Foxcatcher

Foxcatcher (USA, 2014)
di Bennett Miller
con Channing Tatum, Steve Carell, Mark Ruffalo

C’è un’atmosfera di malsana inquietudine che si respira per tutta la durata di Foxcatcher e che in parte viene da quella sensazione di destino incombente che risulta implicita nei film basati su fatti di cronaca, ma in larga misura nasce per mano del tocco di Bennett Miller e del suo approccio al racconto. Di Moneyball, altro film che raccontava avvenimenti più o meno sportivi lontani anni luce dal nostro mondo europeo, rimane l’approccio registico placido, lieve, retrò, estremamente concentrato sui personaggi, ma svanisce quel taglio allegro e in fondo un po’ scanzonato. In Foxcatcher si respira l’ansia. L’ansia del disastro imminente, certo, ma anche quella di persone che cercano disperatamente di uscire dall’ombra che le opprime, della lotta disperata per l’autoaffermazione, dell’incapacità di tollerare e assimilare il rifiuto, delle difficoltà nascoste nell’amore per un fratello messo alla prova dalle circostanze della vita.

Miller racconta tutto evitando la spettacolarizzazione, anzi, normalizzando al punto di rendere la parte conclusiva perfino meno eccitante di quanto sia stata in realtà, centrando un tono agghiacciante non solo per il taglio visivo funereo,  ma anche per la bravura con cui racconta eventi di fondo straordinari allineandoli all’assurdo senso di normalità che hanno mentre si verificano. Quando una persona dà di matto, afferra una pistola e compie l’irreparabile, non si sente la musica che sale e non si viene coinvolti da un montaggio frenetico, c’è semplicemente una morte improvvisa, al momento sbagliato, di fronte agli occhi di gente che non crede a quel che vede. La forza e la debolezza di Foxcatcher stanno in fondo tutte qui, perché proprio il taglio asciutto, quasi giornalistico e poco intenzionato a dar letture o interpretazioni, ad approfondire più di tanto i perché e i percome alle spalle dei fatti, regala potenza e capacità di restarti dentro a lungo tanto quanto toglie in termini di quel facile coinvolgimento emotivo che siamo soliti attenderci al cinema.

E poi, certo, ci sono tre attori diretti in maniera meravigliosa, dei quali Miller pare quasi innamorato e a cui in un certo senso dedica un atto ciascuno, riprendendoli con lunghe inquadrature che lasciano tutto lo spazio del mondo agli sguardi, alle piccole espressioni, ai movimenti del corpo. Mark Ruffalo è pazzesco, svanisce in un personaggio così lontano dalla sua immagine solita e gli dona una vitalità che fa girare intorno a lui l’intero film, ma anche Channing Tatum è sorprendentemente bravo nel comunicare tutta la fragilità, le speranze e le emozioni del suo lottatore solitario. Assieme a loro, uno Steve Carell inquietante, sbalestrato, coperto da strati di trucco che lo fanno sembrare esagerato ma che, quando poi vai a vederti i filmati del vero Du Pont su YouTube, scopri essere sbalordente nella sua interpretazione. Ma occhio, non è solo il lavoro di tre ottimi imitatori, sono proprio attori che danno il massimo in un film costruito in larga misura perché possano farlo.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, un paio di mesi fa, perché a volte qui i film arrivano in anticipo rispetto a lì, dove Foxcatcher esce in questi giorni. E, certo, perdersi il gran lavoro degli attori per bocca dei doppiatori è un po’ un peccato, ma quanto sono belli, sul grande schermo, quei campi lunghi e quelle sequenze interminabili.

1 commento su “Foxcatcher”

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