un piacere. Perché, ehi, il peggior Mad Max guarda serenamente dall’alto verso il basso tanta, troppa roba che ci sorbiamo oggi.

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