Jupiter – Il destino dell’universo

Jupiter Ascending (USA, 2015)
dei Wachowskis
con Mila Kunis, Channing Tatum, Sean Bean e le tonsille di Eddie Redmayne

Il poster qua sopra lo dice chiaramente: 2014. Poi, però, gli inconvenienti, i dubbi, aspetta un attimo che riarrangiamo quel pezzo e aggiungiamo due spiegoni, ma siamo sicuri, chi lo sa, vai a sapere, e il nuovo film della coppia di registi un tempo nota come fratelli Wachowksi viene spostato al 2015. Cosa sia successo realmente nel frattempo non ci è dato saperlo, così come non ci è dato sapere se e quanto il film sia stato rimaneggiato, ma d’altra parte, piaccia o meno, quando arrivi da due flop costosissimi e, invece di lavorare con capitali europei assieme al regista tedesco di film d’autore, torni nelle sapienti (?) mani Warner, non puoi mica aspettarti di aver carta bianca totale per il tuo filmone fantasy/fantascientifico multimilionario nostalgico in stile Flash Gordon. E nel guardare Jupiter è difficile non vederci delle ingerenze più o meno forti dall’alto, mirate al tentivo di uniformarlo agli standard del blockbusterone moderno e levargli quel po’ di spirito interessante che poteva avere. Lo si vede nel classico primo atto frettoloso, da cui sembra che siano stati tagliati via tanti momenti di raccordo e che invece di dare sostanza ai personaggi preferisce accelerare per passare in fretta alle esplosioni. E lo si vede nelle esplosioni stesse, che diluiscono qualche bella intuizione visiva in sequenze a conti fatti piuttosto anonime, troppo tirate per le lunghe e pure ripetute, fra il matrimonio da fermare e la firma da impedire. Poi, per carità, magari è tutta farina del sacco Wachowski, ma da qualche parte, in mezzo a questo pastrocchione che non funziona, c’è nascosto un film a cui non sarebbe servito poi moltissimo per essere di gran lunga superiore. È andata male, pazienza.

Eppure non riesco a prendere in antipatia un simile polpettone senza freni, che la butta per intero sul nostalgico recuperare suggestioni anni Ottanta e immaginari con cui i due registi son cresciuti, in un tripudio tutto incentrato sul costruire e raccontare un universo enorme, sopra le righe, coloratissimo, barocco, senza freni e senza vergogna. C’è dentro veramente di tutto, da Channing Tatum cane ai robottoni, passando per le astronavi abnormi con le statue sulla balconata, i reggenti stellari che commerciano in vite umane, la burocrazia intergalattica con Terry Gilliam e gli schiavi animali antropomorfi. Le suggestioni visive sparano in ogni direzione, ci sono pianeti e agglomerati stellari che paiono arrivare dagli aborti stellari più recenti di George Lucas e altri che escono dritti dritti dalla pittura ottocentesca, trovate che fulminano lo sguardo e altre che non hanno davvero nulla da dire, è un tripudio di accumulo che non può funzionare per definizione e in cui però, se ci si lascia andare con gli occhi spalancati, si trova tanto di bello. E la trovata forte attorno a cui ruota l’azione, il Channing Tatum orecchiuto che pattina per aria, è una delizia posta al centro di scene action assemblate e coreografate con la solita potenza dei Wachowski, oltre che, ancora una volta, all’insegna di una carica innovativa tecnologica magari meno forte e immediatamente percepibile rispetto a quella di Matrix, ma comunque interessante per il modo in cui riesce a dar vita a un’azione impossibile comunque fatta in larga misura di stunt fisici. In compenso, tolto appunto il pattinare per aria, quel che manca è un po’ di originalità, perché da un lato è vero che è un tentativo di raccontare una storia non basata su proprietà intellettuali già esistenti, ma dall’altro è tutto un recuperare cose che piacciono ai Wachowski e immergerle nei loro soliti temi a base di prescelti ed esseri umani allevati in batteria. Se il colpo di scena più sorprendente del film sta nel fatto che Sean Bean non muore pur avendono la possibilità almeno un paio di volte, è evidente che qualcosa non funziona.

Al di là di tutto questo, Jupiter è a modo suo interessante perché in un epoca che ci ha abituati ad eroine totalmente attive e padrone del proprio destino recupera la favola di Cenerentola, prendendo una Mila Kunis immigrata russa che lava i cessi e trasportandola in un’avventura fuori dal mondo, che la sballotta in giro nel costante ruolo di damigella da salvare. Eppure, a modo suo, Jupiter non racconta la solita storia della poveretta che aspira a rifarsi una vita sposando il principe di passaggio e, anzi, si potrebbe addirittura sostenere che sia un pregio il limitare il suo coinvolgimento nel lato action a una ginocchiata nelle palle. Di fondo, abbiamo una donna che diventa eroina non perché accetta un matrimonio o si lancia in battaglia, ma perché invece di prendere in mano un arco prende in mano la sua vita e decide cosa farne in base ai propri principi. Poi, certo, la sua storia, per quanto centrale negli eventi, rimane sullo sfondo, così come quella di qualsiasi altro personaggio, per lasciar spazio al tripudio d’immagini, suoni e colori. Ma d’altra parte, per l’appunto, il grosso problema del film sta soprattutto lì, nella valanga di cose buttate in mezzo e in un cast sottosfruttato, con forse il solo Caine Wise a poter vantare un minimo d’approfondimento. Poi, certo, si può discutere del senso del ridicolo, di Channing Tatum truccato da pirla e delle assurdità variopinte, ma onestamente – e sarà un limite mio – fatico a capire perché quel che si vede in questo film debba essere più ridicolo di un albero e un procione parlanti, un biondo gonfio come un canotto ammantato nella bandiera americana, Barbie con la barba e il martello e tante altre cose che ci facciamo andare bene. Jupiter la butta sul fantastico un po’ scemo, si prende tantissimo in giro e non ha paura del ridicolo. Il che può anche renderlo ridicolo, ci mancherebbe, ma personalmente l’ho trovato simpatico, divertente e tutto sommato tenuto in piedi da quel puccettone di Channing Tatum. Poi, certo, Mila Kunis ha costantemente lo sguardo di una a cui non interessa quel che sta facendo ed Eddie Redmayne che bisbiglia tutto il tempo e ogni tanto sbraita a caso sembra un cattivo di Ken il guerriero, ma insomma alla fine sono pure in contesto. Probabilmente, la chiave per divertirsi con ‘sto pasticcio, pur ammettendo che in larga misura lo è, un pasticcio, sta nell’apprezzare Channing Tatum: a me sta simpatico e nel ruolo del cucciolone (letterale) mi sembra che funzioni bene. Se non lo si tollera, va malissimo. Se al suo posto ci fosse stata Jennifer Lawrence, forse, non si lamenterebbe nessuno.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale e in 3D nella sala col Dolby Atmos e tutte quelle sigle strane di cui ho rinunciato a capir qualcosa. Eddie Redmayne è terribile anche in lingua originale, tranquilli, però va detto che questo è il classico film che viaggia costantemente in bilico fra il ridicolo volontario e quello involontario, vale a dire il classico film a cui il doppiaggio fa probabilmente un sacco di danni. Poi, per carità, io in italiano non l’ho visto, quindi vai a sapere. Il 3D è abbastanza spettacolare e, soprattutto, mostra un Channing Tatum che pattina e svolazza in giro tutto piccolino e ti fa venir voglia di allungare la mano e afferrarlo con le dita.

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