Into the Woods

Into the Woods (USA, 2014)
di Rob Marshall
con James Corden, Emily Blunt, Anna Kendrick, Meryl Streep, Chris Pine e cinque minuti di Johnny Depp

Dodici anni dopo il successo di Chicago, tre anni dopo le pernacchie di Nine, Rob Marshall è tornato al musical cinematografico con l’adattamento di Into the Woods, classico surreale della Broadway anni Ottanta che mescola assieme svariate fiabe, tirandone fuori una sorta di Avengers fantasy pieno di gente che canta e dà spettacolo. O qualcosa del genere. Ne è venuto fuori un film polarizzante, che ha convinto pochi e generato critiche da tutte le direzioni, fra chi si lamentava per l’esclusione di parti importanti dello spettacolo originale e chi invece lo riteneva troppo lungo. Eppure, tutto sommato, per quanto imperfetto, Into the Woods è un bel musical divertente, che conserva almeno in parte lo spirito dissacrante dello spettacolo originale, pur risultando almeno un po’ addomesticato, probabilmente in larga misura per le richieste di mamma Disney.

La storia di Into the Woods, come detto, mescola assieme un po’ di tutto, da Cappuccetto Rosso a Cenerentola, passando per Raperonzolo (o forse oggi si dice Rapunzel) e Jack e il fagiolo magico. A far da filo conduttore in questo minestrone ci pensano la coppia di panettieri protagonisti (James Corden ed Emily Blunt), che non riescono ad avere figli e per questo accettano la proposta della strega cattiva di Meryl Streep, infilandosi in una serie di avventure che coinvolgono tutti quanti. Quando però il film sembra stare concludendosi all’insegna del far vivere tutti felici e contenti, scatta il twist. Pare che all’epoca dello spettacolo originale, il compositore Stephen Sondheim abbia dovuto inseguire la gente uscita dal teatro all’intervallo per spiegare loro che erano solo a metà. E in effetti, non conoscendo il musical, quando tutti i discorsi sembravano stare chiudendosi, mi sono ritrovato a controllare l’orologio chiedendomi come potesse mancare ancora quasi un’ora.

Ma in fondo lo spirito di Into the Woods, anche della versione cinematografica, sta tutto lì. C’è una prima parte che, pur nel suo minestrone bizzarro, racconta una favolona abbastanza classica, dall’aria allegra e ottimista, accompagnandola con dei bei numeri musicali. Qui dà il massimo l’aspetto comico della faccenda, con in particolare una prova strepitosa (e sorprendente) di Chris Pine nei panni del principe azzurro di Cenerentola, che raggiunge l’apice nel suo duetto col fratello principe azzurro di Rapunzel, quando si sparano le pose in riva al fiume per decidere chi sia il più drammatico, intenso e disperato. È un film allegro, divertente, pieno di idee brillanti, in cui tutto il cast rende alla grandissima sul fronte musicale e regala diversi momenti di spessore, soprattutto nei pezzi corali, anche se forse manca quella singola canzone che ti porti nel cuore dopo la visione. Perfino Johnny Depp riesce a non rovinare tutto, forse perché il suo personaggio si limita a una comparsata veloce e poi si leva dalle scatole. E c’è Emily Blunt che canta, balla e sorride sullo schermo gigante per quasi tutto il tempo, quindi io, di base, sono soddisfatto.

Da metà in poi, però, Into the Woods stravolge tutto, vira verso il drammatico, affronta di petto tutta quella serie di temi adulti che nelle fiabe tendono a rimanere sullo sfondo e ribalta i ruoli, svelando che in fondo i cattivi poi così cattivi non sono, raccontando di buoni che sotto sotto sono persone normali piene di difetti. E ne viene vuori una creatura bizzarra, forse non perfettamente centrata, ma che sa trovare una sua identità brillante, interessante, capace di raccontare qualcosa in più rispetto alla classica favoletta cinematografica targata Disney di questi anni. Insomma, Into the Woods è un bel musical cinematografico, messo in scena con gran gusto, interpretato e cantato alla grande nonostante la seconda delle due cose non sia necessariamente la specialità degli attori coinvolti. Non coglie probabilmente fino in fondo l’essenza dello spettacolo originale, soprattutto nel momento in cui deve adattare la seconda parte, ammorbidita nelle svolte drammatiche e nella potenza dei temi, ma ha una sua personalità originale e interessante. In più, la sua natura totalmente fantastica, surreale, sopra le righe e anche un po’ scemotta, rende forse più accettabile, per chi fa fatica, l’idea di gente che all’improvviso si mette a cantare invece di parlare. E insomma, buttalo.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, ormai quasi due mesi fa. Ne scrivo oggi perché in Italia ci arriva questa settimana. E comunque, ribadisco, Emily Blunt, gigante, che sorride, balla e canta. È anche un po’ faticoso, a dirla tutta. Ti sfianca.

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