Wild

Wild (USA, 2014)
di Jean-Marc Vallée
con Reese Witherspoon, Laura Dern, Gaby Hoffman, Thomas Sadoski, Keene McRae

Una conversazione a cui mi sarebbe davvero piaciuto assistere è quella fra Reese Witherspoon e David Fincher in cui il secondo ha comunicato alla prima che non la voleva come protagonista nel film da lei prodotto e fortemente voluto. Il film era Gone Girl e la bionda Reese, secondo Fincher, era un volto troppo famoso per poter essere adatto a quel che lui voleva fare col personaggio. Quanti registi hanno il controllo, la personalità, la forza o, banalmente, il potere necessario a permettersi una cosa del genere in quel di Hollywood? Vai a sapere. Fra l’altro, per quanto io abbia adorato Rosamund Pike in quel ruolo, non mi spiacerebbe fare un salto nella realtà alternativa in cui a interpretarlo è stata Reese Witherspoon. Comunque, l’altro film da lei inseguito per mezzo della sua casa di produzione Pacific Standard è Wild, in cui il ruolo da protagonista se l’è tenuto bello stretto, andandosi poi a conquistare una meritatissima nomination all’Oscar. Qualcuno sostiene che in fondo non fosse troppo adatta neanche a questo personaggio, perché è difficile credere a una Reese Witherspoon ridotta a uno straccio, che si abbandona a tossicodipendenza e sesso occasionale, ma alla fin fine sono considerazioni personali e, per esempio, io l’ho trovata invece molto azzeccata, magari anche proprio per quel contrasto. Più bizzarro, al massimo, vederla camuffata da giovane figlia di una per altro strepitosa Laura Dern, come se stesse facendo un provino per Beverly Hills. Ma insomma, va bene lo stesso. In ogni caso sto divagando troppo, facciamo un passo indietro.

Wild si apre su una singola scena che riassume in pochi secondi personaggio e film, mostrando una donna nervosa, stanca, incazzata nera, giunta in vetta a un monte, che si leva le scarpe e poi si leva pure un’unghia, massacrata dal lungo viaggio che sta affrontando. Il dolore è troppo, sbrocca, una scarpa le casca giù lungo la discesa, le girano talmente le scatole che lancia via pure l’altra imprecando. Lei è Cheryl Strayed, autrice delle memorie pubblicate nel 2012 su cui è basato il film, e Wild racconta la scarpinata che si è fatta lungo il Pacific Crest Trail, percorso che conduce più o meno dal Messico al Canada, ma soprattutto le mille cose che le sono passate per la testa mentre si massacrava piedi, gambe, fianchi, braccia, spalle e un po’ tutto quanto attraversando il deserto. Il film alterna presente e passando, mescolando il viaggio di Cheryl e le sue memorie con un lavoro di montaggio strepitoso e raccontando una bella storia di riflessioni, rimpianti, rimorsi e un po’ tutto quel carosello di agonie che ci tormentano quando ci guardiamo alle spalle e, magari, ripensiamo agli errori commessi, alle persone che non ci sono più, alla vita vissuta.

Jean-Marc Vallée, a cui da queste parti si voleva già parecchio bene per C.R.A.Z.Y. e Dallas Buyers Club, centra il tono quasi alla perfezione per l’intero film. Ogni tanto si fa un po’ prendere dalla voglia di lirismo e dal metaforone, ma riesce sempre a stemperare il tutto grazie a un azzeccatissimo senso dell’umorismo e trova una leggerezza di fondo che accompagna in maniera placida dall’inizio alla fine, confezionando due ore toccanti, divertenti, intense, a tratti perfino spaventose, bellissime da osservare nei loro panorami mozzafiato. Non mi va di raccontare molto altro perché in fondo, nonostante una certa prevedibilità di fondo, è bello scoprire temi e argomenti lasciandosi cullare dalla deliziosa alternanza temporale con cui vengono raccontati. Mi preme solo dire che Wild è davvero un gran bel film. Non sarà magari un capolavoro, sarà forse stato preceduto da altri che hanno trattato questioni simili in maniera più ficcante, ma è e rimane comunque un gran bel film. E va benissimo così.

In America ci è uscito lo scorso dicembre perché inseguiva gli Oscar e poi pian piano si è fatto un po’ il giro di tutto il mondo, fino ad arrivare questa settimana anche in Italia. Potendo, si meriterebbe di essere gustato in sala, anche se poi, certo, la prova d’attore, il doppiaggio, bla bla bla.

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