Fast & Furious 7

Furious 7 (USA, 2015)
di James Wan
con Vin Diesel, Paul Walker, Jason Statham e il resto della Famiglia

I minuti finali di Fast & Furious 7 omaggiano Paul Walker in una maniera che, nel contesto assolutamente grezzo che è quello della serie, riesce ad essere toccante, sincera, elegante, delicata. E ne viene fuori un momento completamente assurdo, una sorta trip metalinguistico in cui il settimo episodio di una saga cinematografica saluta l’attore più presente lungo i vari capitoli allontanandone il personaggio senza ucciderlo, ma in fondo accettandone la morte. Si parla di Paul Walker e se ne omaggia la vita mettendo in realtà a schermo quella di Brian O’Conner, quindi di un essere umano che la cui vita è durata appena le centinaia di minuti raccontate nel giro di sei film. Il montaggio saluta Brian, ma negli occhi di Dom e nelle sue parole si legge invece la sofferenza di Vin Diesel e il gruppo su quella spiaggia sta salutando il Keanu Reeves del discount che li ha accompagnati lungo tutta questa serie di bizzarri, assurdi, sconclusionati film.

È un corto circuito assurdo, toccante, che in un certo senso percorre tutto il film ben oltre quelle immagini conclusive e finisce per rappresentare l’unica vera traccia drammatica di peso che regga davvero per quei centotrentasette minuti. La vendetta di Deckard Shaw, lo scontro della famiglia contro la famiglia, aveva il potenziale per essere qualcosa di molto più forte, nel contesto della serie, ma viene sfiorata a malapena. Il zuccheroso tira e molla fra Lettie e Dom dovrebbe essere un po’ la spina dorsale del film, ma finisce per essere sacrificato. Quel che davvero passa in primo piano, e che probabilmente in origine non avrebbe dovuto farlo, perlomeno non più di quanto l’avesse fatto già nel sesto episodio, è il conflitto vissuto da Brian, la sua difficoltà nell’adattarsi a una vita “normale” e nel rinunciare al brivido dell’azione. Finisce per fagocitare tutto il resto e non per reale forza propria, ma per tutti i significati che inevitabilmente ci applichi mentre guardi il film. Ed è di fondo l’unico motivo per cui Fast & Furious 7 riesce a conservare un pizzico di quel coinvolgimento emotivo che ha sempre rappresentato l’anima forte della serie e qui lascia invece un po’ troppo spazio al casino totale, sempre e comunque, sparato a mille e urlato fortissimo.

Può sembrare assurdo perder tanto tempo a chiacchierare di storia e coinvolgimento per una serie che li ha sempre utilizzati come pretesto per fare altro ma, di nuovo, in fondo la forza di Fast & Furious, uno dei motivi per cui continua a funzionare tanto, sta anche nella capacità di spingere su quel pedale, di dare perlomeno l’impressione di crederci, anche se poi, certo, il punto era far correre le auto prima, è diventato spaccare tutto poi. E il problema forse più grosso di Furious 7, per come la vedo io, sta soprattutto lì, nella maniera un po’ pigra con cui è stato assemblato, riciclando in maniera abbastanza schematica il precedente film, tanto nella macrostruttura quanto in piccole cose tipo la – bellissima, intendiamoci – gag con cui fa il suo esordio il personaggio di Paul Walker. Insomma, se a tenere in piedi lo spirito della famiglia ci ha dovuto pensare in larga misura la morte di un attore, beh, c’è qualcosa che non torna.

Aggiungiamoci che James Wan fa un buon lavoro, non sbava troppo, si destreggia bene nel macello che dev’essere stato dirigere per la prima volta un film dalle dimensioni simili, oltretutto nel contesto di una produzione che spinge così tanto sugli stunt veri, ripiegando molto poco su montaggio e computer. Epperò, allo stesso tempo, vai a sapere quanto per colpe sue, spreca totalmente Tony Jaa e Ronda Rousey, il primo ridotto a fare un po’ di parkour e nascondere qualche calcio in mezzo a un tripudio di montaggio, la seconda abbandonata a un combattimento un po’ anonimo (e, pure lui, strutturalmente identico da quello di Gina Carano in Furious 6). Va un po’ meglio coi due combattimenti fondamentali, quelli che coinvolgono il triangolo degli schiaffi Statham/Diesel/Johnson, ma il frontale fra Vin e The Rock in Fast Five rimane tutta un’altra faccenda. Oh, poi, intendiamoci, qualche bella intuizione c’è, il lavoro è solido, il piano sequenza che introduce Jason Statham nella prima scena del film è roba da alzarsi, correre in strada a mettersi a far caroselli rovesciando le macchine nel parcheggio, ma manca qualcosa e, anzi, a tratti c’è pure troppo, con lunghe scene d’azione che esagerano e non trovano la sintesi perfetta che Justin Lin ha saputo regalare nei suoi momenti migliori.

Però, insomma, a rilegger quel che ho scritto fino a qui sembra che voglia bocciare Fast & Furious 7 senza ritegno. E invece. E invece ne sono uscito comunque soddisfatto, dopo essermi divertito come uno scemo per un paio d’ore, nonostante qualche momento di stanca, e convinto del fatto che, pur essendo un film meno riuscito rispetto ai due precedenti, è anche un delirio di spacconaggine superiore agli stessi. E che, dovrei lamentarmi? Che l’avvio sia una roba da standing ovation l’ho già detto. Le parti in montagna e a Dubai, pur con qualche ma, sono strepitose. Che la sintesi sarebbe servita parecchio al finale, pure, l’ho detto, ma in fondo sono i classici quaranta minuti da blockbuster moderno, con cui bene o male anche questa serie, nel suo esplodere verso un pubblico dalle dimensioni anni fa impensabili, deve fare i conti. E sono quaranta minuti insensati, messi in scena comunque con una padronanza che non era certo scontata. Gli attori, poi, pur alle prese con dei personaggi di carta velina, rendono tutti alla grande, fra Kurt Russell che si diverte come uno scemo, The Rock che parla come un generatore casuale di battutacce alla Schwarzy dei tempi d’oro, Tyreese sempre più azzeccato come scemo del villaggio e Vin Diesel che sbava con gli occhi lucidi mentre tenta disperatamente di far esplodere la canotta.

È l’apoteosi del film cafone, ma che riesce comunque ancora a conservare un po’ del suo spirito sincero, senza abbandonarsi del tutto alla bassa furbizia. Dovunque ti giri c’è una gag adorabile, fra i due matti che vanno di frontale ogni volta che si vedono, Dom che si sposa in canotta, le nuove tecniche per la gestione di un braccio ingessato, l’approccio di The Rock alla guerra coi droni e quei due o tre momenti che, nonostante tutto, nonostante il riciclo, nonostante si sia ormai al settimo film, ancora sanno lasciarti a bocca aperta. È anche un film che continua a portare avanti il suo assurdo ma adorabile inseguire la continuity, rincorrendo riferimenti di ogni tipo per dare davvero il senso di stare chiudendo un’era, come in fondo è giusto che sia, vista anche un po’ quella faccenda che percorre ogni fotogramma e che viene presa di petto tanto bene nel finale.

E poi c’è Jason Statham, che è un capitolo a parte. Che sarebbe stato il primo cattivo realmente munito di carisma della serie era ovvio, forse meno scontato era aspettarsi di vederlo mangiarsi il film a quella maniera ogni volta che appare. Soprattutto se si considera, poi, il modo in cui viene usato: una specie di terminator col teletrasporto, che appare a caso quando serve, semina distruzione e poi si ritira di buon ordine. Fa impressione vedere quanto riesca a spiccare in queste condizioni e viene la voglia di vederlo tornare in un seguito che sappia sfruttarlo meglio. O, magari, che venga posto nelle condizioni di poterlo fare. Perché poi, forse, il punto è anche un po’ lì: l’impressione è che questo sia il miglior Fast & Furious 7 possibile alla luce di un po’ tutte le faccende che gli sono ruotate attorno, non solo per Paul Walker, ma anche tenendo conto del cambio di regista, delle prospettive sempre più sparate verso l’alto della serie, del fatto che, per come erano stati impostati gli ultimi episodi, è ormai diventato categorico fare sempre qualcosa di più grosso. È un po’ come Tom Cruise che in ogni Mission: Impossible deve salire più in alto e, avendo finito i palazzi, s’è fatto attaccare a un aereo in decollo. Il percorso ormai è quello e non te ne devi staccare. Tra l’altro, il riferimento non è casuale: per la sesta volta Fast & Furious ha sostanzialmente cambiato genere da un episodio all’altro e questa volta siamo entrati in zona Ethan Hunt. Come andrà alla prossima? Non lo so, però quel che so è che, pur con tutti i suoi limiti e col timore che le cose potranno solo peggiorare, Furious 7 è ancora una volta uno spacco incredibile. E l’idea che un film del genere stia incassando quel che sta incassando, beh, scalda il cuore. Avanti così.

L’ho visto un po’ in ritardo perché ehi, il weekend di Pasqua al mare. Però l’ho visto all’Imax e, madonna del carmine, ancora un po’ e vomito. Per altro il trailer di Mad Max: Fury Road visto in Imax è una roba straziante. Anche quello di Avengers: Age of Ultron, ma quello ce l’avevo già visto.

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