Whiplash

Whiplash (USA, 2014)
di Damien Chazelle
con Miles Teller, J.K. Simmons

Whiplash è il film dell’anno scorso e di quest’anno. E potremmo chiuderla qua, ma andiamo avanti. È il film dell’anno scorso perché, dopo aver fatto faville al Sundance 2014, in autunno è uscito di qua e di là, ma soprattutto in America, e infatti si è infilato alla grande nella stagione dei premi, con J.K. Simmons già giustamente premiato ai Golden Globe. È il film di quest’anno perché in Italia e in buona parte d’Europa ci arriva invece nel 2015 e, per la precisione, dalle nostre parti esce questa settimana. Indicare il film dell’anni a inizio febbraio vale quel che vale, ma il punto è che si tratta di un film meraviglioso e sono abbastanza convinto che fra dieci mesi saremo ancora lì a chiacchierarne indicandolo come una fra le opere più belle uscite in Italia nel 2015. E se, visto il soggetto, ve lo state immaginando come il classico filmetto valido “solo” perché molto ben interpretato, sappiate che state sbagliando, e non di poco. Whiplash è un filmone.

Perché è un filmone? Se lo chiedete a me, per tre motivi. Innanzitutto, sì, perché è interpretato da due attori pazzeschi. Miles Teller è uno fra i nuovi talenti più grossi del momento (se non avete visto The Spectacular Now, è il momento di recuperarlo in qualche modo) e come al solito esprime un’impressionante carica di naturalezza in ogni fibra del suo corpo. In Whiplash si presenta sul ring che ospita il confronto fra studente e maestro con lo sguardo di un pugile suonato al quindicesimo round, ruvido, sudato, sanguinante, insicuro e borioso al tempo stesso, con l’obiettivo della vita chiaro in testa, pronto a tutto per strappare la vittoria sul filo di lana. E all’altro angolo lo aspetta un J.K. Simmons fuori dalla grazia di Dio, un fascio di nervi glabro che afferra la musica in un pugno e detta i tempi del confronto con la potenza di uno sguardo, il flettere di un muscolo, il gesto improvviso di un braccio che scatta come un coltello a serramanico. È una riedizione subdola, elegante, muscolare degli istruttori militari inflessibili visti in mille altri film, solo che lui insegna musica, spreme persone per scoprire talenti. Sono due attori formidabili che assieme, da soli, fanno il film. Eppure il film non è solo loro due. Ah, quanto non lo è.

Il secondo motivo si chiama Damien Chazelle, che in effetti, in quanto regista e sceneggiatore, è all’origine anche del terzo aspetto per cui stiamo parlando di un film maiuscolo. Chazelle, alla sua opera seconda, apre tutto e svela la furia di un nuovo grande regista americano, capace di esprimere una clamorosa personalità in maniera fin troppo netta. Whiplash è un meraviglioso tripudio di ritmo e sintesi, fonde in maniera pazzesca racconto, suono e immagini, trovando una sua forma nuova, originale e mostruosamente adatta a quel che vuole dire. Si apre con una sequenza fantastica, in cui la macchina da presa viene attratta dal suono magnetico della batteria del giovane Andrew e poi, con tre rapidi movimenti, racconta in un attimo tutta la storia del film, trascinandoti dentro come se niente fosse. A quel punto è iniziata, non puoi fare più nulla a parte esserne risucchiato fino in fondo, fino a quel finale pazzesco, perfetto, dall’equilibrio impeccabile.

E infine, si fa per dire, c’è il racconto del rapporto fra i due protagonisti, delle rispettive ossessioni, dell’abuso e della sofferenza a cui ci si sottopone in nome della grandezza e soprattutto di quanto si è disposti a sopportare per inseguirla. C’è un insegnante che ha una visione chiara della vita, di quanto sia inutile accontentarsi, della necessità di spingere oltre il limite umano per raggiungere un obiettivo, e che tramite questa coltre di argomentazioni giustifica il suo accanimento, il suo abuso nei confronti dei ragazzi che si affidano a lui. C’è un allievo che insegue un sogno e mette alla prova il suo essere realmente pronto a tutto per raggiungerlo, alienandosi chiunque gli stia attorno, rinunciando alla propria vita in nome del fatto che l’unica vera vita, in realtà, si nasconde proprio in quel sogno. C’è un film che racconta due personaggi estremi trascinandoti nel vortice a cui danno forma senza fermarsi a giudicarli, senza scivolare nel patetico e nell’emozione a tutti i costi, sapendo sempre alla perfezione quando fermarsi. C’è un capolavoro, puro e semplice.

L’ho visto un mesetto fa, al cinema, qua a Parigi, in lingua originale. E qui casca l’asino: è un film con due attori pazzeschi che si meritano di poter comunicare con la propria voce, ma è anche un film incredibile, da gustarsi, ammirare e ascoltare in preda al piacere di una bella sala cinematografica. Mettiamola così: è una scusa per guardarlo più di una volta. Non che ne servano.

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