Interceptor

Mad Max (Australia, 1979)
di George Miller
con Mel Gibson, Joanne Samuel, Hugh Keays-Byrne, Steve Bisley

La scorsa settimana ho avuto la fortuna di potermi infilare in una bella sala cinematografica e guardarmi per la prima volta sul grande schermo il Mad Max originale. Era la miliardesima volta che lo guardavo, ma la prima in lingua originale e in sala, a tanti anni di distanza dall’ultima occasione in cui avevo posato gli occhi sul film. È stato strano, bellissimo, un po’ assurdo, perché in un certo senso era come guardarlo per la prima volta, non solo a causa delle modalità diverse da quelle a cui ero abituato, per il modo in cui sfrecciare su quelle su quelle strade sotto lo schermo gigante ti riempie gli occhi d’asfalto e ti fa battere il cuore a mille. C’era anche la banalità dello sguardo nettamente più adulto con cui mi ci avvicinavo, dei centomila altri film visti nel frattempo, del modo in cui Max è diventato nel frattempo una figura che va ben oltre il suo semplice ruolo nel singolo film. E il risultato è che mi è sembrato di stare davanti alla classica storia di origini da film di supereroi, all’ennesimo reboot di Spider-Man, a uno di quei film che trascorri dall’inizio alla fine chiedendoti quando finalmente farà il favore di mostrarsi il personaggio venduto sulla locandina e nel titolo.

Del resto, stiamo parlando di un personaggio che poi, col seguito, sarebbe diventato icona stampata a fuoco nella capoccia del me bambino e avrebbe definito un certo tipo di immaginario nei secoli dei secoli, andando a influenzare cinema, videogiochi, cartoni animati e praticamente qualsiasi altra cosa. Ed è quindi anche per questo che, a riguardarlo oggi, Interceptor fa un effetto un po’ particolare, in una sorta di inevitabile corto circuito temporale. Anche perché alla fin fine è veramente la classica storia di origini, che mostra un percorso di trasformazione lungo il quale Max Rockatansky pian piano cede sempre più e si trasforma in Mad Max, pronto a cavalcare a bordo della sua auto in via d’estinzione fra le strade del deserto australiano. Ci vuole quasi tutto il film, prima di vederlo entrare realmente in azione e scoprire cosa sia davvero il Max matto (o magari semplicemente incazzato) a cui fa riferimento il titolo. Ma ne vale la pena.

E il viaggio comunque merita.

Mad Max è il classico film messo assieme con un budget da scappati di casa, in cui una banda di amiconi squinternati mette sul piatto tutta la voglia di sfondare divertendosi al cinema con quel che amano. C’è l’energia delle opere d’esordio realizzate mettendocela tutta, riuscendo ad esprimere talento cristallino, forza vitale, ingegno e divertimento puro nonostante i limiti, anche a costo di rischiare la pelle, come testimonia quella scena, ovviamente conservata da George Miller nel montaggio finale, in cui uno stuntman si becca una motocicletta sparata a mille dritta sulla capoccia. Chissà, magari l’ha soccorso proprio lui: del resto l’idea del film esplode nella testa di Miller di fronte alla valanga di incidentati con cui si trova a che fare lavorando come medico in un pronto soccorso a Sydney. Il futuro distopico che fa da sfondo all’azione, invece, attinge alle conseguenze osservate sulle strade australiane durante la crisi energetica del 1973. E poi, certo, anche al fatto che, in linea di massima, se vuoi raccontare una storia basata su gente matta che si schianta fortissimo in automobile, ambientarla in un futuro tutto matto e disperato aiuta a farla funzionare.

E che futuro! Da un lato, sostanzialmente, il mondo di Mad Max non è altro che l’Australia degli anni Settanta, con le sue strade infinite che si perdono in mezzo al deserto e i suoi paesaggi favolosi. Dall’altro, Miller e compagni cavano il sangue dalle rape e riescono a dipingere con due pennellate un mondo completamente folle, che non ha magari l’ambizione immaginifica di quel che arriverà nel seguito, ma già la fa intravedere fra le righe. In buona sostanza quel che viene mostrato è un luogo preda della desolazione e della follia, in cui bande di criminali sono totalmente scatenate per le strade ed è stata costituita una brutale forza di polizia motorizzata nel tentativo di tenerle a bada. Aggiungiamoci giacche di pelle in ogni dove, caratterizzazioni sopra le righe, cattivi assurdi, super effeminati, già di grande personalità nell’estetica, anche se non ai livelli di quel che arriverà poi, e una radio che vomita ordini ininterrottamente con il suo tono piatto, straniante: il futuro folle è servito. Da lì è tutto in discesa, ed è una discesa piena di macchine che si schiantano fortissimo.

In questo mondo folle si segue la semplice, anche banale, storia di Max Rockatansky. In mezzo a una banda di poliziotti abbastanza squilibrati, lui è tutto sommato quello che se la passa meglio: duro come la sella di un cosacco, certo, ma sereno nella testa e con una famiglia a casa che lo aspetta. Proprio quando sente di stare cedendo al fascino della strada, di stare iniziando ad assomigliare ai criminali che insegue, bande di motociclisti sempre pronti a stuprare qualsiasi cosa passi loro davanti, Max cerca di fuggire dalla sua vita di violenza, ma ne finisce inseguito e sepolto. A quel punto, dopo una propedeutica seduta di riflessione sui propri peccati in riva all’oceano, Rockatansky muore e rimane solo un una giacca di pelle al volante in cerca di vendetta. Regolare, no? Praticamente è il Punitore a duecento chilometri all’ora fra i canguri, girato con un manico pazzesco nel far sfrecciare sull’asfalto e degli stunt che oggi le compagnie d’assicurazione ti permettono solo se usi maestranze indonesiane. Tanto amore verrà premiato – nonostante una distribuzione americana quasi inesistente – con incassi esagerati a livello mondiale, al punto di proiettare il film in vetta alla classifica del miglior rapporto fra investimento e incassi di sempre e farcelo rimanere fino all’uscita di The Blair Witch Project. Giusto così.

E il premio sale.

Mad Max, rivisto nel 2015, è un film bizzarro, fuori dal tempo in mille modi diversi. Ha un ritmo un po’ passé, che oggi, drogati dall’azione cocainomane moderna, può farlo sembrare addirittura lento, nonostante all’epoca avesse l’effetto di trecento cazzotti scagliati fortissimi sulle gengive. Ha la carica brutale dei due decenni tra cui fa da ponte e racconta quanto di più lontano possa esserci da una figura eroica. Max è ingranaggio di un mondo andato gambe all’aria: potrebbe essere un eroe e certo inizia come figura più limpida del film, ma viene sconfitto dal mondo, prova a fuggirne, ne finisce fatto a pezzi e diventa il più schizzato tutti, finendo per trovare una vendetta che non lascia addosso la minima sensazione di catarsi, anzi, si chiude sull’immagine di un uomo sconfitto e vuoto. E alla fine il bello di Mad Max sta anche e soprattutto lì, in quel tono disperato, sfiancante e allucinato che lo percorre dall’inizio alla fine e che lo rende irresistibile nonostante la sua natura sconclusionata, squattrinata, invecchiatissima e nonostante, sì, i momenti romantici onestamente inguardabili, per quanto necessari nel descrivere il percorso del protagonista. E poi c’è quel finale.

James Wan ringrazia.

Come dicevo, me lo sono sparato al cinema la scorsa settimana, per la prima volta in vita mia sul grande schermo e in lingua originale, dopo averlo visto e rivisto centomila volte da piccino, quando probabilmente non avevo l’età adatta per farlo. In originale il film è un tripudio di accenti ed espressioni australiane che, per come la vedo io, fa parecchio parte del suo fascino. Gli americani dell’epoca non erano troppo d’accordo, considerando che lo doppiarono.

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