1981: Indagine a New York

A Most Violent Year (USA, 2014)
di J.C. Chandor
con Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo

Nel 1981, New York City dovette affrontare quello che le statistiche stabilirono essere l’anno più violento nella storia della città, grazie alla bellezza di 1841 omicidi. Il senno di poi ci dice che quel record durò poco, dato che il tasso di violenza continuò a crescere in maniera ininterrotta fino al 1991, ma tant’è, vai a raccontare a un newyorchese del 1981 di non lamentarsi perché poi le cose andranno peggio. Da questo dato statistico nasce il titolo dell’ultimo film di J.C. Chandor, regista parecchio apprezzato da queste parti grazie agli ottimi Margin Call e All Is Lost, che con questa sua terza opera si conferma autore interessante, estremamente versatile e dalla notevolissima personalità, capace di emergere anche quando, come in questo caso, si impegna soprattutto ad omaggiare i grandi classici del passato e realizzare un film come non se ne fanno più.

A Most Violent Year è infatti sotto molti punti di vista una sorta d’esercizio di stile, un tentativo riuscitissimo di realizzare un film che pare uscito per direttissima da un’epoca ormai svanita dell’Hollywood che conta. Il suo fascino tutto particolare arriva in larga misura proprio da questo approccio riverente, magari a tratti troppo innamorato del proprio classicismo, ma che comunque non scivola mai in ammiccamenti forzati. Nonostante questa natura un po’ retrò, chiaramente resa ancora più forte dal contesto narrativo, dall’ambientazione d’epoca sottolineata a botte di abiti e pettinature, Chandor riesce però a imprimere sul racconto una personalità unica e fortissima. Lo fa grazie alla pazzesca ricerca visiva, al taglio funereo che la fotografia imprime su tutto il film, alla forza espressiva che emerge nell’utilizzo di ogni singola location e alla capacità di padroneggiare temi alti e raccontarli senza ipotizzare un pubblico di storditi da imboccare col cucchiaino.

Quella di Chandor è una New York viva, ma moribonda, preda di una decadenza morale a cui il suo protagonista cerca strenuamente di opporsi, ritrovandosi però costretto a scendere sempre più a patti con la realtà. Ne viene fuori un film strano, dal ritmo letargico ma bizzarramente ipnotico, una sorta di thriller placido che a tratti si risveglia con due o tre sequenze dalla potenza e dalla tensione fuori scala. E tutto ruota chiaramente attorno all’incredibile bravura di Oscar Isaac, che ancora una volta prende possesso di un film e lo domina dall’inizio alla fine, in ogni momento, in scene clou come quel fantastico monologo ai dipendenti ma anche in momenti più piccoli e apparentemente insignificanti. A Most Violent Year è soprattutto suo, nonostante il resto del cast esprima comunque il magnetismo delle grandi occasioni, ed è anche e soprattutto per godersi un’altra notevole performance di uno fra i migliori attori sulla piazza che bisognerebbe gustarselo. In attesa che jedi e mutanti riescano a donargli l’attenzione che meriterebbe ormai da un po’.

Uscito in America a fine 2014, probabilmente nel tentativo fallimentare di inseguire qualche Oscar, A Most Violent Year si è poi girato un po’ tutti i paesi che contano ma sembra proprio non avere intenzione di graziare con la sua presenza i cinema italiani. Regolatevi di conseguenza, se non l’avete ancora fatto.

Scribe

Scribe (USA, 2014)
di Bob Ryan 

Bob Ryan è un giornalista sportivo americano, nato a Trenton, nel New Jersey, poco meno di settant’anni fa. In pensione dal 2012, continua a manifestarsi saltuariamente su riviste, quotidiani e trasmissioni televisive assortite, forte della sua esperienza enciclopedica, del suo bagaglio da storico dello sport e della sua profonda conoscenza di pallacanestro, baseball, varie ed eventuali. E io so a malapena chi sia. Sicuramente mi sarà capitato di vederlo apparire in qualche trasmissione televisiva americana o di leggere qualche suo articolo in giro per l’internet, ma da qui a conoscerne realmente il nome ci passa il fatto, presumo, di vivere dall’altra parte del pianeta. Epperò, qualche tempo fa ho ascoltato un episodio del B.S. Report di Bill Simmons in cui era ospite, chiacchierava dell’evoluzione del giornalismo nel corso dei decenni e, ovviamente, promuoveva il suo nuovo libro. Conseguenza? Ho comprato il libro. Ho fatto bene? Ho fatto bene.

Scribe è il classico libro da giornalista sportivo che si guarda alle spalle e ripercorre la propria vita, la sua carriera, le mille esperienze, cercando di utilizzarle come pretesto per parlare delle diverse epoche che ha attraversato. Ne vengono fuori oltre trecento pagine scorrevoli, affascinanti, in cui si percepiscono chiaramente il suo amore per lo sport e la passione, il rispetto, l’attaccamento alla professione cui ha scelto di dedicarsi. Ryan salta di qua e di là, raccontando gli inizi della sua carriera e i legami stretti con i campioni del passato in un periodo nel quale l’accesso agli atleti era vissuto in maniera totalmente diversa rispetto a oggi, andando a percorrere un po’ tutta l’evoluzione del mestiere di giornalista sportivo dagli anni Sessanta a internet.

Nel farlo, racconta aneddoti deliziosi, ricorda i suoi rapporti – non sempre e non necessariamente amichevoli – con la gente di cui parlava come “columnist” e butta lì riflessioni, opinioni, approfondimenti su tanti avvenimenti sportivi ormai storici, oltre che su qualche argomento anche più di attualità, tipo la carriera in divenire del caro Lebron. Chiaramente, a leggerlo da questa parte dell’oceano, è difficile cogliere tutta una serie di riferimenti al giornalismo sportivo americano, ma rimane comunque il fascino di leggerli raccontati, al di là del fatto che per la maggior parte del libro Ryan parla soprattutto degli sport che ama. Poi, certo, bisogna essere interessati perlomeno a quegli sport, ma insomma, mi pare anche il minimo. Consigliato, assolutamente, a chi ama lo sport americano e anche a chi ama un certo tipo di giornalismo.

Il libro è disponibile solo in lingua inglese e dubito ci sia una anche vaga possibilità di vederlo tradotto in italiano. Magari sbaglio, eh. Vai a sapere. lo si trova comunque su Amazon in un po’ tutte le forme: cartonato, brossurato, Kindle, perfino audiolibro!

You’re the Worst – Stagione 1

You’re the Worst – Season 1 (USA, 2014)
creato da Stephen Falk
con Chris Geere, Aya Cash, Desmin Borges, Kether Donohue

In casa San Maderna vige la malsana abitudine di guardare due serie in parallelo. Una con gli episodi lunghi, una con gli episodi brevi. Uso questa distinzione perché stare ancora a dividere fra “drama” e “comedy” sulla base della durata quando esistono cose totalmente trasversali come Orange is the New Black, Transparent, Girls e Louie in entrambe le “fasce” mi sembra sempre più assurdo e perché la sostanza comunque è quella: “Guardiamo una roba breve o una roba lunga?”. Si guardano poche cose seguendo i ritmi della trasmissione televisiva, qua, giusto le serie Marvel e quella lì degli zombi, e non so neanche bene per quale motivo. Il resto è “Voglio la stagione completa, poi ci penso io”. E se ne guardano due in parallelo, secondo quel metodo lì, procedendo un po’ come capita. Senza sgarrare, eh. Siamo gente con grossi problemi, viviamo dominati dagli excel. In questo contesto, qualche tempo fa, dopo aver prosciugato tutte le stagioni di 30 Rock a botte di Netflix, ci siamo messi a guardare You’re the Worst, ispirati dal fatto che praticamente chiunque sull’internet ne parlava come del secondo avvento della sitcom. E, in linea di massima, aveva ragione.

Come mai? Beh, per ragioni molto semplici. Intanto perché ha un cast perfetto, con quattro protagonisti azzeccatissimi, dal carisma infinito e che soprattutto nell’incredibile intesa fra i due personaggi principali trova gran parte della sua fortuna. Poi c’è il fatto che riesce nel miracolo di evitare quasi interamente l’avvio un po’ impacciato che caratterizza quasi tutte le sitcom impegnate a prendere totale dimestichezza con personaggi, situazioni e tormentoni che possono funzionare. Certo, l’episodio pilota è ben lontano dall’essere il migliore della stagione, ma è già un gioiello che riassume alla grande il mix di cattiveria, scorrettezza, tenerezza e profondità nel caratterizzare personaggi, situazioni e rapporti. E la stronzaggine dei suoi protagonisti. Perché poi il fascino di You’re the Worst sta anche e soprattutto lì, in quel mix assurdo e assurdamente realistico che riesce a creare grazie al suo essere, in buona sostanza, la commedia romantica di FX, quindi del canale che basa gran parte del suo successo su sangue e merda.

Ma soprattutto, You’re the Worst è una sitcom che riesce ad essere una sitcom fregandosene di essere una sitcom. Non sono sicuro che questa cosa abbia senso, ma il punto è che Stephen Falk ha preso un po’ tutti i cliché del genere, li ha appallottolati, ne ha conservati un paio rigirandoseli come voleva e ha buttato tutto il resto nella tazza del cesso. Di solito, le sitcom basano i loro intrecci amorosi o sull’eterno dubbio “Si decideranno?” o sull’impossibilità di mantenere le cose interessanti dopo che si son decisi e la necessità di sfasciare quindi tutto. E invece You’re the Worst ha il coraggio di levarsi i dubbi dalle scatole dopo pochi minuti e mettere in piedi una serie in cui – pazzesco – una storia riesce a risultare interessante anche dopo che una coppia si è formata. Ne viene fuori una creatura adorabile, un trionfo di cattiveria e acidità sotto cui si nasconde una storia d’amore dolce e con tante cose da dire, oltre che raccontata con grandissima padronanza tanto dei tempi comici quanto degli sviluppi sentimentali. Ed è  scritta in una maniera incredibile, tanto nelle gag acide quanto nei momenti più seriosi. E quell’incertezza di sguardi su cui si conclude la prima stagione è fantastica.

Trasmesso in America l’anno scorso, è stato rinnovato per una seconda stagione, anche se spostato su FFX, che è un po’ il fratello scemo del network principale. Non mi risulta essere ancora prevista una trasmissione dalle nostre parti ma chissà, magari, vai a sapere. Fun fact: di recente mi sono reso conto che Chris Geere mi ricorda  un sacco John Ingle di Inkle Studios. È stato complicato intervistarlo alla GDC senza pensare a quel che combina in TV.

Lo spam della domenica mattina: Indiez

Settimana piena di roba scritta su giochi indie o giù di lì, questa. Su IGN ho blaterato di Technobabylon, Titan Souls, Toren e Not a Hero, oltre a tirar fuori il Rewind Theater sul nuovo trailer di Ant-Man e quello del secondo trailer di Star Wars: Il risveglio della forza. Questi ultimi due non sono roba indie ma fa lo stesso. Su Outcast, invece, un po’ di solita roba: il nuovo Podcast del Tentacolo Viola, il nuovo Outcast Popcorn e l’Old! dedicato all’aprile del 1995.

Fra un paio di giorni, invece, usciamo il nuovo Outcast Magazine.

La robbaccia del sabato mattina: Cose strane

Questa settimana che va a concludersi ha visto il pianeta gasarsi guardando Daredevil tutto in botta, ma io sono vecchio e imborghesito e sto a malapena a metà stagione. E che ci vogliamo fare, gira così. In compenso, fin dove sono arrivato mi sembra davvero notevole, cosa che per altro mi alza l’asticella di speranze e convinzioni nei confronti di AKA Jessica Jones, operazione non semplicissima ma dal gran potenziale, ispirata a un fumetto strepitoso come Alias. Qua c’è qualche foto, fra l’altro. Dai, son belle cose. Passiamo al trailer dello spoiler

E insomma, a quanto pare in Terminator: Genisys, oltre a dei problemi di spelling, c’è una svolta abbastanza particolare, su cui è basato questo intero trailer. Ora, senza entrare nei dettagli, l’idea che mi sono fatto è che sia un po’ tipo la faccenda di Arnie buono in Terminator 2, che a guardare il film è palesemente pensata da Cameron come colpo di scena da svelare dopo una mezz’oretta, ma che tutti i trailer e il materiale promozionale dell’epoca mostrarono senza la minima vergogna. Sbaglierò, eh, ma mi aspetto che alla fin fine sia una situazione simile. E, capiamoci, secondo me è un peccato oggi come lo fu allora. Ma insomma, whatever. Il film, comunque, mi sembra un po’ cretino.

Poi c’è questo, il secondo teaser trailer di Star Wars: Il risveglio della forza. Ebbene, al contrario di quanto avvenuto col primo, che un po’ mi aveva emozionato, qui il tasso di gasamento m’è andato sotto zero. Sarà magari perché è troppo basato solo ed esclusivamente sull’omaggiare il passato e riproporre personaggi, situazioni, perfino inquadrature che vengono dalla vecchia trilogia, così i fan si placano? Vai a sapere. O magari è solo perché in quell’inquadratura finale c’ho visto il solito Harrison Ford svogliato e stanco degli ultimi vent’anni, quello che ci mette la passione di un Giorgio Mastrota che fa televendite. Boh, continuo ad essere convinto che sarà un bel film, ma ‘sto trailer, con me, non ha funzionato proprio per nulla.

Il secondo trailer di Ant-Man, in cui si vede molta più azione, anche in miniatura, e fa il suo esordio il cattivone. La mia impressione? Sarà un film Marvel piuttosto standard, senza magari i guizzi che hanno avuto le ultime uscite, ma dignitoso, divertente e con comunque qualche spunto visivo interessante quando si mette a giocare con il punto di vista da formica. Vedremo.

Un lungo trailer di Mad Max: Fury Road che in realtà è una botta di amarcord dedicata ai vecchi episodi della serie. Qua si sta iniziando a giocare un po’ troppo coi sentimenti. Occhio, Giorgino. Occhio. Finisce male. Facciamo molta attenzione.

Il teaser trailer di Batman vs. Superman: Dawn of Justice, che han buttato fuori in anticipo dopo che si era – MA CHE STRANO – manifestato online sotto forma di video del telefono di un buontempone. E insomma, come mi sembra il trailerino del film scemo con il pipistrello e il tonto diretto da quel cretino di Zack Snyder? Boh, è tutto scuro, si sparano le pose, si dicono le cose brutte, si fanno brutto. E, prevedibilmente, il fatto che Superman ha raso al suolo una città viene sfruttato come spunto per parlare di gente presa male. Che dire, paradossalmente, m’ha quasi gasato più questo di quello là in cima col vecchio che fissa i lavori in corso. Si fa per dire, intendiamoci, but still.

La serie TV di Scream, che ovviamente fa tutti i suoi meta-giochetti parlando di televisione, serialità e via dicendo. Non dovrebbe essere particolarmente legata ai film, e di certo la maschera è diversa, ma in realtà stanno evitando di svelare troppo, quindi vai a sapere. Boh, per carità, un po’ di curiosità me la mette, ma faccio fatica ad essere fiducioso.

La quarta puntata di Daredevil è bella bella bella.

The Guest

Qualche tempo fa, per la precisione a fine dicembre, m’è spuntato The Guest sui vari servizi di streaming online da cui mi abbevero. Servizi legali, non fate i furbetti che ridono dietro i baffi. A cui accedo facendo le cose buffe con l’IP, certo, but still. E poi comunque vivo in Francia, qua Netflix è arrivato, quindi mi sento un po’ meno in colpa. Non che prima mi sentissi in colpa, perché pago, ma insomma. Comunque, sto divagando. Dicevo: a dicembre m’è spuntato The Guest ed era un film che attendevo abbastanza con la bava alla bocca. Voglio dire, era la nuova opera del regista di quella bomba di You’re Next e sui siti che contano ne avevano già parlato benissimo, quindi ero abbastanza carico. Non sembrava essere destinato ad arrivare nei cinema francesi in tempi brevi, nonostante – come noto – in Francia esca al cinema praticamente qualsiasi cosa preveda delle immagini su uno schermo, e allora m’è sembrato inutile aspettare e ho proceduto alla visione. OK che, potendo, preferisco il grande schermo, ma insomma, c’è un limite a tutto.

In linea di massima, però, ultimamente, prima di scrivere di un film, provo a capire se e quando arriverà in Italia. Così, per fare servizio utile. E siccome You’re Next in Italia c’è arrivato, pure piuttosto in fretta, ho voluto crederci. Ho voluto crederci talmente tanto che son passati quattro mesi e ancora nulla. A fine febbraio m’è girata di parlarne nel Podcast del Tentacolo Viola e mi sono reso conto che parlare di The Guest è un discreto casino, da un lato perché si tratta di un film completamente assurdo, dall’altro perché il modo in cui si sviluppa prevede una serie di svolte se vogliamo anche un po’ prevedibili, ma che comunque è divertente gustarsi davanti allo schermo. E quindi mi sono un po’ incartato, andando avanti per qualche minuto solo a dire “ficata… rosa… Carpenter… Dan Stevens… Maika Monroe… ficata… rosa… fucsia… rosa… zucche… Halloween… ” e cose del genere. Immagino il messaggio principale, vale a dire il consiglio di recuperarlo, credo sia comunque passato, ma tant’è, non so se sono riuscito a spiegarmi.

Son quasi passati altri due mesi, continuo a non avere notizie su un’eventuale distribuzione italiana, oggi non avevo nulla di particolarmente attuale su cui scrivere, IMDB mi segnala che il film sta uscendo sul mercato dell’home video di un po’ tutta Europa e, insomma, sai che è? Proviamo a vedere se riesco a scrivere qualcosa di coerente per spiegare come mai bisogna correre a guardarsi anche The Guest, se non lo si è già fatto. Che cos’è The Guest? È il nuovo film del regista di You’re Next, e se non basta questa, come argomentazione, siamo un po’ meno amici di prima. Ed è un film che da un certo punto di vista è concettualmente simile a You’re Next, nel senso che anche qui Wingard e il suo amicone sceneggiatore Simon Barrett hanno voluto mescolare un paio di cose diverse. Per la precisione, The Guest è una specie di mix fra Halloween e Terminator, virato al fuxia e con il tizio biondo, giovane e fico di Downton Abbey come protagonista. Ganzo, no? Aggiungiamoci però anche un gran bel gusto nel mescolare assieme i generi, rielaborarli e omaggiarli apertamente, senza inventare nulla di nuovo, per carità, ma anche senza risultare stucchevole, anzi, avvolgendo grazie a una mareggiata di amore sincero e che non si nasconde dietro un dito.

Ecco, The Guest è soprattutto questa roba che ho descritto qua sopra, ammesso e non concesso che tale descrizione abbia un senso. Il riferimento principale, talmente ovvio da risultare quasi urlato, è Halloween, e lo è non solo in alcuni elementi della storia e nel taglio da slasher che per ampi tratti il film assume, ma anche nel setting e, banalmente, nel fatto che non credo ci sia una singola inquadratura in tutto il film priva di zucche. Sul serio, dovunque ti giri c’è almeno una zucca. Sembra di aver accettato un qualche patto col diavolo (o con il Soros di Ualone, per chi sa cosa intendo), in base a cui ti toccherà vedere zucche sullo schermo per il resto dei tuoi giorni. La prima volta che ti metti a guardare un film, o qualsiasi altra cosa, dopo aver visto The Guest, per un attimo hai il timore che ci saranno zucche anche lì. È il tripudio della zucca. E se non ci sono zucche, stai tranquillo che c’è qualcosa di arancione. E pure parecchio rosa. Perché il rosa è fondamentale, in The Guest.

 C’è indubbiamente anche molto verde.

Comunque, sia chiaro, mi sto incartando. Continuo a non sapere come parlare di The Guest. Però ci tengo, a parlare di The Guest, perché secondo me non ha la carica di You’re Next ma è comunque un film delizioso e che merita di essere recuperato. Racconta di questo militare misterioso che va a trovare la famiglia di un suo compagno caduto, è fichissimo, bravissimo, si fa amare da tutti, forse inciucia con la madre dell’amico, forse inciucia con la sorella dell’amico, diventa fratello di sangue del fratellino dell’amico, cose così. E sembra nascondere un segreto. Ed è circondato da un mondo tutto rosa e colorato. Queste cose vengono espresse chiaramente fin dalla prima inquadratura e da lì è tutto in discesa, in un film che parte lento, accelera pian piano e ora della fine è un delirio assurdo di luci, suoni, colori, synth, violenza, cattiveria, sparatorie, bombe a mano, humour nero, Dan Stevens che è fantastico e c’ha un carisma che levati, Maika Monroe che è piuttosto brava e ha quel look da ninfetta bionda mh mh, colori sempre più a palla, un altro po’ di synth e due o tre svolte magari prevedibili ma che in fondo sanno di essere prevedibili e comunque funzionano forse anche perché lo sono, prevedibili. Insomma, è un gran paciugo, con uno stile e una ricerca (audio)visiva pazzeschi e pieno di divertimento. Poi, sì, alla fine è anche un po’ una roba fine a se stessa che non resterà nella storia. Ma insomma, che problema c’è? Viviamo davvero in un mondo in cui non vanno bene i bei film gradevoli, girati alla grande, che sprizzano carisma da tutti i pori e omaggiano John Carpenter (no, dico, John Carpenter) in una maniera così adorabile? No, ditemelo, eh, perché allora vado a vivere da un’altra parte.

Come dicevo, io l’ho visto a gennaio, in lingua originale, comodamente nel salotto di casa mia grazie a quel mondo meraviglioso in base al quale è possibile scucire due soldi e guardarsi un film senza sbattimento sulla pleistescion. Son passati quattro mesi, non ho capito se arriverà mai in Italia ma, ehi, ormai dubito che sia un problema recuperarlo.

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X17: "Melinda"

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X17: “Melinda” (USA, 2015)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Kevin Hooks
con Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

E insomma, è arrivata la cavalleria. Ce l’hanno menata per quasi due intere stagioni con ‘sta faccenda del clamoroso e tragico episodio nel passato di May, quella lurida giornata che l’ha resa una leggenda fra le fila dello S.H.I.E.L.D. ma le ha anche rovinato la vita, distruggendone famiglia e carriera, e finalmente ci hanno raccontato nel dettaglio di cosa si trattava. Soddisfacente? Soddisfacente. Ci sono andati giù un po’ di mano pesante nel far paralleli fra passato e presente, oltre che con la vita privata del personaggio, ma nel complesso sono riusciti a rendere sensata la cosa e, insomma, non era scontato, vista la caratterizzazione di May fino a qui. Inoltre, si sono appoggiati di nuovo sulla mossa del montaggio alternato fra passato e presente, che già aveva funzionato molto bene un paio di puntate prima e che tutto sommato si è rivelata efficace anche qui, pur viaggiando su binari diversi. Gli viene sempre bene, il montaggio alternato, a ‘sta cricca dello S.H.I.E.L.D.

Per il resto, la serie continua a gestirsi le varie faccende in sviluppo, e presumibilmente in rotta di collisione, mettendone di volta in volta un paio al centro della puntata. In questo caso è stato abbondantemente messo da parte Coulson, o quantomeno il Coulson del presente, e si è sfruttata l’occasione per portare avanti le vicende degli inumani, con svariati passi avanti tanto nel rapporto fra i personaggi quanto nell’approfondire i poteri dei recentemente trasformati. Ormai è talmente una costante che sta diventando superfluo dirlo, ma continua a far piacere vedere come la serie sia in costante movimento e spinga sui suoi sviluppi a questa velocità sostenuto. Ed è anche sempre un piacere quando vengono dedicati anche solo pochi minuti a Kyle MacLachlan. Fra l’altro, si continua anche ad inserire nuovi spunti interessanti. La novità dei piani di Coulson per raccattare in giro gente “dotata” è intrigante e, a occhio, avrà parecchio senso tanto negli sviluppi della serie quanto nel lavoro di ampliamento del sottobosco narrativo per l’universo cinematografico Marvel, che è fin dall’inizio uno fra i compiti palesemente affidati ad Agents of S.H.I.E.L.D.

Del resto, ormai qua s’è perso il controllo dell’ambizione, stanno saltando fuori personaggi in ogni dove e tanti ne serviranno per dare un senso alla guerra civile del prossimo Captain America, quindi giusto così. E a proposito di incroci più o meno cinematografici: la prossima settimana dovrebbe tornare in scena Ward, come del resto il titolo della puntata (The Frenemy of My Enemy) pare suggerire, ma soprattutto, se dobbiamo dare retta al trailer, dovrebbe essere il momento pre-Avengers: Age of Ultron, e mi chiedo come verrà organizzata la cosa. Ma, al di là di quello, è affascinante notare che, se va davvero così, i Marvel Studios hanno deciso di organizzare il crossover tarandosi sull’uscita internazionale del film, invece che su quella americana. O magari sto sovrainterpretando e alla fine hanno gestito tutto per fare in modo che ci siano due o tre puntate più o meno “contemporanee” al film. Oppure va ancora diversamente. Boh, vedremo.

Oh, comunque sì: la prossima settimana arriva Ultron. Giggle.

The Gambler

The Gambler (USA, 2014)
di Rupert Wyatt
con Mark Wahlberg, Brie Larson, Jessica Lange, John Goodman, Michael K. Williams, Alvin Ing

The Gambler è il remake di un film degli anni Settanta dallo stesso titolo, noto in Italia come 40.000 dollari per non morire, scritto da quel ganzo di James Toback e interpretato da un James Caan all’apice della forma. E pur non essendo un’operazione disastrosa ai livelli di, che so, il nuovo Carrie, è il classico remake spento, moscio, inutile, che non solo non riesce a dire nulla di nuovo, finisce anche per perdere quasi tutta la forza dell’originale, diventandone pallida ombra. È un pessimo film? No, si lascia guardare e se te lo ritrovi davanti una domenica pomeriggio in TV puoi addirittura divertirti, anche perché io faccio sempre fatica a dire no a un film che regala un paio di ottime scene a qualche grosso attore con un po’ di anni sulle spalle, ma insomma, rimane un’opera trascurabile. Più che altro, se proprio si deve andare a cercarselo, tanto vale puntare sull’originale, no?

Comunque, entrambi i film raccontano bene o male di un professore universitario brillante, arrogante, spocchioso e dal carattere intollerabile, che conduce una doppia vita all’insegna del gioco d’azzardo senza freni. È totalmente assorbito dal vizio, cosa che ovviamente, quando gira male, lo trascina in un gorgo di debiti e gli impedisce di uscirne, dato che se anche riesce a recuperare i soldi che gli servono, finisce subito per buttarli via al primo tavolo da gioco che gli capita davanti. Solo che le faccende di debiti si fanno un po’ troppo gravi e il nostro amico si ritrova con pochi giorni a disposizione per mettere a posto le cose. Seguiranno errori clamorosi, conoscenti e familiari trascinati nel marcio in maniera più o meno consapevole e altre sciccherie. Niente male, come storia, eh? Ecco, se vi intriga, ripeto, guardatevi il film originale.

Il problema di questo remake è che da un lato Wahlberg, seppur dignitoso e ammirevole per la scelta di perdere circa ottomila chili di muscoli in nome dell’interpretazione, non riesce ad esprimere il giusto mix di arroganza, menefreghismo e crescente disperazione. Ci va vicino, ma James Caan era un’altra cosa. Senza contare che comunque, in ogni singola scena che vede il protagonista alle prese col resto del cast, i “vecchi” si mangiano tutto e lo fanno sparire. Il che è un po’ un problema, se consideriamo che il film è tutto incentrato su di lui e gli altri sono poco più che comparse. L’altro problema sta nella direzione di Wyatt, che trova qualche bella immagine ma si perde in una ricerca estrema di poetismi forzati e canzoncine infilate nel modo giusto, finendo per sbagliare completamente l’atmosfera e, di nuovo, non dando mai per un attimo la sensazione di fine imminente che si dovrebbe respirare. E va bene che si racconta la storia di un menefreghista arrogante, ma un po’ di tensione sarebbe gradita. Poi, di nuovo, per quanto in larga misura sbagliato, non è un pessimo film e ha i suoi momenti, senza contare che, seppur in un ruolo di carta velina, c’è Brie Larson, e io non posso dire troppo male di un film con Brie Larson. Ma insomma, rimane trascurabile.

Uscito a inizio anno un po’ dappertutto, il film arriva questa settimana in Italia, direttamente sul mercato dell’home video.

Black Sea

Black Sea (GB, 2014)
di Kevin Macdonald
con Jude Law, Scoot McNairy, Ben Mendelsohn

Black Sea è un film bizzarro, che in un certo senso mescola due filoni consolidati per tirarne fuori una creatura strana, a modo suo abbastanza originale, seppur piuttosto allineata ai classici nello sviluppo del racconto e nelle svolte narrative. Da un lato c’è l’heist movie, con il gruppo di uomini che mettono in pratica un piano contorto per introdursi in un luogo che nasconde un bottino. Dall’altro c’è il film di sottomarini, che parla di claustrofobia, isolamento, timore costante d’essere scoperti, impossibilità di sapere con certezza cosa stia accadendo al di fuori dell’enorme bara in cui si trova rinchiusi. E, ovviamente, del dramma pronto ad esplodere se blocchi per qualche giorno in un sottomarino un certo numero di maschi brutti, puzzolenti e dal carattere scontroso. A unire questi due generi ci ha pensato Kevin Macdonald, regista prevalentemente impegnato nel mondo dei documentari ma che ogni tanto si concede alla fiction con film come L’ultimo re di Scozia e State of Play.

Cosa ne è venuto fuori? Ne è venuto fuori un bel thriller solido, che sfrutta come si deve un‘ambientazione sempre affascinante per raccontare una serie di momenti che spaziano fra situazioni già viste mille volte – ma comunque molto ben messe in scena – e altre tutto sommato abbastanza fresche, per un paio d’ore di emozioni e divertimento. Lo spunto di partenza del gruppo di reietti e poveracci che cercano riscatto grazie al recupero di un tesoro sommerso è sempre efficace, così come lo sono i prevedibili sviluppi “morali” che vedono andare sempre più a fondo (badum tsch) chi cade nel gorgo (badum tsch) della sete di ricchezza, e Macdonald, come suo solito, regala al tutto un taglio visivo molto forte, nonostante il budget evidentemente ridotto.

Poi, ovviamente, un film del genere basa gran parte della sua forza sui personaggi e sui rapporti fra di loro, ma ancora di più sul modo in cui si evolvono nel corso del viaggio che stanno affrontando. E sebbene ci sia qualche svolta un po’ forzata, soprattutto nel solito utilizzo di Ben Mendelsohn come jolly squilibrato che spinge avanti il racconto con le sue sbroccate, il cast di attori funziona molto bene. Jude Law, poi, è un protagonista ruvido, muscolare, sporco, che cova una rabbia senza fine e riesce a rendere credibili anche i suoi momenti più estremi. Macdonald carica il film quasi interamente sulle sue spalle e lui non delude, regalando a Black Sea un’anima forte e passionale.

Uscito in giro per il mondo a inizio anno, Black Sea se ne arriva nelle sale italiane questa settimana, placido placido, nascosto sotto le onde.

Fast & Furious 7

Furious 7 (USA, 2015)
di James Wan
con Vin Diesel, Paul Walker, Jason Statham e il resto della Famiglia

I minuti finali di Fast & Furious 7 omaggiano Paul Walker in una maniera che, nel contesto assolutamente grezzo che è quello della serie, riesce ad essere toccante, sincera, elegante, delicata. E ne viene fuori un momento completamente assurdo, una sorta trip metalinguistico in cui il settimo episodio di una saga cinematografica saluta l’attore più presente lungo i vari capitoli allontanandone il personaggio senza ucciderlo, ma in fondo accettandone la morte. Si parla di Paul Walker e se ne omaggia la vita mettendo in realtà a schermo quella di Brian O’Conner, quindi di un essere umano che la cui vita è durata appena le centinaia di minuti raccontate nel giro di sei film. Il montaggio saluta Brian, ma negli occhi di Dom e nelle sue parole si legge invece la sofferenza di Vin Diesel e il gruppo su quella spiaggia sta salutando il Keanu Reeves del discount che li ha accompagnati lungo tutta questa serie di bizzarri, assurdi, sconclusionati film.

È un corto circuito assurdo, toccante, che in un certo senso percorre tutto il film ben oltre quelle immagini conclusive e finisce per rappresentare l’unica vera traccia drammatica di peso che regga davvero per quei centotrentasette minuti. La vendetta di Deckard Shaw, lo scontro della famiglia contro la famiglia, aveva il potenziale per essere qualcosa di molto più forte, nel contesto della serie, ma viene sfiorata a malapena. Il zuccheroso tira e molla fra Lettie e Dom dovrebbe essere un po’ la spina dorsale del film, ma finisce per essere sacrificato. Quel che davvero passa in primo piano, e che probabilmente in origine non avrebbe dovuto farlo, perlomeno non più di quanto l’avesse fatto già nel sesto episodio, è il conflitto vissuto da Brian, la sua difficoltà nell’adattarsi a una vita “normale” e nel rinunciare al brivido dell’azione. Finisce per fagocitare tutto il resto e non per reale forza propria, ma per tutti i significati che inevitabilmente ci applichi mentre guardi il film. Ed è di fondo l’unico motivo per cui Fast & Furious 7 riesce a conservare un pizzico di quel coinvolgimento emotivo che ha sempre rappresentato l’anima forte della serie e qui lascia invece un po’ troppo spazio al casino totale, sempre e comunque, sparato a mille e urlato fortissimo.

Può sembrare assurdo perder tanto tempo a chiacchierare di storia e coinvolgimento per una serie che li ha sempre utilizzati come pretesto per fare altro ma, di nuovo, in fondo la forza di Fast & Furious, uno dei motivi per cui continua a funzionare tanto, sta anche nella capacità di spingere su quel pedale, di dare perlomeno l’impressione di crederci, anche se poi, certo, il punto era far correre le auto prima, è diventato spaccare tutto poi. E il problema forse più grosso di Furious 7, per come la vedo io, sta soprattutto lì, nella maniera un po’ pigra con cui è stato assemblato, riciclando in maniera abbastanza schematica il precedente film, tanto nella macrostruttura quanto in piccole cose tipo la – bellissima, intendiamoci – gag con cui fa il suo esordio il personaggio di Paul Walker. Insomma, se a tenere in piedi lo spirito della famiglia ci ha dovuto pensare in larga misura la morte di un attore, beh, c’è qualcosa che non torna.

Aggiungiamoci che James Wan fa un buon lavoro, non sbava troppo, si destreggia bene nel macello che dev’essere stato dirigere per la prima volta un film dalle dimensioni simili, oltretutto nel contesto di una produzione che spinge così tanto sugli stunt veri, ripiegando molto poco su montaggio e computer. Epperò, allo stesso tempo, vai a sapere quanto per colpe sue, spreca totalmente Tony Jaa e Ronda Rousey, il primo ridotto a fare un po’ di parkour e nascondere qualche calcio in mezzo a un tripudio di montaggio, la seconda abbandonata a un combattimento un po’ anonimo (e, pure lui, strutturalmente identico da quello di Gina Carano in Furious 6). Va un po’ meglio coi due combattimenti fondamentali, quelli che coinvolgono il triangolo degli schiaffi Statham/Diesel/Johnson, ma il frontale fra Vin e The Rock in Fast Five rimane tutta un’altra faccenda. Oh, poi, intendiamoci, qualche bella intuizione c’è, il lavoro è solido, il piano sequenza che introduce Jason Statham nella prima scena del film è roba da alzarsi, correre in strada a mettersi a far caroselli rovesciando le macchine nel parcheggio, ma manca qualcosa e, anzi, a tratti c’è pure troppo, con lunghe scene d’azione che esagerano e non trovano la sintesi perfetta che Justin Lin ha saputo regalare nei suoi momenti migliori.

Però, insomma, a rilegger quel che ho scritto fino a qui sembra che voglia bocciare Fast & Furious 7 senza ritegno. E invece. E invece ne sono uscito comunque soddisfatto, dopo essermi divertito come uno scemo per un paio d’ore, nonostante qualche momento di stanca, e convinto del fatto che, pur essendo un film meno riuscito rispetto ai due precedenti, è anche un delirio di spacconaggine superiore agli stessi. E che, dovrei lamentarmi? Che l’avvio sia una roba da standing ovation l’ho già detto. Le parti in montagna e a Dubai, pur con qualche ma, sono strepitose. Che la sintesi sarebbe servita parecchio al finale, pure, l’ho detto, ma in fondo sono i classici quaranta minuti da blockbuster moderno, con cui bene o male anche questa serie, nel suo esplodere verso un pubblico dalle dimensioni anni fa impensabili, deve fare i conti. E sono quaranta minuti insensati, messi in scena comunque con una padronanza che non era certo scontata. Gli attori, poi, pur alle prese con dei personaggi di carta velina, rendono tutti alla grande, fra Kurt Russell che si diverte come uno scemo, The Rock che parla come un generatore casuale di battutacce alla Schwarzy dei tempi d’oro, Tyreese sempre più azzeccato come scemo del villaggio e Vin Diesel che sbava con gli occhi lucidi mentre tenta disperatamente di far esplodere la canotta.

È l’apoteosi del film cafone, ma che riesce comunque ancora a conservare un po’ del suo spirito sincero, senza abbandonarsi del tutto alla bassa furbizia. Dovunque ti giri c’è una gag adorabile, fra i due matti che vanno di frontale ogni volta che si vedono, Dom che si sposa in canotta, le nuove tecniche per la gestione di un braccio ingessato, l’approccio di The Rock alla guerra coi droni e quei due o tre momenti che, nonostante tutto, nonostante il riciclo, nonostante si sia ormai al settimo film, ancora sanno lasciarti a bocca aperta. È anche un film che continua a portare avanti il suo assurdo ma adorabile inseguire la continuity, rincorrendo riferimenti di ogni tipo per dare davvero il senso di stare chiudendo un’era, come in fondo è giusto che sia, vista anche un po’ quella faccenda che percorre ogni fotogramma e che viene presa di petto tanto bene nel finale.

E poi c’è Jason Statham, che è un capitolo a parte. Che sarebbe stato il primo cattivo realmente munito di carisma della serie era ovvio, forse meno scontato era aspettarsi di vederlo mangiarsi il film a quella maniera ogni volta che appare. Soprattutto se si considera, poi, il modo in cui viene usato: una specie di terminator col teletrasporto, che appare a caso quando serve, semina distruzione e poi si ritira di buon ordine. Fa impressione vedere quanto riesca a spiccare in queste condizioni e viene la voglia di vederlo tornare in un seguito che sappia sfruttarlo meglio. O, magari, che venga posto nelle condizioni di poterlo fare. Perché poi, forse, il punto è anche un po’ lì: l’impressione è che questo sia il miglior Fast & Furious 7 possibile alla luce di un po’ tutte le faccende che gli sono ruotate attorno, non solo per Paul Walker, ma anche tenendo conto del cambio di regista, delle prospettive sempre più sparate verso l’alto della serie, del fatto che, per come erano stati impostati gli ultimi episodi, è ormai diventato categorico fare sempre qualcosa di più grosso. È un po’ come Tom Cruise che in ogni Mission: Impossible deve salire più in alto e, avendo finito i palazzi, s’è fatto attaccare a un aereo in decollo. Il percorso ormai è quello e non te ne devi staccare. Tra l’altro, il riferimento non è casuale: per la sesta volta Fast & Furious ha sostanzialmente cambiato genere da un episodio all’altro e questa volta siamo entrati in zona Ethan Hunt. Come andrà alla prossima? Non lo so, però quel che so è che, pur con tutti i suoi limiti e col timore che le cose potranno solo peggiorare, Furious 7 è ancora una volta uno spacco incredibile. E l’idea che un film del genere stia incassando quel che sta incassando, beh, scalda il cuore. Avanti così.

L’ho visto un po’ in ritardo perché ehi, il weekend di Pasqua al mare. Però l’ho visto all’Imax e, madonna del carmine, ancora un po’ e vomito. Per altro il trailer di Mad Max: Fury Road visto in Imax è una roba straziante. Anche quello di Avengers: Age of Ultron, ma quello ce l’avevo già visto.