Interceptor – Il guerriero della strada

Mad Max 2 (Australia, 1981)
di George Miller
con Mel Gibson, Bruce Spence, Vernon Wells, Kjell Nilsson

Cosa fai, dopo aver diretto un film d’esordio che ha mostrato a tutti il tuo talento e ha conquistato il mondo con incassi proporzionalmente da record, senza però riuscire a sfondare fino in fondo negli USA, anche a causa di bizzarrie distributive? Facile: schivi la proposta di dirigere Rambo, metti assieme qualche nuovo investitore, accetti due o tre compromessi che ti permetteranno di spendere molti più soldi e conquistare il mercato statunitense, rimetti la giacca di pelle addosso a un Mel Gibson che sta appena cominciando a diventare una stella e dirigi un’opera seconda che farà la storia. Mad Max 2, che in America diventa The Road Warrior proprio perché da quelle parti il primo film era desaparecido e dalle nostre parti si riaggancia invece all’adattamento dell’originale, è innanzitutto quella cosa lì: il film che ha definito un immaginario visivo e narrativo, che ha dettato le regole del futuro (post)apocalittico e con cui tutti, in ogni angolo del globo, hanno poi dovuto fare i conti. In questo, se vogliamo, nella capacità di inventare un modo di raccontare il futuro che diventerà semplicemente la regola, impressa a fuoco nell’immaginario collettivo, anche nelle teste di chi magari un Mad Max non l’ha mai visto, il secondo film di George Miller ha più o meno lo stesso impatto che qualche anno dopo avrebbe avuto Blade Runner. E che pochi altri possono vantare. E scusate se è poco.

L’impresa viene compiuta forse anche grazie alla scelta di realizzare un “seguito non seguito”. Il film si apre con un prologo che è un trionfo di sintesi perfetta, un mix di immagini di repertorio e sequenze dal primo film che racconta in due minuti il collasso della civiltà moderna, la nascita di un nuovo mondo senza speranza e la maniera in cui la storia di Max Rockatansky va a inserircisi. Il futuro disperato del Mad Max originale diventa quasi un paradiso, al confronto di queste terre desolate, desertiche, in cui non c’è ormai neanche più l’ombra di una società civile, solo un arrangiarsi vagando fra strade e sterpaglia, provando a recuperare quel poco che serve per sopravvivere. Acqua, cibo, carburante, magari qualche proiettile per difendersi. Se il primo film si concludeva con un Max completamente affondato nella disperazione, il secondo si apre con un mondo che ha seguito lo stesso processo, ha raggiunto Max, l’ha superato e gli fa ora mangiare la polvere mentre lo osserva nello specchietto.

E in questo senso è fenomenale la concezione degli antagonisti di turno, sorta di versione in negativo, deviata, distorta e corrotta del corpo di polizia cui appartenevano i protagonisti del primo film e che hanno finito per cedere al mondo là fuori come e più dello stesso Max. Non stupisce che nell’idea originale Humungus, il capo deforme dei pazzi criminali che tormentano la comunità di sopravvissuti, dovesse essere Goose, l’amico di Max finito bruciato vivo per mano dei motociclisti nel primo episodio. Si decise di non fare così, sempre nell’ottica di creare un seguito il più indipendente (e vendibile ovunque) possibile, ma le tracce di quello spunto rimangono fin troppo evidenti nella caratterizzazione visiva della “pattuglia” e, soprattutto, nel modo inquietante in cui Humungus trascorre tutto il tempo declamando ininterrottamente al megafono ordini, richieste, proposte e, per il whaddafuck, un poema di Goethe. Guardando i due film a stretto giro di tempo, è impossibile non farsi venire in mente l’incessante ciarlare della radio della polizia nel primo episodio.

C’ha anche il pistolone!

Insomma, con Mad Max 2 il personaggio e il suo mondo compiono un balzo in avanti di svariati anni luce, figlio di un budget ampliato che permette a George Miller di far sbocciare definitivamente la sua visione del futuro surreale, allegorica, disperata, esagitata e sostanzialmente fuori di cozza, che comunque era presente già in larga misura nel primo film. È tutto solo e unicamente deserto, dentro, fuori, attorno alle persone, con pochi scampoli di umanità per lo più barbara e violenta a punteggiare uno scenario desolato. Dal punto di vista dell’immaginario visivo ne viene fuori un film fenomenale, con una fotografia che ritrae in maniera pazzesca i paesaggi australiani (che, per carità, aiutano), un budget corposo investito soprattutto nella creazione della piccola roccaforte in cui si rifugiano i “buoni” di turno (e nell’esplosione finale della stessa) e un design estetico dei cattivi che parte definitivamente per la tangente, estremizzando la caratterizzazione fortemente sessuale che già avevano nel primo film e tirando fuori bande di schizzati selvaggi, completamente pazzi dentro e fuori, caricature inquietanti che tormentano gli incubi dei pochi sopravvissuti ancora sani di mente.

La carica brutale e l’atmosfera disperata che chiudevano il primo film tornano per tutta la parte iniziale, soprattutto nel modo in cui vengono mostrati in azione dei cattivi che, ancora una volta, si dedicano alla distruzione sistematica, fisica, sessuale, mentale, di chiunque capiti loro davanti, e in una certa misura torna anche la scarsa attenzione per la vita della gente messa davanti alla cinepresa. Presumibilmente, vista la produzione più “grossa”, le riprese si fanno meno ruspanti, ma questo non impedisce a uno stuntman in volo di beccarsi una macchina sparata sulle gambe e rimanerci quasi secco. E ovviamente, anche questa volta, Miller tira un sospiro di sollievo e poi infila la sequenza nel film. Perché, ehi, è venuta una meraviglia. Ma il vero macello di auto, lamiere, carne ed esplosioni arriva solo nel finale, non prima di aver lasciato spazio a un film dall’atmosfera unica, che immerge nella polvere di un mondo allucinato quella che, di fatto, è la più classica delle storie western (con un pizzico di Iliade, che non fa mai male).

Max è l’eroe che non ha nessuna voglia di esserlo, un uomo abbandonato a se stesso, vagabondo silenzioso (sedici battute in tutto il film!) interessato solo al proprio tornaconto, ovvia evoluzione del personaggio che avevamo abbandonato nel primo film. Si porta perfino dietro la giacca strappata e la gamba ferita, a dettare una continuità estetica che accontenta il fan e definisce un personaggio intrigante senza dover spiegare nulla, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Disilluso e disinteressato, vaga col suo cane al fianco in una terra di frontiera inesplorata, nel nuovo mondo generato dalla fine del precedente, e si ritrova alle prese con una comunità di sopravvissuti costruita attorno a un’oasi di petrolio (ormai ben più importante dell’acqua). Il loro rapporto si sviluppa all’insegna dell’opportunismo e solo in una seconda misura diventa qualcosa in più, con un eroe che pian piano ritrova l’anima che s’era perso per strada e, non avendo davvero più nulla da perdere, decide di aiutare realmente chi ne ha bisogno, finendo tra l’altro preso per il culo proprio dalle persone a cui sta dando una mano.

Bethesda ringrazia.

Semplice, asciutto, sempre dritto per la sua strada, il secondo Mad Max racconta in fondo un avvio di rinascita, il sorgere della speranza in un mondo che sembrava averla persa del tutto, attraverso il sogno di salvezza della comunità di sopravvissuti ma anche nel modo in cui fa tornare alla luce lo spirito del protagonista dopo averlo sbriciolato. È un viaggio che giungerà a compimento nel terzo, problematico, ma forse troppo insultato film e che qui raggiunge l’apice grazie a una meravigliosa gestione dei tempi, all’impressionante capacità evocativa e a venti minuti finali che fanno semplicemente spavento. Quell’inseguimento lì, quel lungo assalto alla diligenza fatto di carne, metallo, piombo, fuoco e sangue, è una fra le cose più enormi di tutti gli anni Ottanta, un tripudio di velocità e spettacolo girato da un regista in forma strepitosa, invecchiato come un buon vino e capace di guardare dall’alto in basso l’azione della maggior parte dei blockbuster moderni. E, pure qui, scusate se è poco.

Me lo sono rivisto qualche giorno fa, per la prima volta nello splendore di una lingua originale tutta hoy e mate, ed è stato bellissimo come la prima volta. No, OK, non come la prima volta, perché la verità è che ritrovarsi davanti a questa roba qua, per la prima volta, da bambino, con la testa tarata sugli anni Ottanta, quindi davvero capace di farsi travolgere dall’azione sfrenata di quel finale, beh, mamma mia, che roba, che fu. Epperò ancora oggi buttalo, eh.

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