90 minuti a New York

The Angriest Man in Brooklyn (USA, 2014)
di Phil Alden Robinson
con Robin Williams, Mila Kunis, Peter Dinklage, Melissa Leo, Hamish Linklater, James Earl Jones

Phil Alden Robinson è uno che, se gli levi un paio di voci da IMDB, ha una carriera con le palle che gli fumano, ma senza far rumore. Uno di quelli che li vedi in campo per tutta la partita, ti sembra non stiano combinando niente e poi alla fine scopri che han messo 15 punti, 8 rimbalzi e 5 rubate. Voglio dire, non è esattamente un regista dal nome chiacchieratissimo, no? Eppure ha diretto uno fra i cult della lacrima maschia più amati di sempre, L’uomo dei sogni, e un gran bel film divertente come I signori della truffa. Entrambi, per altro, successoni al botteghino, il primo pure piuttosto a sorpresa. Se ci aggiungi il suo ruolo da regista in Band of Brothers e gli svariati riconoscimenti ottenuti lavorando in TV, ottieni il ritratto di uno che, insomma, buttalo. Presumo fra l’altro che il suo impegno in televisione sia il motivo per cui dopo I signori della truffa se n’è stato cinematograficamente “zitto” una decina d’anni, prima tentare (e fallire) il rilancio di Jack Ryan con la mascella di Ben Affleck e sparire poi di nuovo, ma la vera domanda è un’altra: chi glie lo fa fare, a questo, di dirigere 90 minuti a New York? Presumo le intenzioni fossero ben lontane dai risultati. Oppure c’ha il mutuo da pagare.

Ma in effetti, sepolte da qualche parte fra le macerie di ‘sto disastro, si intuiscono intenzioni anche abbastanza promettenti, le tracce di una commedia graffiante, cattiva, brutale, capace di far satira sui sentimenti facili, sul patetismo, sul melodramma un tanto al chilo e sulle piacionerie da quattro soldi. Ma sono appunto tracce, tre o quattro scene aliene a tutto il resto che ogni tanto si manifestano così, all’improvviso, ti fanno scoppiare a ridere con la loro cattiveria (e con un linguaggio volgarissimo per gli standard hollywoodiani) e poi lasciano che il film si rituffi nella sua mediocrità. È una cattiveria che poi dovrebbe essere quella del protagonista, un Robin Williams vecchio scorbutico incazzoso che scopre di stare per morire e deve decidere cosa fare delle sue ultime ore. Il problema è che quest’anima potenzialmente interessante viene sepolta dalla pochezza di tutto il resto e alla fin fine rimane solo la curiosità di guardarsi il nuovo lavoro di quel regista che aveva diretto quel paio di cult, oltre alla morbosità legata al film con Robin Williams moribondo uscito dopo la morte di Robin Williams. Un po’ pochino.

90 minuti a New York, infatti, è un film pessimo, neanche mediocre. Non è una commediola semplice, facile e a base di buoni sentimenti, che trova personalità nel carisma un po’ acido del suo protagonista e si adagia poi fra tarallucci e vino. Non è, insomma, un St. Vincent, che ha sicuramente i suoi difetti, ma è un film dalle intenzioni precise, realizzato con cura e in maniera professionale. No, è molto peggio. È robaccia da quattro soldi, pessimo cinema dallo spirito televisivo, roba che sfigurerebbe nella programmazione più pigra da domenica pomeriggio estiva. Ha dalla sua solo quelle due o tre scene insensatamente azzeccate e degli attori che, pur nella svogliatezza, non riescono a disfarsi del proprio carisma. E basta. Il resto è raffazzonato, pasticciato e sbagliatissimo in tutto, nei tempi comici, nei momenti drammatici, nel non saper trovare una direzione sensata, nel non avere il coraggio di scegliere una strada portandola avanti fino in fondo e in quel tremendo, patetico finale.

Uscito l’anno scorso in America, arriva in Italia in questi giorni, direttamente sul mercato dell’home video. Ne ho scritto giusto perché magari qualcuno mi legge e si rende conto che può fare a meno di buttar via ‘sti novanta minuti scarsi della sua vita.

3 pensieri riguardo “90 minuti a New York”

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