The Walking Dead 05X09: "Non è finita"

The Walking Dead 05X09: “What Happened and What’s Going On” (USA, 2015)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Greg Nicotero
con Andrew Lincoln, Steven Yeun, Chad L. Coleman, Danai Gurira, Tyler James Williams

Attenzione, di solito evito, ma stavolta parlerò in libertà di quel che accade nella puntata, perché mi va di fare così e perché non mi vengono in mente altri modi per scriverne. Limite mio, sicuramente.

E niente, era nell’aria ormai da tempo, per certi versi sembra essere un po’ l’assunto di base attorno a cui è stata costruita un po’ tutta la quinta stagione, stavamo insomma dalle parti dell’inevitabile: ci siamo levati di mezzo Tyreese e i suoi monologhi da piangina. Mi dispiace? No, non mi dispiace, anche perché – sarà che durante la pausa invernale mi sono viziato divertendomi come uno scemo davanti a Z Nation – quando se n’è rimasto appositamente in disparte con Noah perché voleva mettersi a fargli la predica, m’ha preso tutto un improvviso turbamento di violenza e m’è venuta una discreta voglia di lanciare il telecomando contro lo schermo della TV. Per fortuna mi sono trattenuto. E per fortuna gli autori si son resi conto che stavolta la manovra Shane non era riuscita. Pur fra alti e bassi, quel personaggio, una volta “sopravvissuto” più di quanto avesse fatto nella sua edizione fumettistica, aveva trovato una sua dimensione. Tyreese no.

Tyreese non aveva trovato altro da fare che piangere, lamentarsi, piangere, lamentarsi, predicare bene, razzolare male, piangere, lamentarsi e far da baby sitter. Anche fuor di paragone – impietoso – con il Tyreese dei fumetti, si trattava di un personaggio superfluo, sviluppato male, che sembrava aver già detto tutto quel (poco) che aveva da dire. Uno spreco, insomma, tanto del personaggio quanto del valido attore ingaggiato per interpretarlo. Ma soprattutto, e si torna al punto di partenza, in una stagione dedicata al raccontare di come ormai solo chi ha la pelle dura possa sopravvivere (o rimanerci comunque secco per un errore) e del modo in cui chi è arrivato fino a qui l’ha fatto perdendosi per strada brandelli d’anima, uno ridotto in queste condizioni non poteva che finire male. Per quanto si tratti di una morte prevedibile, però, devo dire che è stata orchestrata bene, in maniera tutto sommato sorprendente ed efficace, vuoi perché uno non si aspetta due “cadute” di peso in episodi consecutivi, seppur con la pausa in mezzo, vuoi per la struttura scombinata del racconto.

Quello che all’inizio sembra solo un montaggio da tesina universitaria tramite cui mostrare in maniera ganza il lutto per Beth, sulla distanza si rivela essere figlio dello stato allucinatorio in cui piomba Tyreese, e soprattutto legato alla sua, di morte. Una bella trovata, che contribuisce allo sgomento delle fasi finali, per altro ben costruite anche nell’ottica di lasciarti lì appeso per un po’, abbandonato a quella situazione in cui sai che è finita eppure, per qualche motivo, ti viene il dubbio che forse si trovi una via d’uscita. Non fosse che tutto questo ruotava attorno a un personaggio che con me non ha mai funzionato, probabilmente, sarei qui a parlarne come di un grandissimo episodio. O forse no, forse non l’avrei fatto comunque, perché fatico davvero a digerire i centododici monologhi che ripetono le stesse cose, quelle stesse cose ribadite più e più volte in tutte le puntate precedenti, perché non sia mai che si lasci qualcosa al non detto, bisogna spiegare e sottolineare i temi per benino. Ma immagino sia soprattutto un problema mio.

E la prossima settimana, a giudicare dal trailer, ci si butta decisamente on the road. Mi sembra una cosa positiva. Meno monologhi, più mattanza, per favore.

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