La robbaccia del sabato mattina: Le gioie del rating R

La notizia fondamentale della settimana, senon del mese o dell’anno: Mad Max: Fury Road avrà rating R. Ora, intendiamoci, può significare tutto e niente, ma di base è una roba per cui festeggiare. Che vi devo dire, da queste parti ci si accontenta di poco. Ah, a margine, hanno ingaggiato un paio di attori per l’episodio pilota della serie TV su Preacher in lavorazione presso AMC, nelle mani di Seth Rogen ed Evan Goldberg. Ruth Negga, la fiorista inumana di Agents of S.H.I.E.L.D. sarà Tulip (e subito si scatena il moto di dissenso razziale), mentre Ian Colletti sarà Faccia di culo, del quale è possibile gustarsi un vecchio studio di make up a questo indirizzo qua. Non ho pareri da esprimere al riguardo, vedremo cosa ne verrà fuori.

Questo qua sopra è il primo trailer di Pixels e mi sento di affermare senza timor di smentita che mi sembra esattamente la cagata senza speranza che mi aspetto da un film (comico) con Adam Sandler e Kevin James. Un paio di gag simpatiche ci sono anche, ma vengono seppellite dal peso della barzelletta sentita raccontare mille volte e che ormai non fa più ridere. Ah, da un lato mi fa piacere l’idea che si omaggi Toru Iwatani in un film hollywoodiano, dall’altro ci terrei comunque a sottolineare che quello è un attore, a scanso di equivoci.

Il nuovo trailer di Insidious 3, che onestamente non mi dice molto, ma va anche puntualizzato che – lo ammetto – non ho mai visto un film della serie. Ho però una mezza voglia di rimediare. Sbaglio?

Un nuovo spot televisivo per Avengers: Age of Ultron, che mostra due o tre nuove cose e fa ascoltare per la prima volta l’accento da immigrato clandestino di Quicksilver. Simpatico, continuo ad avere una discreta fotta ma ammetto che stiamo entrando un po’ in zona da sovraesposizione. Ah, domani dovrebbe uscire su IGN il video in cui commento il trailer.

E infine, questo The Leviathan, un teaser trailer, o forse un proof of concept, o magari un whatever, in cui Ruairi Robinson, regista di The Last Days on Mars, mostra quel che vorrebbe e potrebbe fare con un progetto tutto suo personale. Ed è una gran bella roba, direi. Dategli i soldi.

Ciao, volevo aggiungere che mi sono iscritto ai ribelli. 14 luglio. Ciao.

Chi è senza colpa

The Drop (USA, 2014)
di Michaël R. Roskam
con Tom Hardy, James Gandolfini, Noomi Rapace

A meno di clamorose sorprese, Chi è senza colpa dovrebbe essere l’ultimo film con James Gandolfini a manifestarsi postumo nelle sale italiane. Non è il massimo chiacchierarne partendo da questo aspetto, ma di fondo è inevitabile, perché si tratta comunque dell’ultima occasione per gustarsi in sala un ottimo attore, forse un po’ sottovalutato, che da adesso in poi rimarrà confinato alle repliche, allo streaming e, insomma, a quel piccolo schermo che l’ha reso immortale con I Soprano. Ma Gandolfini ha in realtà un ruolo di secondo piano in un film soprattutto di Tom Hardy, protagonista come al solito eccellente in un ruolo non banale, quello di un uomo apparentemente semplice, barista in un locale utilizzato dalla mafia cecena per i suoi scambi di denaro sporco, che tiene la testa bassa, fa il bravo ragazzo e sembra avere anche qualche problema mentale, ma sotto sotto potrebbe nascondere molto più di quanto appaia in superficie.

Tratto da un racconto di Dennis Lehane (Mystic River, Gone Baby Gone, Shutter Island… ), Chi è senza colpa rappresenta l’esordio come sceneggiatore cinematografico per il romanziere americano ed è anche il primo film hollywoodiano diretto dal belga Michaël R. Roskam, candidato all’Oscar per il miglior film straniero qualche anno fa con la sua opera d’esordio. Ed entrambi non sfigurano: il loro è un film intelligente, solido, dalla bella atmosfera e dal ritmo pacato, che si sviluppa senza guizzi sorprendenti, seguendo linee molto classiche nel cinema di genere “criminale” americano, ma riuscendo comunque a infilare un paio di svolte non necessariamente banali e conducendo in maniera placida verso la sua inevitabile conclusione.

La sostanza del film sta comunque tutta nell’interpretazione di Tom Hardy, che ancora una volta “entra” nel personaggio e scompare al suo interno, tratteggiando una figura intrigante, ingannevole e alle cui contraddizioni è difficile non affezionarsi. Lo fa con uno sforzo totalizzante, composto da sguardi, accento, cambi nel tono di voce, lavoro sul fisico e sui movimenti… l’ennesima grande interpretazione per un attore che forse non viene ancora abbastanza celebrato, magari perché, stellina, fatica a trovare il franchise in grado di metterlo davvero sulla bocca di tutti. Magari ce la farà con Mad Max. Speriamo. Nel mentre, Chi è senza colpa, pur nella sua esile semplicità, sta lì per ricordare quanto Hardy sappia essere bravo, oltre che per offrire un’ultimo sguardo sulla naturalezza con cui James Gandolfini riempiva lo schermo di carisma.

Uscito un po’ dappertutto lo scorso anno, il film arriva in questi giorni nelle sale italiane, probabilmente di nascosto, senza farsi vedere troppo e senza rubar spazio ad altre cose. Giusto così? Vai a sapere. Comunque, se ne avete occasione, l”interpretazione di Hardy si merita di essere ascoltata in lingua originale. Non che sia una novità, ma insomma, ci tengo sempre a dirlo.

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X13: "One of Us"

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X13: “One of Us” (USA, 2015)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Kevin Tancharoen
con Clark Gregg, Kyle MacLachlan, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

Con tutti gli alti e bassi della prima stagione non lo si sarebbe probabilmente mai detto, ma ormai è abbastanza ufficiale: siamo arrivati al punto che una puntata di Agents of S.H.I.E.L.D. un po’ moscia fa notizia. Intendiamoci, non siamo dalle parti del completo fallimento, ma insomma, questa specie di Mistery Men del discount m’è sembrato più apprezzabile nelle intenzioni che effettivamente riuscito nel centrare l’equilibrio di tono giusto. L’idea del dottore di Kyle MacLachlan, sempre ottimo nel gigioneggiare un po’ a caso col suo personaggio, che mette assieme una specie di superarmata Brancaleone composta da scappati di casa è abbastanza divertente, ma non si capisce bene quanta consapevolezza ci sia nel raccontare di questi personaggi reietti, incapaci e un po’ ridicoli. Poteva essere un’occasione per mescolare realmente gli aspetti più assurdi di queste bizzarre creature con il comunque presente afflato drammatico, non è stata colta fino in fondo.

E il problema è che non ne viene fuori neanche un confronto finale coinvolgente, dato che si risolve tutto in maniera piuttosto moscia, con il crimine aggiunto di aver “sprecato” l’utilizzo in regia di quel Kevin Tancharoen che tante soddisfazioni ci ha regalato con le pizze in faccia fra le due May viste a inizio stagione. Poi, intendiamoci, non è certamente una brutta puntata, quelle sono altre, ma si torna al punto di partenza: quest’anno Agents of S.H.I.E.L.D. ci ha abituati bene, è inevitabile storcere il naso anche con discreta violenza quando il livello si abbassa un po’, pur mantenendo la giusta dose di fiducia nei confronti di quel che arriverà nelle prossime settimane.

Di buono c’è che comunque la puntata, magari un po’ debole sul fronte del “caso della settimana”, non si dimentica di ruotarvi attorno per portare avanti i vari discorsi, fra le faccende dello S.H.I.E.L.D. nello S.H.I.E.L.D., le apparizioni e sparizioni degli inumani, i dettagli aggiunti al personaggio del dottore e l’evoluzione del personaggio di Skye. Su quest’ultimo fronte, poi, l’utilizzo degli inumani come jolly per tappare il buco lasciato dai mutanti in mano alla Fox diventa sempre più insistito, con tanto di conversazione fra Coulson e Simmons in cui sembra davvero che abbiano quella parola sulla punta della lingua ma non riescano a dirla. Magari sovrainterpreto, ma insomma, non sarebbe certo la prima volta che gli autori infilano chiacchierate “meta” in bocca ai personaggi di questa serie.

E la prossima settimana arriva il colonnello Adama. Frack!

Guerra alla droga in Italia (ma solo in home video)

A quanto pare domani arriva in Italia, ma solamente sul mercato dell’home video (qualsiasi cosa voglia dire), Drug War, il bel film poliziesco di Johnnie To che ho visto un paio di anni fa al Fantasy Filmfest di Monaco e del quale ho scritto a questo indirizzo qua. Lo segnalo: magari qualcuno lo aspettava in lingua intellegibile e ora può andarselo a recuperare tutto contento.

Ecco, Johnnie To è uno che ho sempre approfondito poco. Devo segnarmi di recuperare tutta la sua filmografia nella mia prossima vita, o perlomeno quando sblocco la feature delle giornate da trentasei ore.

The Walking Dead 05X14: "Trascorrere"

The Walking Dead 05X14: “Spend” (USA, 2015)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Jennifer Lynch
con Andrew Lincoln, Steven Yeun, Danai Gurira, Melissa McBride, Lauren Cohan, Michael Cudlitz

Questa puntata di The Walking Dead è stata diretta da Jennifer Lynch. Ma ci pensi? Sì, proprio lei, Jennifer Lynch, la figlia di David, quella che vent’anni fa ha firmato quella cosa assurda di Boxing Helena e ha immediatamente visto morire sul nascere la sua carriera. Mentre guardavo l’inizio della puntata, non mi sono neanche accorto che fra i titoli di testa c’era il suo nome, però poi l’ho visto su IMDB mentre raccattavo i dati da piazzare qua sopra e ci sono rimasto di sasso. Pensa te. Non che sia una cosa completamente assurda, in fondo negli ultimi anni la Lynch ha ripreso a lavorare con una certa costanza in TV, però, insomma, un po’ mi ha sorpreso. O forse mi ha sorpreso il fatto che sia stata lei a dirigere una fra le migliori puntate recenti di The Walking Dead. Forse è quello, sì.

In parte, per carità, è anche merito del buon lavoro svolto nelle scorse settimane dell’ottimo accumulo di tensione e contrasti portato avanti pian piano in questo incontro fra due gruppi così diversi e dalla difficile integrazione. Ma l’accumulo si può sempre far risolvere in un nulla di fatto, e invece qui abbiamo una punatata eccellente, dal gran ritmo, che porta avanti con ottima padronanza tre (quattro?) situazioni diverse, che fa evolvere in maniera intelligente un paio di personaggi e che regala pure un paio di morti non necessariamente banali, ma soprattutto trattate come si deve, in una maniera eficcace, forte e pure piuttosto brutale. Il tutto mentre si porta ancora più avanti il discorso di accumulo di cui sopra, presumibilmente in attesa di un’esplosione definitiva ormai prossima, figlia di quelle crepe fortissime che si sono spalancate nel rapporto tra i due gruppi.

In tutto questo prosegue anche molto bene il lavoro di adattamento dal fumetto, soprattutto per quanto riguarda il dover giocare con le situazioni e i personaggi diversi. L’utilizzo di Carol, per esempio, il modo in cui viene coinvolta in vicende riprese dalle vignette ma che lì, per ovvi motivi, non la vedevano protagonista, è talmente ovvio da risultare perfetto e offre tutta una nuova dinamica capace di inserire spunti interessanti anche per chi, in linea di massima, sa come andranno a finire le cose. Insomma, questa quinta stagione di The Walking Dead sta crescendo sempre di più e lo sta facendo grazie a una (sorprendente) capacità di conservare un senso di dinamica evoluzione anche nel momenti in cui ci si è seduti ancora una volta a raccontare di eventi “statici”, grazie soprattutto all’ottimo lavoro svolto sui personaggi e sui rapporti fra di loro. Insomma, molto bene.

E la prossima settimana abbiamo Sasha/Andrea nel campanile. Come finirà la stagione? Chi incontrerà Daryl durante i suoi giri in moto? Ah, la tensione!

The One I Love

The One I Love (USA, 2014)
di Charlie McDowell
con Mark Duplass, Elisabeth Moss

The One I Love appartiene a quel simpatico gruppo di film particolari, abbastanza originali e dei quali è un po’ un peccato parlare in qualsiasi maniera. Perché? Perché di fondo una buona fetta del suo fascino sta nel guardarselo senza saperne assolutamente nulla, se non magari i nomi degli attori coinvolti e il fatto che merita per davvero. Lo sa bene chi al film ha lavorato e si è trovato alle prese con l’imbarazzo di una campagna promozionale in cui non voleva e non poteva raccontare dettagli di alcun tipo sulla trama, gli spunti, i temi, men che meno i colpi di scena, anche se non è certo un racconto tutto incentrato su chissà quale clamorosa rivelazione finale. Quindi, insomma, vale sempre il solito discorso: io vado avanti a chiacchierarne e, in linea di massima, cerco di non svelare molto, ma il consiglio, per chi dovesse essere capitato qui senza averlo ancora visto, è di fermarsi, recuperarlo e solo a quel punto, eventualmente, tornare a leggermi.

Mark Duplass mentre si nasconde dagli spoiler.

Il problema non è tanto la presenza di un twist finale modello Shyamalan o di svolte incredibili sparse in giro, quanto proprio l’intera struttura del film, che cambia assetto e tono a più riprese e gioca anche molto sul non far capire per larghi tratti che razza di roba si stia guardando. E in fondo il suo fascino sta anche lì, nell’approcciarlo senza saperne nulla e ritrovarti davanti a una commedia sentimentale che si evolve in studio sui rapporti di coppia, passando per le maglie della fantascienza e finendo per diventare una sorta di episodio speciale di Ai confini della realtà (o forse nel 2015 bisogna usare Black Mirror, come riferimento). Fra gli aspetti affascinanti, per esempio, c’è il modo in cui McDowell sembra quasi voler usare costantemente il tono sbagliato per quel che sta raccontando, spingendo verso un tipo di atmosfera poco coerente con quel che davvero succede. Se vogliamo, è un po’ quello stesso bizzarro principio in base al quale – attenzione riferimento geek – Gone Home è a tratti un gioco horror efficacissimo e spaventoso nonostante di fatto sia tutta una burla e l’orrore non si manifesti realmente mai. Solo che in The One I Love, proprio quando ti rendi conto che non c’è nulla da temere e l’atmosfera horror si fa da parte, sono i temi del racconto e la sua evoluzione a spingere sempre più verso una sorta di inquietudine sottopelle, che non ti colpisce mai in faccia ma ti resta addosso in maniera un po’ malsana.

In tutto questo, la forza del film sta inevitabilmente anche nei suoi due ottimi protagonisti, anche perché in sostanza ci sono solo loro. Tolte le veloci apparizioni iniziali di Ted Danson e di alcune comparse in una scena specifica, McDowell costruisce tutto quanto attorno a Mark Duplass ed Elisabeth Moss, trovando due interpreti perfetti per la situazione. Ne viene fuori un film intelligente, originale, che non si limita ad essere solo un pretesto assurdo trascinato per novanta minuti e anzi riesce a sfruttare l’idea fuori dal comune per raccontare sentimenti e situazioni che appartengono al reame dell’ordinario. The One I Love è efficace, vola via in un respiro e attanaglia dall’inizio alla fine grazie al fascino dei suoi misteri, alla bravura degli attori, al notevole controllo di un regista e uno sceneggiatore entrambi esordienti e alla voglia di raccontare cose interessanti in maniera fuori dal comune. E che gli vuoi dire?

L’anno scorso, dopo essersi girato un po’ tutti i principali festival americani, è uscito da quelle parti in doppia distribuzione al cinema e in digitale. Ha poi iniziato timidamente a manifestarsi anche in giro per l’Europa, ma non mi risulta ancora annunciata un’uscita italiana. Però, insomma, diciamo che è moderatamente reperibile.

Lo spam della domenica mattina: Valanga GDC 2015

Ovviamente questa settimana ho da segnalare circa centododicimila cose nate dal viaggio alla GDC. E ci mancherebbe. Prima della marea IGN, comunque, un paio di robette canoniche da Outcast: il Videopep sui miei videogiochi di febbraio, la seconda parte dell’Outcast Sound Shower su Taito, il The Walking Podcast su Z Nation, il Videopep sul ciarpame che mi sono riportato da San Francisco, l’Outcast Popcorn di questa settimana, il The Walking Podcast sulle ultime due puntate di The Walking Dead e l’Old! sul marzo del 1985. E poi c’è la roba su IGN dedicata alla GDC. Facciamo che la metto ad elenchino qua sotto.

Articoli
Da Unreal Tournament a Titan X: parla Tim Sweeney
Intervista a Shuhei Yoshida – Le prospettive di Morpheus

Video
AESVI porta l’Italia alla GDC 2015
Alone With You
Amplitude 
A scuola di scrolling Bidimensionale
Chasm
Cuphead
Daedalic Entertainment
Elite: Dangerous – Wings
Futuregrind
Gathering Sky
Hiveswap
Hue
Jetpack Squad
King’s Quest
La creazione di Tengami
Mighty No. 9
Nvidia
Pixel Galaxy
Pollen
Project Morpheus
Salt and Sanctuary
Schrodinger’s Cat and the Raiders of the Lost Quark
Shardlight
Shroud of the Avatar
Sword Coast Legends
Technobabylon
The Beggar’s Ride
Ultimate Chicken Horse
Volume
Warhammer: End Times – Vermintide
Woolfe – The Red Hood Diaries
Zheros

E fra l’altro domani dovremmo registrare l’Outcast Reportage sulla GDC. Credo. Vai a sapere.

La robbaccia del sabato mattina: Cose varie spuntate mentre ero distratto

Mentre stavo a fare la bella vita a San Francisco sono successe tante cose. Almeno credo. Non lo so, ero distratto, per lo più me le sono perse. E quindi sbatto qua dentro un po’ di cose a caso, tipo il poster qua sopra, che mi sembra molto meglio della faccia da totana che c’ha Melissa Benoist nelle prime foto della sua Supergirl per la CBS. Boh.

Dai, diciamo che Daredevil continua a promettere abbastanza bene. Ma soprattutto Vincent D’Onofrio sembra davvero mostruosamente perfetto per il ruolo. Ammetto che questa cosa mi ha fatto venire molta voglia. Anche se non so quanto mi piaccia Charlie Cox. Però mi piacciono gli altri nomi coinvolti. Boh, non lo so, vediamo, manca poco.

Nuovo trailer per Inside Out. Chiaramente questo racconta un po’ la storia e quindi è meno dirompente del primo, tutto incentrato sulla trovata forte, però resto moderatamente fiducioso. Tanto lo sappiamo come va con questo genere di film Pixar: ti tirano dentro nel primo atto con la figata e poi ti diverti fino alla fine con le giostre.

Tomorrowland non so onestamente quanto mi attiri, anche sulla base del trailer, però so che Brad Bird mi ispira sempre una gran fiducia e fino adesso mi ha dato solo gioie, quindi io ci sto. Comunque, sono l’unico a vederci qualcosa di BioShock, nell’estetica?

Ex Machina. Mi fa una voglia matta per gli attori, i temi e l’estetica. Oscar Isaac for the win. La domanda è: Alex Garland avrà scritto il suo solito mezzo film della madonna che va in malora nel finale? O per il suo esordio alla regia s’è impegnato di più?

Self/less, una roba in cui Ben Kingsley diventa Ryan Reynolds ed è colpa di Matthew Goode. O qualcosa del genere. Mah. Mah? Mah.

Questo me lo sono ritrovato davanti all’improvviso e a sorpresa al cinema a San Francisco quando sono andato a vedere The Lazarus Effect (meno peggio di quanto temessi). È stato un bel momento. È bello guardare un trailer per la prima volta al cinema senza saperne nulla. Sta diventando una roba tipo “Ti ricordi quando si giocava ai campetti?”. Comunque, Avengers, Ultron, Visione, fotta. Ma poi guardarlo al cinema negli USA con la gente che si mette a urlare dal gasamento. Ah, le belle cose.

OK, il 2015 è l’anno in cui mi trovo a scrivere che un film d’azione con protagonista Owen Wilson sembra promettente. Poi cosa? Va detto che c’è Lake Bell, io a Lake Bell ci voglio bene e quindi non posso che avanzare speranzoso e ingenuo ottimismo. Il regista arriva solo da found footage. Non so se sia un buon segno. Necropolis era scemo ma girato bene. Boh.

Dark Places, un film tratto da un altro romanzo dell’autrice di Gone Girl, pieno di attori che mi piacciono e che dal trailer mi sembra una cagata. Chissà. Buon weekend.

C’ho tutto un jet lag che mi sta facendo a pezzi. Aiutatemi.

Le ultime due settimane di Agents of S.H.I.E.L.D.

Quando è uscita la notizia del raggiunto accordo fra Sony e Marvel Studios per l’integramento di Spider-Man all’interno dell’universo cinematografico Marvel, il pensiero è inevitabilmente volato a 20th Century Fox, che ha mollato la presa su alcune cose, ma tiene ancora stretti a sé i mutanti e sta provando a rimettere in pista i Fantastici 4. Del resto, la saga mutante condotta da Bryan Singer e compari si è rilanciata alla grande e punta ad espandersi sempre più. Anche per questo, pur sempre con la puntualizzazione che “vai a sapere”, è difficile immaginarsi un accordo simile su quel fronte. Lo sanno e lo stanno dimostrando perfettamente Kevin Feige e i suoi, che con queste ultime due puntate di Agents of S.H.I.E.L.D. hanno definitivamente gettato la maschera e confermato quel che un po’ tutti avevano capito ormai da tempo: si stanno giocando gli inumani per tappare il buco e lo stanno facendo in maniera palese, ai limiti del dito medio sventolato.

Non è che ci si possa girare molto attorno: l’idea dei reietti coi superpoteri che spaventano tutti, amici e familiari compresi, vengono ghettizzati e sfruttati da chi può farlo, faticano a comprendere la propria natura, affrontano un improvviso cambiamento metaforone dell’adolescenza, sono terrorizzati da quel che sta accadendo, trovano l’odio anche nelle persone che dovrebbero amarli… sono i mutanti Marvel. Poi, certo, sono tutti temi che si adattano e si sono adattati spesso anche agli inumani, ma il bello della cosa sta in fondo anche lì: permette ai Marvel Studios di giocarsi lo stesso quella carta, sfruttare tutto un filone fondamentale del loro universo, senza per questo tradire l’essenza dei personaggi che andranno a utilizzare. E pazienza se non possono puntare su Wolverine e dovranno accontentarsi di Freccia Nera: ci hanno costruito un impero, sullo sfruttare alla grande i loro personaggi teoricamente meno vendibili mentre gli altri faticavano a gestire Spider-Man.

Tutto questo, comunque, avviene in altre due ottime puntate di una serie sempre più in forma e che continua a procedere seguendo un gran bel ritmo. Le storie si evolvono, i segreti vengono svelati, le faccende non si trascinano stancamente, i personaggi sono ormai consolidati e pieni di spunti interessanti, il tono regge bene sia quando la butta sulle gag, poche e quasi sempre azzeccate, sia quando spinge sul pedale della depressione, e i momenti action funzionano bene o male tutti. In più la serie ha ormai ingranato molto bene anche nel suo ruolo più geek, quello da “contenuto extra” dei film Marvel, che chiacchiera del sottobosco di personaggi ai margini e amplia l’universo narrativo, senza contare che con la scusa degli inumani arriveranno presumibilmente sempre più personaggi variopinti e situazioni sopra le righe. Insomma, oh, io son contento. E fra un po’ Daredevil.

E poi c’è Adrianne Palicki. Era un po’ che non lo puntualizzavo. Ciao Adrianne.

Foxcatcher

Foxcatcher (USA, 2014)
di Bennett Miller
con Channing Tatum, Steve Carell, Mark Ruffalo

C’è un’atmosfera di malsana inquietudine che si respira per tutta la durata di Foxcatcher e che in parte viene da quella sensazione di destino incombente che risulta implicita nei film basati su fatti di cronaca, ma in larga misura nasce per mano del tocco di Bennett Miller e del suo approccio al racconto. Di Moneyball, altro film che raccontava avvenimenti più o meno sportivi lontani anni luce dal nostro mondo europeo, rimane l’approccio registico placido, lieve, retrò, estremamente concentrato sui personaggi, ma svanisce quel taglio allegro e in fondo un po’ scanzonato. In Foxcatcher si respira l’ansia. L’ansia del disastro imminente, certo, ma anche quella di persone che cercano disperatamente di uscire dall’ombra che le opprime, della lotta disperata per l’autoaffermazione, dell’incapacità di tollerare e assimilare il rifiuto, delle difficoltà nascoste nell’amore per un fratello messo alla prova dalle circostanze della vita.

Miller racconta tutto evitando la spettacolarizzazione, anzi, normalizzando al punto di rendere la parte conclusiva perfino meno eccitante di quanto sia stata in realtà, centrando un tono agghiacciante non solo per il taglio visivo funereo,  ma anche per la bravura con cui racconta eventi di fondo straordinari allineandoli all’assurdo senso di normalità che hanno mentre si verificano. Quando una persona dà di matto, afferra una pistola e compie l’irreparabile, non si sente la musica che sale e non si viene coinvolti da un montaggio frenetico, c’è semplicemente una morte improvvisa, al momento sbagliato, di fronte agli occhi di gente che non crede a quel che vede. La forza e la debolezza di Foxcatcher stanno in fondo tutte qui, perché proprio il taglio asciutto, quasi giornalistico e poco intenzionato a dar letture o interpretazioni, ad approfondire più di tanto i perché e i percome alle spalle dei fatti, regala potenza e capacità di restarti dentro a lungo tanto quanto toglie in termini di quel facile coinvolgimento emotivo che siamo soliti attenderci al cinema.

E poi, certo, ci sono tre attori diretti in maniera meravigliosa, dei quali Miller pare quasi innamorato e a cui in un certo senso dedica un atto ciascuno, riprendendoli con lunghe inquadrature che lasciano tutto lo spazio del mondo agli sguardi, alle piccole espressioni, ai movimenti del corpo. Mark Ruffalo è pazzesco, svanisce in un personaggio così lontano dalla sua immagine solita e gli dona una vitalità che fa girare intorno a lui l’intero film, ma anche Channing Tatum è sorprendentemente bravo nel comunicare tutta la fragilità, le speranze e le emozioni del suo lottatore solitario. Assieme a loro, uno Steve Carell inquietante, sbalestrato, coperto da strati di trucco che lo fanno sembrare esagerato ma che, quando poi vai a vederti i filmati del vero Du Pont su YouTube, scopri essere sbalordente nella sua interpretazione. Ma occhio, non è solo il lavoro di tre ottimi imitatori, sono proprio attori che danno il massimo in un film costruito in larga misura perché possano farlo.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, un paio di mesi fa, perché a volte qui i film arrivano in anticipo rispetto a lì, dove Foxcatcher esce in questi giorni. E, certo, perdersi il gran lavoro degli attori per bocca dei doppiatori è un po’ un peccato, ma quanto sono belli, sul grande schermo, quei campi lunghi e quelle sequenze interminabili.