Humandroid

Chappie (USA/Sudafrica)
di Neill Blomkamp
con la voce e le mosse di Sharlto Copley, accompagnato da Dev Patel, Hugh Jackman, Ninja, Yo-Landi Visser, Sigourney Weaver

OK, questo è uno di quei momenti in cui mi trovo a scrivere di un film che ha preso gli schiaffi dalla critica di mezzo mondo, pur trovando qualche voce fuori dal coro che lo ha apprezzato non poco, e faccio presente che secondo me non è così pessimo. È uno di quei momenti in cui mi viene da chiedermi se a volte non ci si accanisca così, perché viene spontaneo farlo quando il regista additato come autore tira fuori un semplice bel film d’intrattenimento, quando poi vengono trattati coi guanti film altrettanto ben realizzati (o magari peggio realizzati) ma molto più cretini. Anzi, peggio ancora, alzo la posta: il fatto è che secondo me non solo Chappie (abbiate pazienza, non ce la faccio a chiamarlo Humandroid) non è così pessimo, è proprio un bel film e addirittura uno dei miei preferiti fra quelli usciti in Italia in questo avvio di 2015.

Chappie è una favoletta, un film d’azione senza grosse pretese, un’avventurona che mescola Corto Cicruito e RoboCop tirando fuori una sottospecie di film Pixar filtrato dalla sensibilità di una groupie di Paul Verhoeven. Il capolavoro dell’olandese viene omaggiato in maniera smaccata con il figlio illegittimo dell’ED-209, ma emerge anche in tanti altri aspetti, nel raccontare della militarizzazione e “tecnologicizzazione” estrema delle forze di polizia, nel buttare in mezzo, seppur in maniera speculare, il tema della resurrezione e nel raccontare una figura dalla potenza drammatica semplice, immediata e straziante. Chappie è l’equivalente robotico di un cane in un qualsiasi film in cui ci sono dei cani che vivono sfighe infinite: abbassa le orecchie, si lamenta e a me vengono i lucciconi. È una creatura che comprime in pochi giorni il dramma dell’essere umani, del nascere con una data di scadenza e con la consapevolezza che un giorno moriremo. Come puoi viverla, una cosa del genere, se nel giro di poche ore ti evolvi da infante ad adolescente, scoprendo di essere nato per morire? Cosa puoi pensare del tuo creatore, quando te lo ritrovi davanti mentre ammette che, sì, ti ha creato in questo modo assurdo? È straziante.

Di queste e altre cose parla Chappie, mentre Blomkamp immerge ancora una volta le vicende nel fango, nella polvere e nel sangue dei reietti che popolano il suo Sudafrica. E questi reietti, interpretati dalla coppia di rapper Die Antwoord che in lingua originale hanno un modo di parlare spaccatimpani, sono alle prese con antagonisti come al solito poco interessanti, perché poco approfonditi ma anche perché di fondo semplici esseri umani un po’ meschini, convinti delle proprie idee e nulla più. Ma se il cast di contorno non brilla in maniera particolare, nonostante uno Hugh Jackman che come al solito ci crede tantissimo, è soprattutto il cuore del film a funzionare: Chappie è interpretato alla grande da Sharlto Copley, che fa un lavoro straordinario tanto sul fronte del motion capture quanto su quello del doppiaggio e dà vita a un personaggio delizioso e non necessariamente banale per il modo in cui viene trattata la sua evoluzione. E alla fine, forse, il punto del film sta soprattutto lì. Perché è vero che i temi interessanti ci sono, tra l’altro chiusi con un finale bellissimo, ma è vero anche che questa volta Blomkamp li ha usati più che altro come sfondo, senza metterli in primo piano come in passato, men che meno in maniera pedante come in Elysium.

Chappie è un puro film d’intrattenimento, una favoletta divertente, toccante e con dell’azione girata alla grandissima, messa in scena da un regista che – quando non deve scendere a patti con i magheggi delle megaproduzioni – va dritto per la sua strada e fa esattamente quello che vuole, fregandosene di tutto e di tutti. Ha i suoi momenti che non funzionano, ma è un film dalla gran personalità, capace di risultare dolcissimo mentre invade lo schermo di sangue e turpiloquio e che se ne sbatte di tutto e tutti. A me è piaciuto. Che ci vogliamo fare?

L’ho visto al cinema qua a Parigi qualche settimana fa, ne scrivo oggi perché al cinema in Italia ci arriva in questi giorni. Onestamente, questo è uno di quei casi in cui non so bene cosa consigliare, perché certi momenti del film son proprio da gustarsi sul grande schermo, ma l’efficacia dell’interpretazione di Copley, il rosicante borbottare di Jackman e, tutto sommato, anche l’allucinata assurdità dei due rapper sono parte integrante del film. Fatico a immaginarmeli doppiati. Oh, che vi devo dire, magari avete in zona un cinema che lo proietta in lingua originale!

1 commento su “Humandroid”

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