Automata

Automata (USA/Spagna, 2014)
di Gabe Ibáñez
con Antonio Banderas, Birgitte Hjort Sørensen, Dylan McDermott, Robert Forster

Automata è il secondo lungometraggio di Gabe Ibáñez, regista spagnolo con un passato da tecnico degli effetti speciali e un’evidente voglia di proporsi come autore completo a tutti i livelli, visto che questo suo esordio in zona anglofona se l’è scritto e diretto. Il tema al centro del film è quello delle intelligenze artificiali, un filone improvvisamente tornato di moda un po’ da tutte le parti, fra cartoni animati, film di supereroi e produzioni di ogni tipo, ma che qui trova forse una fra le sue declinazioni più particolari e ambiziose. Ibáñez, infatti, vuole evidentemente fare fantascienza alta, che non ha paura di puntare verso l’infinito e oltre, anche a costo di mancare il bersaglio e piombare giù di faccia, schiantandosi nel fantastico mondo del ridicolo. Ci riesce? In larga parte sì, anche se ne viene comunque fuori un film polarizzante e non facilissimo da apprezzare, come del resto testimonia la demolizione a cui è stato sottoposto da buona parte della critica a stelle e strisce. Eppure uno sguardo se lo merita, se lo merita eccome.

Sulle prime, Automata sembra “solamente” un riuscitissimo tentativo di riportare la fantascienza a una dimensione piccola, personale, sporca e tutta bella ricoperta di pioggia. Racconta di un’umanità prossima all’estinzione, costretta da fenomeni solari e rovesci assassini dilaganti a rinchiudersi in grosse metropoli circondate dal deserto. Gli uomini hanno provato a uscirne creando intelligenze artificiali in grado di aiutarli ma i risultati non sono particolarmente confortanti e ormai la vita dell’uomo medio è ridotta a uno stanco sperare in un futuro migliore che non arriverà mai. Il primo atto del film prende questa base di partenza all’insegna dell’allegria e vi costruisce sopra un fantapoliziesco che sembra uscita da una lurida ammucchiata fra Blade Runner, Beneath a Steel Sky e Gemini Rue. In questo contesto, Banderas veste i panni di un investigatore delle assicurazioni un po’ sfigato, alle prese con una moglie e una gravidanza che, in quel brutto brutto mondo in cui vive, non è sicuro di continuare a volere. Il nostro simpatico eroe allegro finisce ad indagare sullo strano caso di un robot che – dicono – si stava riparando da solo, contravvenendo a una fra le due leggi base che sono state inculcate alle intelligenze artificiali (l’altra è quella solita, non c’è bisogno di scriverla). E ovviamente scoperchia un pentolone allucinante.

Ora, già il fatto di essere un riuscitissimo tentativo di replicare – volutamente o meno – modelli di quel tipo sarebbe un risultato niente male, ma Ibanez non si accontenta ed è lì che le cose si complicano. Proprio quando il lato poliziesco della faccenda sta ingranando, Automata sposta tutto nel deserto e cambia completamente le carte in tavola, spingendo a mille sui filosofeggiamenti surreali, sulle grandi domande, su quel che significa essere o non essere umani, più varie ed eventuali. Ne viene fuori un viaggio surreale fatto soprattutto di grandi dubbi e metaforoni biblici, che va poi a chiudersi con una surreale sfida all’OK Corral e racconta tutto quanto all’insegna di ottime interpretazioni e una ricerca estetica notevole. Insomma, Automata è un gran bel filmone di fantascienza, che affronta con coraggio temi interessanti, insegue i suoi obiettivi con grande coerenza, regala scorci visivi insospettabilmente riusciti, considerando il budget ristretto, e può risultare indigesto nel momento in cui pare suggerire una via ma parte invece per la tangente. Da maneggiare con cura, ma assolutamente da provare se interessa l’argomento.

È uscito un po’ dappertutto in giro per il mondo lo scorso anno, io l’ho recuperato solo di recente grazie all’ammore di Netflix (un caro saluto all’accento improbabile di Banderas) e domani esce al cinema in Italia, immagino in poche sale, nessuna delle quali vicina a casa vostra. Comunque, insomma, se ne avete l’occasione, dategli una chance.

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