American Horror Story: Coven

American Horror Story: Coven (USA, 2013/2014)
creato da Ryan Murphy e Brad Falchuk
con Jessica Lange, Sarah Paulson, Taissa Farmiga, Kathy Bates, Angela Bassett, Evan Peters, Emma Roberts, Frances Conroy, Lily Rabe, Danny Huston, Denis O’Hare

Rispetto alle due precedenti stagioni, American Horror Story: Coven sceglie un approccio abbastanza diverso, meno casinista nel mescolare centomila cose assieme accazzodecane, più lineare nel dedicarsi solo ed esclusivamente al suo argomento principale. Poi, certo, quell’argomento principale lo tratta facendo un gran pastrocchio, altrimenti non sarebbe American Horror Story: streghe bianche e streghe di colore, vudù e zombi, resurrezioni stile Frankenstein e misticismi d’accatto, cacciatori di streghe corporativi e donne capaci di diventare streghe senza esserlo per davvero. C’è di tutto e di più, la qualunque a tema stregoneria, ma ci si limita appunto a quel campo da gioco, tolta l’eccezione del serial killer di passaggio che ha la sfortuna di finire coinvolto nelle vicende dell’allegra famigliola.

Si parla insomma di streghe, raccontando le vicende di una congregazione centenaria alle prese con un punto di svolta drammatico nella loro storia, e lo si fa abbracciando in maniera ancora più aperta il tono smaccatamente “easy” che già a tratti emergeva nelle due precedenti stagioni. Di horror, ormai, c’è quasi solo la facciata: la sempre inquietante sigla iniziale, due o tre immagini sanamente creepy che emergono di qua e di là, qualche ettolitro di sangue e in generale il farsi pochi problemi a trattare tematiche un po’ scomode. Ma l’inquietudine non è esattamente di casa, come del resto è forse anche inevitabile quando metti al centro delle vicende un gruppo di adolescenti squinternate che si tirano i capelli a vicenda per conquistare il ruolo di reginetta del ballo.

In un certo senso siamo in zona Buffy, in quell’area da horror all’acqua di rose che lo stesso True Blood è andato ad occupare di prepotenza dopo un paio di stagioni e che in fondo, per certi versi, ha sempre fatto parte dell’anima di American Horror Story. La maschera viene forse gettata definitivamente sull’assalto degli zombi risolto a botte di motosega, ma è un po’ tutta la stagione a seguire questi binari pazzerelli e, come al solito, il divertimento si piazza su quel labile confine che separa la fase “Sì, ancora, apri a mille, spara tutto” da quella “OK, qua si è andati troppo oltre”. Con Stevie Nicks, forse, si va un po’ oltre, ma per il resto siam sempre lì: American Horror Story è un tripudio scemotto e ben poco spaventoso di sangue, romanticismo caramelloso e idiozia, che funziona solo se si sta al gioco. E se si sta al gioco, in mezzo al paciugo, si trovano un po’ di idee fenomenali (quanto è bella la satira del tira e molla con cui madame LaLaurie non si pente, poi si pente, poi si pente di essersi pentita, poi addirittura mostra orgoglio?), parecchie risate e un branco di attrici fuori misura, con Jessicona Lange a guidare il branco ma Angela Basset e Kathy Bates a risponderle per le rime. E poi c’è quell’idea di base della regina condannata a morte, senza poterci fare nulla nonostante viva in un contesto nel quale praticamente chiunque muore e resuscita con uno schiocco di dita, che è un po’ sbalestrata e forse non funziona dall’inizio alla fine, ma quando ingrana colpisce per davvero. Insomma, non m’ha affascinato come alla seconda annata e non m’ha allucinato come alla prima, ma per me anche al terzo giro è stato un piacere.

Lo guardo su Netflix, con la calma che è propria di Netflix. Quindi, per la quarta stagione, mi tocca aspettare innanzitutto ottobre, e poi il momento in cui avrò voglia di guardarla. Cose che capitano.

2 pensieri riguardo “American Horror Story: Coven”

  1. Io per larghi tratti sono riuscito a tenere e a entrarci in sintonia, gradendo anche il tono, sebbene non fosse il mio preferito tra quelli che AHS ha dimostrato di saper toccare, però verso 3/4 si è proprio spanato l'interesse, arrivando in fondo che praticamente non me frega più una cippa.

    La quarta, pure, per quanto più in linea con il tiro delle prime due e con una valanga di begli spunti, sfagiola, non rivelandosi all'altezza del suo potenziale. Ma val benissimo gli alti, i bassi e il disappunto generale anche solo per gustarsi un Chiklis stra-finito da manuale

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