John Wick

John Wick (USA, 2014)
di Chad Stahelski e David Leitch
con Keanu Reeves, Michael Nyqvist, Willem Dafoe, Adrianne Palicki

Ultimamente, Keanu Reeves s’è fatto cogliere dalla sindrome di Liam Neeson, seppur con quasi dieci anni d’anticipo rispetto a quando è capitato al nostro pensionato action preferito, e ha deciso di dedicarsi al cinema di menare, sparare e tirar calci volanti. Se da un lato, infatti, è innegabile che i film d’azione abbiano rappresentato una certa costante nella carriera del giovane Keanu, certo più che in quella del giovane Liam, dall’altro fra il terzo Matrix e Man of Tai Chi sono passati dieci anni secchi, durante i quali Keanu s’è dedicato soprattutto al cinema di parlare. Ma evidentemente a un certo punto è scattato qualcosa e il nostro amico ha deciso che voleva riprendere a divertirsi facendo il supereroe sul set. Ecco quindi che nel giro di un paio d’anni tira fuori l’esordio alla regia con un film sulle arti marziali in cui si riserva anche il ruolo da antagonista (Man of Tai Chi, appunto), un secondo film in cui se ne va a combattere creature mitologiche nell’estremo oriente (47 ronin) e infine si affida ai suoi coreografi di Matrix per la loro prima regia. Grande Keanu.

Il risultato di quest’ultima mossa è John Wick, una specie di noir d’azione in cui il protagonista è un uomo in preda a lutto disperato per la recente morte della moglie, aggrappato con forza a quel che gli rimane di lei, per la precisione un’auto vintage e un cagnolino. Mentre è impegnato a farsi una sana dose di affari suoi, un gruppo di mafiosetti russi, tra cui il figlio del boss locale, decide di prenderlo di mira e glie ne combina una di troppo. Quello che i poveretti non sanno è che hanno sfogato le proprie turbe giovanili sulla persona sbagliata, uno il cui nome fa tremare di paura chiunque lo conosca, quello che non viene usato come figura mitologica per spaventare i bambini la sera tardi perché anche le figure mitologiche hanno paura di lui. John Wick, appunto.

La persona sbagliata, exhibit A.

Ne segue un film che non si abbandona completamente all’azione sfrenata, ma riesce a mescolare in maniera convincente diversi stili, seguendo la semplice e tragica, storia del nostro eroe, raccontandone il circoletto di amici e conducendoci per mano in questo mondo allucinato di killer mossi da un ferreo codice d’onore. Cuore di quel mondo è un albergo dalle regole bizzarre, zona franca su cui non svelo molto perché è divertente da scoprire coi propri occhi e che è parte integrande del lavoro svolto su questa specie di universo parallelo cupo e fascinoso. E in questo luogo astratto, molto ben costruito e fotografato con un gran gusto per l’immagine, John si muove cercando vendetta, soddisfazione, o magari semplicemente un modo per sfogarsi, mentre l’intera rete di professionisti del settore che gli ruota attorno converge su di lui, senza avere troppo chiare le proporzioni del guaio in cui stanno andando a cacciarsi. Il che ci porta all’azione.

La persona sbagliata, exhibit B.

Ottimo il mondo surreale in cui si svolge tutto, ottima l’atmosfera, ottima la cura per l’immagine, ottimo in generale il fascino che ammanta tutto quanto, però poi dal film diretto dai coreografi di Matrix è anche lecito attendersi una certa dose di azione e divertimento. Li abbiamo? Fino a un certo punto. Il primo scontro a casa Wick e il macello in discoteca, protagonisti delle due gif animate che ho piazzato qua sopra, fanno molto bene il loro dovere. Non esprimono magari la brutalità a cui ci ha abituati un certo cinema orientale recente, ma sono dei gran bei balletti eleganti e spettacolari, nei quali la putenza (quasi) invincibile del personaggio interpretato dal nostro amico Keanu viene espressa a meraviglia. Va un po’ meno bene per il confronto con la killer interpretata da Adrianne Palicki, che salvo comunque perché, ehi, Adrianne Palicki, ma soprattutto delude lo scontro finale, di un moscio che non ci si crede. E, insomma, ci sono anche delle giustificazioni narrative, per la sua moscezza, però, se mi fai uno scontro finale moscio, io esco dal cinema con l’amaro in bocca.

Ma nonostante questo mi sento di consigliare John Wick, perché quando ingrana è divertente per davvero, perché Keanu Reeves funziona alla grande nel ruolo, perché Adrianne Palicki e perché si tratta di un film molto curato nell’estetica e affascinante in parecchie trovate. Bella Keanu.

L’ho visto in lingua originale, al cinema, qua a Parigi, lo scorso novembre. Ne scribacchio solo oggi perché nei cinema italiani ci arriva questa settimana.

Killer Klowns from Outer Space

Killer Klowns from Outer Space (USA, 1988)
di Stephen Chiodo
con Grant Cramer, Suzanne Snyder, John Allen Nelson, John Vernon

Stephen, Charles ed Edward Chiodo sono tre amorevoli fratelli che il Bronx ha deciso di regalare al mondo tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana. I tre hanno dedicato la loro vita adulta al lavoro nel mondo degli effetti speciali, con particolare attenzione su pupazzi, stop-motion e tutto ciò che stimola la nostalgia nella capoccia di chi è cresciuto negli anni Ottanta. La loro carriera vanta partecipazioni alle robe più disparate, daa Critters a Team America, passando per A cena con un cretino e svariati episodi de I Simpson. Fra i motivi per cui molti appassionati vogliono loro bene, però, c’è soprattutto Killer Klowns from Outer Space, un progetto assurdo e personalissimo, l’unico film da loro scritto e diretto, almeno fino a quando uscirà il più volte chiacchierato The Return of the Killer Klowns from Outer Space in 3D, che IMDB sostiene essere in arrivo nel 2016, con Grant Cramer pronto a tornare nel suo ruolo originale.

Ma che cos’è, Killer Klowns from Outer Space? È esattamente quel che il titolo può lasciar immaginare, niente di più e niente di meno: un film in cui arrivano dallo spazio dei pagliacci assassini. Facile, no? A distinguerlo da cinquantamila altri film di quegli anni basati su singole trovate fuori di testa c’è il fatto che in questo caso gli autori non si sono limitati all’idea di base e hanno invece spremuto fuori un film che è un frullato di invenzioni geniali una dietro l’altra, messe in fila senza freno alcuno. Tolti l’assegnino per convincere John Vernon a portare un (bel) po’ di carisma attoriale e quello per commissionare ai Dickies la meravigliosa theme song, tutto il resto del budget è finito nello sviluppo di pupazzi, creature, aggeggi e assurdità varie, dando vita a un tripudio di follia incredibile, in cui non si smette mai di divertirsi ed essere sorpresi.

Killer Klowns from Outer Space è un film assurdo e fenomenale, un carico di stupidità camp sopra le righe in cui a vincere sono la fantasia e il divertimento, espressi comunque in un contesto a modo suo brutale e violento: fatico a considerarlo un film spaventoso, ma tutto sommato non mi stupisco se chi non si trova molto a suo agio coi pagliacci lo vive male. In testa, però, rimane soprattutto il modo in cui l’immaginario legato al circo, e più nello specifico ai clown, viene rielaborato per dar vita a una sorta di incubo stralunato. Dall’astronave a forma di tendone ai bozzoli di zucchero filato, passando per l’uso che viene fatto dei palloncini e delle ombre cinesi, la stupida e crudele giocosità dei pagliacci, il pop corn mutante, la fila di clown che escono dall’auto, il gelato, le vittime trasformate in marionette… cinque minuti a caso di questo film valgono tutti gli Sharknado di questo mondo per quantità di idee, senso dell’assurdo, deformazione della realtà e palpabile entusiasmo da parte di chi si trova dietro alla macchina da presa. Poi, certo, è un film scemotto, con personaggi e attori di terz’ordine e una storia che alla fin fine fa solo da pretesto per mettere in fila una lunga serie di sketch. Ma è uno spacco vero, adorabile e sincero. Avercene.

Era il film conclusivo della maratona notturna dedicata agli alieni del PIFFF 2014. Non l’avevo mai visto prima e spararmelo sul grande schermo, alle quattro del mattino, con alle spalle una notte passata davanti alle invasioni aliene, beh, è stato meraviglioso.

Gli episodi pilota Amazon di gennaio 2015

Il 19 aprile 2013, Amazon ha tentato per la prima volta l’esperimento della “Pilot Season”, con quattordici episodi pilota per potenziali serie girati e gettati in pasto agli abbonati Amazon Prime, che in diversi territori mondiali (USA, certo, ma non solo) include un servizio di video on demand. Gli utenti possono guardarsi gli episodi, esprimere il loro parere tramite l’apposito sondaggio online e sperare che ciò che hanno più gradito passi il vaglio e venga messo in produzione. Le serie approvate vengono quindi prodotte e distribuite in stile Netflix, con l’intera stagione che arriva su Amazon Instant Video tutta assieme, in esclusiva per gli abbonati Prime, immagino pronta per l’eventuale vendita e trasmissione sui network televisivi dei paesi non raggiunti dal servizio.

Da quei primi quattordici “tentativi” hanno visto la luce cinque serie, tre delle quali dedicate al pubblico dei più piccini. Per quanto riguarda le altre due, Betas non ha avuto fortuna e ha chiuso dopo la prima annata, mentre Alpha House, una commedia a sfondo politico con protagonista John Goodman, è giunta lo scorso ottobre alla seconda stagione. Dalla seconda tornata di dieci episodi pilota, risalente a febbraio 2014, sono nate cinque serie, due delle quali per bambini. Le altre tre? Mozart in the Jungle, pubblicata un mese fa, Bosch, in arrivo a febbraio, e la splendida, splendida, splendida Transparent, che si è manifestata lo scorso agosto e nelle ultime settimane ha fatto incetta di premi, ha portato a casa due Golden Globe e, assieme all’annuncio – guarda caso immediatamente successivo alla cerimonia – di una serie firmata Woody Allen messa in produzione senza passare dalla procedura della Pilot Season, ha fatto puntare tutti i riflettori su Amazon.

Nel mentre c’è stata anche una terza Pilot Season, lo scorso agosto, di cui ho scritto a questo indirizzo qua: cinque proposte, nessuna delle quali convincentissima, con le due di maggior potenziale (Hand of God e Red Oaks) messe in produzione e una terza, The Cosmopolitans, su cui c’è ancora da decidere. Insomma, la macchina non si ferma e, anzi, con il prestigio garantito da Golden Globe e Woody Allen, è anzi il caso di spingere sul pedale dell’acceleratore, tant’è che il 15 gennaio 2015 è scattata la quarta Pilot Season, con ben tredici proposte. Sei fra questi nuovi episodi pilota sono dedicati a un pubblico infantile che, evidentemente, interessa molto ad Amazon ma, abbiate pazienza, interessa molto poco a me. Mi sono però guardato gli altri sette e…

Che cos’è?
Il remake americano dell’omonima serie britannica andata in onda per quattro stagioni. La mente creativa alle spalle del progetto è la stessa dell’originale, Cris Cole, affiancata però in produzione dallo Shawn Ryan di The Shield. La storia racconta di quattro amici di mezz’età, ex membri della stessa confraternita universitaria, che vanno in Belize per trascorrere quattro giorni di vacanza nella super villa del quinto amico che ha fatto i soldi e che, ovviamente, nasconde qualche segreto di troppo. Steve Zahn è il bambinone del gruppo. Ben Chaplin è il professorino tutto rabbia repressa e fastidio. Romany Malco è il padre di famiglia portato sull’orlo del lastrico da un divorzio difficile. Michael Imperioli è l’uomo medio senz’arte né parte. A ospitarli è Billy Zane, nel ruolo interpretato da Ben Chaplin nella serie originale.

Come mi è sembrato?
Molto bello e dal gran potenziale (per altro tecnicamente già espresso nella serie originale, che ammetto di non conoscere). Il rapporto fra i protagonisti è quello classico di queste situazioni, con amicizie non più troppo tali, logorate dalla vita e pronte ad esplodere in maniera brutale, ma la situazione precipita quando entrano in gioco le faccende in cui si è trovato coinvolto il personaggio di Billy Zane. Ne viene fuori un’ora di televisione il cui tono vira lentamente e inesorabilmente dalla leggera commedia anche un po’ stupidina iniziale a un tuffo nel panico e nella brutalità. Se andrà avanti, immagino verra messo al centro soprattutto l’elemento thriller e di avventura nei luoghi selvaggi, con gli aspetti comici a fare capolino nei rapporti fra i personaggi e nel tratteggiare gli aspetti più assurdi della storia.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Parecchia. Se il progetto viene bocciato, mi guardo l’originale. Anzi, mi sa che me lo guardo lo stesso.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Una commedia su una ex super modella arrogante e volgarotta, appena uscita da dieci anni in clinica di riabilitazione, che prova a rientrare nel giro dalla porta principale ma sbatte contro un muro. Ad aiutarla, piuttosto controvoglia, la sua ex assistente, che nel frattempo si è rifatta una vita da scrittrice di manuali d’autostima per adolescenti. La modella è Leslie Bibb, l’ex assistente sfigatella è Rachel Dratch, a dirigere il pilota c’è il Mark Waters di Mean Girls.

Come mi è sembrato?
Mean Girls era eccellente, ma sono passati undici anni e Mark Waters deve ancora dirigere un singolo altro film che valga la pena di ricordare almeno la metà rispetto a quello (HINT: forse era tutto merito di Tina Fey). Salem Rogers, comunque, ha dei momenti in cui funziona, più che altro perché le due protagoniste, seppur in modi diversi, non conoscono il senso della vergogna. Leslie Bibb si mangia la scena ruttando, scoreggiando, trattando tutti malissimo, comportandosi da stronza senza freni e cretina priva di ogni speranza, Rachel Dratch è la solita, ottima, assurda Rachel Dratch e fra le due c’è davvero un’ottima intesa. La scrittura, però, non le supporta al meglio e onestamente sono più le gag sfiatate di quelle che funzionano.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Non molta, però ci vedo del potenziale. Diciamo che le darei una chance in caso di recensioni cariche d’entusiasmo.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average: I wouldn’t go out of my way to watch it

Che cos’è?
Figlio di una coppia che vive vendendo droghe leggere, Logan è un ragazzo bellissimo e bravissimo che ha sempre avuto la vita servita su un piatto d’argento, facendosi mantenere come capitava, ottenendo tutto quello che voleva grazie al fatto che qualunque donna gli capitasse davanti cascava ai suoi piedi, ma non si è mai per questo montato la testa più di tanto. Praticamente è come sarebbe il principe azzurro di Fables se fosse caduto da piccolo nel pentolone della marijuana e fosse per questo costantemente rilassato, buono, onesto. Vive in uno stato di continuo relax e ha trovato la propria vocazione facendo il maestro di yoga nella palestra fondata con la sua ragazza… che improvvisamente lo lascia e lo costringe a mettersi in proprio. Deve quindi farsi una vita. Ah, suo padre è Kris Kristofferson.

Come mi è sembrato?
In giro per l’internet lo vedo abbastanza stroncato (del gruppo, l’unico trattato peggio è Point of Honor) ma in realtà a me non è dispiaciuto, in larga misura per il tono sbalestrato su cui si adagia, assestandosi dalle parti della commediola innocua che non sente il bisogno di sfociare negli eccessi apatowiani. La voce narrante, l’atmosfera, i personaggi… è tutto tremendamente rilassato e ne viene fuori un qualcosa di assurdo e con una sua personalità abbastanza particolare, che è anche difficile inquadrare come tentativo di far comicità in senso stretto, se vogliamo: l’unica gag “esplosiva” è quella che chiude l’episodio, per il resto è tutto un placido scherzare su convenzioni e sulle assurdità new age filtrate dallo sguardo di protagonista vitello tonnato. Ah, c’è Lyndsy Fonseca, che è sempre un punto a favore.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Non troppa. Ci vedo del potenziale, ma non abbastanza da gettarmici sulla fiducia. Anche qua, conteranno le recensioni.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?

Average: I wouldn’t go out of my way to watch it

Che cos’è?
Una specie di adattamento in video della storica rivista americana The New Yorker, che dal 1925 si occupa di cronaca, attualità, critica, satira, fumetti, narrativa e poesia. E i trenta minuti di questo episodio pilota sono strutturati come un numero di una rivista, con tanto di indice. Quattro segmenti: un cortometraggio con Alan Cumming nel ruolo di “Dio”, un’intervista a Marina Abramovic, un documentario di Jonathan Demme sul lavoro del biologo Tyrone Hayes e un altro corto (anzi, micro) metraggio, in cui Andrew Garfield legge una poesia. A introdurre ciascun segmento c’è una vignetta sullo stile di quelle che appaiono nella rivista, la cui genesi viene mostrata in time-lapse.

Come mi è sembrato?
Molto bello e promettente. Il livello della produzione è alto e i segmenti sono tutti interessanti, fermo restando che, ovviamente, possono attirare di più o di meno a seconda dei gusti personali e dell’argomento trattato. Il cortometraggio iniziale è divertente, l’intervista a Marina Abramovic è affascinante, il documentario su Tyrone Hayes tratta un argomento che meriterebbe più spazio ma riesce comunque a condensare come si deve emozione e informazioni, la poesiola fa da bel punto in fondo alla frase. Da un certo punto di vista, potrebbe essere il Transparent di ‘sto giro: magari non riscuote successo enorme, ma decidono di andare avanti lo stesso per questioni di importanza e di prestigio.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Molta.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Siamo all’inizio della Guerra di secessione americana e John Rhodes, residente a Point of Honor, in piena Viriginia, prende la controversa decisione di rinunciare completamente allo schiavismo ma difendere comunque il suo stato nello scontro fra Nord e Sud. L’episodio pilota è diretto da Randal Wallace, regista di La maschera di ferro e We Were Soldiers, sceneggiatore di Braveheart e Pearl Harbor.

Come mi è sembrato?
L’investimento produttivo non sembra essere dei più convinti, fra la messa in scena traballante della battaglia iniziale (che pure ha i suoi momenti), una ricostruzione degli ambienti che va e viene e un eccesso di panoramiche dall’alto sulla villa che fanno tanto Dallas (senza contare che gli accenti, da quanto leggo in giro, lasciano a desiderare). Il soggetto, volendo, è affascinante, ma difficilotto da trattare come si deve e, a giudicare da questo episodio pilota, Randal Wallace non è all’altezza della situazione. Ci sono spunti azzeccati, piccoli momenti che raccontano la “normalità” dello schiavismo nello sguardo di un personaggio teoricamente positivo o immagini suggestive come quella delle donne sedute sull’uscio che ascoltano gli spari in lontananza, ma è tutto eccessivamente pomposo, fino all’esasperazione. La scrittura è sparata a mille, gli attori recitano anni luce sopra alle righe e, del resto, i personaggi sono una lunga serie di macchiette incastrate nei più classici stereotipi. Premio “no, dai” alla scena della liberazione degli schiavi con una che scatta subito a cantare Amazing Grace.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Pochissima. Poi vai a sapere, eh. Però davvero poca.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Below average

Che cos’è?
Se ne chiacchiera ormai dal 2010, quando doveva essere una miniserie della BBC, e già allora alla produzione era legato il nome di Ridley Scott. Nel 2013 doveva essere una produzione SyFy, con Frank Spotnitz (uomo fondamentale per otto delle nove stagioni di X-Files) ad affiancare sir Ridley. E alla fine è stata Amazon a provarci per davvero, con le riprese di un episodio pilota, prodotto sempre da Spotnitz e dalla Scott Free di Ridley, svoltesi a ottobre 2014. È l’adattamento dell’omonimo romanzo di Philip K. Dick (in Italia s’intitola La svastica sul sole) e racconta di un 1962 in cui l’America è sotto il dominio dell’Asse, uscito vittorioso dalla Seconda Guerra Mondiale, e nel quale Giappone e Germania finiscono per dividersi il territorio americano e dar vita alla loro versione della Guerra Fredda.

Come mi è sembrato?
Notevole. Ci sono margini di miglioramento, in un pilota è inevitabile, ma come punto di partenza fa il suo dovere alla grandissima, per diversi motivi. Soprattutto, c’è il suo sbatterti in questo mondo assurdo senza nessun pippone introduttivo, presentandolo come dato di fatto e raccontandolo in maniera eccellente, seguendo tante vie diverse, passando per i piccoli dettagli, la cura nella costruzione degli ambienti, scene dal forte impatto come quella delle ceneri, il lavoro su attori e personaggi. La capacità di costruire un mondo c’è tutta, ed è un mondo affascinante, nelle cui avventure viene voglia di immergersi. Se viene portato avanti e fanno le cose per bene, qua c’è il potenziale per la prima grande “saga” televisiva di Amazon.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Assai.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Il mitico Brian Dennehy è il titolare di un’azienda produttrice d’armi da fuoco messa nei guai da una manovra azzardata del figlio Jason Lee. L’altro figlio Sam Trammell (il cagnolino di True Blood) torna a casa per dare una mano e si ritrova invischiato in tutte le assurdità da cui era scappato per rifarsi una vita. Ne viene fuori un mix fra (poco) dramma e (molta) commedia che fa satira sull’industria di pistolone e fucili, con Samuel Baum (Lie to Me) e Sam Shaw (Manhattan) a occuparsi del lato creativo.

Come mi è sembrato?
Divertente e con un bel potenziale, vuoi per l’argomento, vuoi per l’ottima intesa fra gli attori, anche se l’episodio pilota ci mette un po’ a ingranare e l’impressione è che, se andrà avanti, ci sarà da lavorare per aggiustare il tiro (Ba dum tssshhh). Jason Lee ha il ruolo cucito addosso e tira fuori un mix fra Earl e i suoi personaggi buzzurri del periodo in cui lavorava con Kevin Smith, Sam Trammell è il solito cucciolone (Ba dum tssshhh) e Brian Dennehy, beh, è Brian Dennehy. Bonus: c’è la faccia da schiaffi di Dreama Walker.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Abbastanza. Una chance glie la darei di sicuro, fosse anche solo per l’ottimo cast.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above average

Beh, fermo restando che è inevitabile che in un mucchio di episodi pilota non funzioni tutto bene, mi sembra che la qualità media si stia alzando. Bene così. Al di là del fatto che Transparent, da solo, vale l’abbonamento a Prime. Guardate Transparent. Sul serio.

Lo spam della domenica mattina: Funghetti

Questa settimana, su Outcast, s’è manifestato un Videopep in cui faccio il conto dei giochi che più mi interessano per il 2015, seguito dalla mia recensione di Captain Toad: Treasure Tracker e dall’Old! dedicato al gennaio del 1985. Su IGN, invece, ho dato una mano per la Top 10 dei videogiochi del 2014 (più che altro partecipando alle decisioni e assemblando l’articolone) e ho messo assieme l’analisi del secondo trailer di Avengers: Age of Ultron (ma doveva uscire ieri e non mi pare sia uscita ma non so perché nel weekend mi faccio il più possibile gli affari miei e insomma boh comunque magari esce e se esce sta a quell’indirizzo linkato qua sopra).

Domani, a meno di imprevisti, dovremmo registrare il primo Outcast Magazine del 2015.

La robbaccia del sabato mattina: Cervelli!

Dunque, la notizia della settimana, forse, è che dopo aver tirato su due meritatissimi Golden Globe con Transparent (che, ricordo, è la mia serie preferita fra quelle che ho visto l’anno scorso), Amazon ha annunciato di aver messo in cantiere una serie firmata Woody Allen, che salterà per direttissima la procedura canonica dei pilot ad approvazione popolare. Il commento di Allen è stato, più o meno, “Non so che fare, comunque lo faccio”. Sono curiosissimo.

Questa cosa qua sopra, invece, è una specie di librogame formato Twitter, in cui si clicca sugli @ per decidere cosa fare e si va avanti nella storia. Arrivati in fondo, si scopre che in realtà è una campagna pubblicitaria per un libro su Kindle, ma insomma, è comunque una cosetta davvero bella.

Qua invece c’è il trailerino per la ripresa della quinta stagione di The Walking Dead. Onestamente è solo un po’ di gente che si spara le pose al rallentatore, non c’è molto da dire.

Qua abbiamo invece il trailer per la seconda stagione di Penny Dreadful. La prima ce l’ho ancora nella lista delle cose che voglio guardare, anche perché me ne parlano bene, ma appunto boh. Però Eva Green. Che è sempre un’ottima argomentazione.

Nuovo, onestamente un po’ moscio, trailer per Avengers: Age of Ultron. Boh, mi son divertito di più a registrare l’analisi in video (che esce oggi su IGN, a meno di imprevisti) che a guardare il trailer. Sarà anche che non è che si veda molto di nuovo, son più che altro dettagli da seghino mentale.

Il primo trailer per iZombie, nuova serie TV tratta dal fumetto di cui ho scritto a questo indirizzo qui e chiacchierato a quest’altro indirizzo qua. Devo dire che, al di là delle pose plastiche inguardabili sul finale, mi ha messo di buon umore. Partendo dal presupposto che una serie flippata veramente in stile Allred non me l’aspetto di certo, devo dire che ci vedo del potenziale e soprattutto che mi sembra poter cogliere lo spirito giusto.

Sto guardando The Honourable Woman. Guardate The Honourable Woman. Porca miseria The Honourable Woman. Mamma mia The Honourable Woman.

Blob – Il fluido che uccide

The Blob (USA, 1988)
di Chuck Russell
con Shawnee Smith, Kevin Dillon, Donovan Leitch Jr.

Quattro anni dopo quel capolavoro di La cosa, due anni dopo quell’altro capolavoro di La mosca, nel 1988 se ne salta fuori un ulteriore horror che aggiorna, attualizza e incupisce un successo di qualche decennio prima. Del resto, sono gli anni d’oro dei remake, è il periodo in cui degli autori dotati di un cervello funzionante ci regalavano reinterpretazioni di spessore, ben lontane dai rifacimenti al microonde cui siamo abituati oggi. In questo contesto, c’è poco da fare, Blob fa la figura del fratello scemo, ma la verità è che si tratta di un film divertente, dal gran ritmo, sorprendentemente cattivo (ci lascia le penne pure un bambino!) e che riesce appieno nel suo intento di riportare in sala quello spirito da drive-in che caratterizzava l’epoca da cui trae spunto.

Paparini del progetto sono dei giovani Chuck Russell e Frank Darabont, che scrivono assieme la sceneggiatura ma riescono a recuperare i finanziamenti per realizzare il film solo dopo essersi occupati di Nightmare 3: I guerrieri del sogno, da cui tirano per altro fuori uno fra i film più amati e di maggior successo della saga di Freddy Krueger. Dopo aver contato i soldi, quindi, spazio al loro remake, che recupera l’idea di base originale ma trasforma la massa informe assassina da creatura aliena a esperimento di laboratorio. Il classico tema dell’ansia da invasione comunista dei bei tempi si trasforma quindi, così timidamente che non è chiaro se Russell e Darabont siano davvero interessati alla cosa, in un metaforone sul terrore dell’A.I.D.S. che scuote il mondo in quegli anni. Ma d’altra parte l’idea, è piuttosto palese, sta soprattutto nel divertire e divertirsi.

Dove Russell e Darabont recuperano lo spirito dei bei tempi è infatti nel taglio assolutamente camp, seppur maggiormente cupo, ben supportato dalla truppa di caratteristi piazzati davanti alla macchina da presa. In questo senso, mi preme ricordare soprattutto gli occhi allucinati di Jeffrey DeMunn (attore feticcio di Darabont, ottimo Dale in The Walking Dead) e il classico anti-eroe motociclista con giacca di pelle, in pieno stile fifties, interpretato da Kevin Dillon (il Dave Franco degli anni Ottanta). È anche grazie a loro se Blob è fondamentalmente una divertente baracconata, che funziona alla grande ancora oggi grazie alla cattiveria, ai lievi accenni di satira e al puro senso di divertimento che sa esprimere. Anzi, forse funziona ancora meglio oggi, a quasi trent’anni di distanza, per quella sorta di affetto che si tende a provare nei confronti di un cinema ruspante, fisico, sincero e artigianale che oggi appare confinato alle piccole produzioni indipendenti, ma nel 1988 poteva permettersi un budget di tutto spessore. C’è ritmo da vendere, la fantasia nell’utilizzare l’assurdo mostro per ammazzamenti ingegnosi non manca e ci si diverte dall’inizio alla fine. Altro che Carrie.

L’ho visto al cinema, in lingua originale, come terzo film della maratona notturna sulle invasioni aliene al PIFFF 2014. Il terzo film è quello del giro di boa, dopo le tre di notte mi passa il sonno e da lì è tutto in discesa.

Agent Carter 01X03: "Time and Tide"

Agent Carter 01X03: “Time and Tide” (USA, 2015)
creato da Christopher Markus e Stephen McFeely
puntata diretta da Scott Winant
con Hayley Atwell, James D’Arcy, Chad Michael Murray, Enver Gjokaj, Shea Whigham

Alla terza uscita (o seconda, ma insomma, ci siamo capiti) la nuova serie Marvel abbassa il ritmo rispetto alla cadenza scoppiettante delle prime due puntate per provare a concentrarsi più sui personaggi. Una scelta sensata, che da un lato rende forse la parte centrale di questa oretta televisiva un po’ arrancante, ma dall’altro regala maggior sostanza al cast, dando ai colleghi della protagonista un senso che inizi andare oltre al mix di sagomati sciovinisti presentati una settimana fa e, nel contempo, iniziando a mostrare quel che si nasconde dietro la facciata da macchietta di Jarvis, ovviamente pensato per risultare qualcosa in più che una semplice spalla comica. Fermo restando che, ehi, come spalla comica funziona benissimo e, in generale, l’umorismo gentile e un po’ retrò della serie, fino a qui, è davvero azzeccato.

Nel mentre, viene portato avanti l’intrigo legato ad Howard Stark e alla sua tecnologia rubata, anche se la partecipazione fugace di Dominic Cooper continua a sembrarmi l’aspetto meno interessante, e soprattutto meno riuscito, della serie. Quel che davvero funziona, comunque, è Hayley Hatwell, bravissima nel rendere ogni sfumatura di un personaggio – ricordiamolo: fondamentalmente la prima “protagonista” dell’universo cinematografico Marvel – che si stanno giocando davvero bene. Ha la presenza fisica richiesta dal ruolo, non sbaglia un colpo quando deve buttar lì battutacce e gestisce a meraviglia il continuo equilibrismo fra toni cupi e da commedia.

E in questo senso, una puntata magari non totalmente riuscita come le prime due, seppur comunque piacevole e divertente, sale di livello grazie a due o tre momenti molto riusciti. C’è quel bel passaggio in cui Peggy deve affrontare in ufficio le conseguenze dell’interrogatorio, c’è l’unica ma azzeccata scena d’azione e c’è, soprattutto, un finale potente, efficace e dall’esecuzione perfetta. Il filo conduttore, di nuovo, è Hayley Hatwell, che rende a meraviglia il mix di tristezza, senso di colpa, timore e riso amaro richiesto dalla situazione e si conferma, assieme alle tematiche di fondo, l’arma più potente a disposizione della serie. Speriamo che continuino ad utilizzarla come si deve.

La scorsa settimana han fatto la burla, ma direi che nella prossima puntata Howard Stark torna davvero. O almeno così sembra suggerire il trailer. Vedremo – sigh – fra due settimane.

Exodus: Dei e re

Exodus: Gods and Kings (USA, 2014)
di Ridley Scott
con Christian Bale, Joel Edgerton

Di un film come Prometheus si può dire tutto il male che si vuole, però è difficile negare che abbia almeno un paio di lati positivi non da poco: David è un personaggio eccezionale, interpretato alla grandissima da Michael Fassbender, e sul piano visivo si tratta di una fra le robe più incredibili, semplicemente belle, viste in questo decennio (e, in una certa misura, pure in quello prima). Poi, per carità, la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti, quasi tutti i personaggi si comportano più o meno a caso e, in linea generale, è un film con dei problemi enormi, che quando va in alto raggiunge quel paio di picchi non da poco, ma quando va in basso prende la pala e si mette a scavare. Ecco, Exodus: Dei e re è l’esatto contrario. È un film che non ha problemi enormi, ma allo stesso tempo non ha un punto alto che sia uno. È mediocre, un compitino che fa il suo dovere dall’inizio alla fine, non affonda quasi mai per davvero ma, allo stesso tempo, non riesce neanche per un attimo a spiccare il volo. Scorre tranquillo e placido, non scatena mezzo brivido e passa via più o meno come stare tutto il pomeriggio attaccati a una maratona di repliche di Il mio amico Arnold.

Fatico però a identificare questa “tranquillità” del film come un pregio. La verità è che allora preferisco il Ridley che parte per la tangente, sbraca e, pur in film discutibili, mi tira fuori quei picchi improvvisi, o quantomeno affronta temi interessanti, propone qualcosa che ti rimanga almeno un pochino addosso. Vale per Prometheus e vale, tutto sommato, anche per The Counselor, ma non vale certamente per questa nuova versione di una storia raccontata tante altre volte, che sceglie la strada dello pseudo-realismo moderno, secondo cui devi sempre lasciarti aperta la possibilità che in fondo siano tutte coincidenze e Mosé sia un pazzo che si immagina le cose. È tutto normale, tranquillo, medio, scorre placido e non morde. Non mordono, per dire, le interpretazioni dei due protagonisti, adeguati ma con materiale proprio scarso in cui affondare i denti, ed è come se non ci fossero le varie facce note di contorno, che fanno la loro apparizione, salutano con la manina, staccano l’assegno e si congedano senza disturbare, sotto utilizzate al punto da far pensare che, vista anche una certa frettolosità del primo atto, molto di loro sia rimasto in sala di montaggio. E, a margine, vien da chiedersi cosa abbia spinto il povero Aaron Paul, la cui carriera post Breaking Bad sembra non avere molte speranze, ad accettare il ruolo di stalker di Mosé, utile solo per picchiare sul punto del “ma ci fa o ci è?”.

Ma si torna poi al punto di partenza: di fondo, il film poteva essere portato su un piano superiore da sir Ridley. Purtroppo è difficile non chiedersi se, comprensibilmente, la morte di Tony, avvenuta in piena lavorazione di Exodus, abbia tagliato le gambe alle potenzialità espressive del film. È tutto competente e professionale, ma non c’è una singola vera invenzione visiva, quel che dovrebbe dare spettacolo lascia abbastanza indifferenti e l’unica idea dignitosa, il Dio bambino piagnucolone e rabbioso, non è né originale né particolarmente ben sfruttata. Alla fin fine il problema sta tutto lì: esci dal cinema dopo aver visto sul grande schermo le piaghe d’Egitto, il Mar Rosso che si spalanca, i dieci comandamenti, Dio che parla a Mosè, la potenza dell’impero egiziano, battaglie furiose e cavalcate devastanti, ma hai l’impressione di esserti guardato il filmino delle vacanze in Spagna di Ridley Scott. Fatto bene, eh, alla faccia del filmino, ma le emozioni stanno altrove.

L’ho visto in lingua originale (non particolarmente utile: le interpretazioni sono quello che sono) al cinema (non particolarmente utile: lo spettacolo è quello che è), in 3D (non particolarmente utile: l’effetto non è nulla di spettacolare e l’oscurità aggiunta fa sembrare che l’Egitto sia preda di costante eclissi), qua a Parigi, qualche settimana fa, dato che l’hanno fatto uscire sotto Natale, immagino per cavalcare il tema. In Italia ci arriva questa settimana, forse per quel campo minato che è la distribuzione cinematografica natalizia italiana.

Gli ultimi due o tre mesi a fumetti di giopep

Ed eccoci qua con l’ennesimo post in cui scrivo di fumetti che ho letto chissà quanto tempo prima. In realtà non dovrebbe essere moltissimo tempo fa, perché anche se Gemma Bovery l’ho comprato a giugno, l’ultimo paperback di The Walking Dead son sicuro di averlo letto a fine anno, non prima di novembre. O qualcosa del genere. Insomma, la sostanza è che vai a sapere, ma comunque queste sono le cose che ho letto in momenti non precisati fra ottobre e dicembre. Forse qualcosa a settembre. Non lo so. Può essere. Vale quindi sempre un po’ il discorso in base a cui i ricordi si mescolano nella melma della senilità, e del resto il tag “Quasi me ne dimenticavo” sta lì anche per quello. Ma insomma, sono ossessivo compulsivo, ci tengo, quindi ecco le cose che ho letto negli ultimi mesi del 2014. Circa.

Invincible #20: “Friends” *****
The Walking Dead #22: “A New Beginning” *****
Ogni volta che scrivo di Invincible ci tengo a ripetere la filastrocca sul fatto che secondo me il vero capolavoro di Robert Kirkman è questo, non quello, ma d’altra parte capisco anche che possa essere più facile avvicinarsi a un fumetto che parla di morti viventi, rispetto a un fumetto che parla di supereroi. Almeno credo. Comunque, Invincible, pur coi suoi inevitabili alti e bassi, è e rimane sempre una roba spettacolare, coinvolgente, tematicamente interessante e dai colpi di scena che sanno pigliarti in contropiede. In compenso, devo dire che l’avvio della nuova saga di The Walking Dead mi è piaciuto non poco, ha diversi spunti sfiziosi e mi ha davvero messo addosso una bella curiosità di vedere come andranno avanti le vicende. Per quanto mediamente la serie non abbia mai smesso di piacermi, devo dire che era da parecchio che non mi convinceva così. Ah, ne ho anche chiacchierato in The Walking Podcast.

Nailbiter #1: “There Will Be Blood” ****
Ecco, per dire, questo ricordavo di averlo letto ma non ricordavo minimamente cosa fosse, al di là del fatto che mi pareva fossero coinvolti dei serial killer. O qualcosa del genere. Inoltre, non avevo voglia di alzarmi dalla sedia per andare a cercarlo nello scaffale alle mie spalle, quindi mi sono affidato a Google. Ma la cosa non mi ha aiutato molto, perché mi sono ritrovato davanti alla pagina su Wikipedia di un film horror. A quel punto ho alzato il culo e ho recuperato il paperback dallo scaffale. Dunque. Nailbiter racconta di una cittadina che ha la peculiare caratteristica di generare serial killer a ripetizione – siamo a quota sedici – e di un agente dell’FBI particolarmente fissato con le indagini al riguardo. È inquietante, suggestivo, affascinante, a tratti vagamente ridicolo, con un po’ di passione per le cospirazioni ma in generale piuttosto bello. Sono curioso di vedere come andrà avanti.

Kick-Ass 3 ****
Il prototipo della roba che leggi con gran gusto ma non ti lascia assolutamente nulla addosso. Non sono mai stato un fan esagerato di Kick-Ass, che non mi ha fatto strappare le vesti neanche quando tutti impazzivano per la prima miniserie e che, paradossalmente o forse no, ho apprezzato forse di più al cinema, perlomeno nel primo film. Epperò comunque, sarà perché ho un amore incontenibile nei confronti di John Romita Jr., sarà perché si tratta, a modo suo, di una conclusione che chiude il cerchio in una maniera che scalda il cuore, sarà quel che sarà, mi sono divertito a leggere Kick-Ass 3 tanto quanto mi sono divertito a leggere i precedenti. O forse di più. Credo.

Seconds *****
Quattro anni dopo Scott Pilgrim, la nuova graphic novel di Brian Lee O’Malley, che in pratica racconta di una donna che si ritrova per le mani la possibilità di usare i salvataggi nella vita reale. Ne viene fuori una divertente e appassionante riflessione sul modo in cui affrontiamo le nostre decisioni, i nostri errori e anche i nostri successi. E poi lo stile – visivo e narrativo – di O’Malley è sempre una delizia.

Gemma Bovery *****
Questo l’ho comprato perché me lo sono ritrovato davanti alla libreria Shakespear and Company ed ero ancora infastidito dall’essermi perso il passaggio cinematografico del film. Anche perché nel film c’è Gemma Arterton e a me spiace sempre non vedere Gemmona sul grande schermo. Solo a posteriori ho scoperto che razza di corto circuito “meta” sia quel film: l’attrice protagonista si chiama come il suo personaggio ed è stata in passato anche protagonista del delizioso Tamara Drewe, che è tratto da un successivo fumetto della stessa autrice, Posy Simmons. OK, mi sto perdendo. Comunque, Gemma Bovery è una cosetta deliziosa, che racconta dello scompiglio portato in una cittadina francese dall’arrivo di una coppia londinese, per metà costituita da una donna capricciosa, volatile, un po’ svampita ma tanto affascinante. Voglio vedere il film.

The Unwritten #1: “Tommy Taylor and the Bogus Identity” *****
Lo scorso agosto, stavo girando per fumetterie con Nabacchiodorozor, che si era fermato da queste parti, di ritorno da Colonia, per questioni di Guardiani della galassia, e sono incappato in un volume di The Unwritten, serie della quale, lo ammetto, non sapevo nulla. Sulla copertina c’era scritto [qualcosa] Fables. L’ho sfogliato e ho visto che c’era dentro gento di Fables. Ho pensato fosse l’ennesima serie spin-off di Fables e ho eseguito l’acquisto senza pensarci un attimo. Una volta tornato a casa, mi sono accorto di aver comprato il nono volume di una roba che con Fables c’entrava poco o nulla, al di là di un incrocio in, appunto, quel volume. Bravo Andrea. Ho quindi riposto il nono volume sullo scaffale del “mi mancano i precedenti” e si trova ancora lì. In compenso, ho poi acquistato il primo e ho trovato una serie divertentissima, tutta rigirata attorno a chiacchiere più o meno “meta” su libri, protagonisti di libri, narrativa e… sì, OK, in effetti Fables c’entra parecchio, anche se non c’entra in senso stretto.

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato
East of West #3 *****, Fables #20: “Camelot” *****, Fairest #4: “Of Men and Mice” ****

Non c’entra nulla, ma ci stavo pensando mentre scrivevo questo post: in Francia va decisamente meglio che in Italia, ma anche da queste parti ci sono diversi film importanti del 2014 ancora ben lontani dal manifestarsi al cinema. Insomma, OK, ho visto Whiplash, per dire, però Inherent Vice, Foxcatcher e Birdman ancora niente. Bah.

Essi vivono

They Live (USA, 1988)
di John Carpenter
con Roddy Piper, Keith David, Meg Foster

Nella seconda metà degli anni Ottanta, John Carpenter ottiene grazie a Starman uno fra i suoi più grandi successi commerciali e di critica. Sarà anche, più o meno, il suo ultimo vero successo al botteghino. Cose che capitano. Del resto, per sicurezza, a quel botto dà seguito infilando tre flop uno dietro l’altro ma, soprattutto, uno più bello dell’altro: Grosso guaio a Chinatown, forse il disastro commerciale più grande, perlomeno alla luce del budget investito, Il signore del male ed Essi vivono. E oggi chiacchieriamo proprio di quest’ultimo, che per molti versi è il film più incazzato, politico e brutale di un regista la cui filmografia, comunque, non è che le abbia mai particolarmente mandate a dire. Essi vivono prende ispirazione da un racconto di fantascienza di Ray Nelson, Eight O’Clock in the Morning, pubblicato negli anni Sessanta e chiaramente inserito nella tradizione delle invasioni silenziose in stile Ultracorpi. Ma se lo spunto fantascientifico del film è quello, il vero spirito nel racconto sta nel fastidio a quel punto ormai estremo che Carpenter prova nei confronti della politica americana degli anni Ottanta, del mondo in cui ogni aspetto della società a stelle e strisce è stato commercializzato.

Essi vivono, parola di Carpenter, racconta di “ricchi republicani reaganiani giunti dallo spazio profondo”. Pone al centro dell’azione un uomo qualunque, con un cognome (Nada) che spiega tutto. È un americano medio, un operaio che si vuole guadagnare da vivere in maniera onesta, che sta cercando di rifarsi una vita nel bel mezzo di un tracollo economico devastante e che nonostante tutto crede ancora fortemente nel sogno americano, nella possibilità di costruirsi una vita sfruttando la libertà e gli strumenti che the greatest country in the world ti offre. Trova lavoro in un’impresa di costruzione a Los Angeles e si stabilisce in una specie di grosso accampamento assieme ad altri poveracci come lui. Vuole crederci, vuole essere una brava persona, ma conosce i propri limiti e cerca di non mettersi nei guai e tenere la bocca chiusa anche quando vede che attorno a lui succedono cose strane e la gente viene presa a calci in culo. Quest’uomo sconfitto dalla vita ma intenzionato a rialzarsi ha però una particolarità: oltre ad essere semplice e diretto, è interpretato da “Rowdy” Roddy Piper, uno che, se gli si chiude la vena sul collo, può diventare piuttosto pericoloso.

E cosa gli succede? Succede che a un certo punto indossa un paio di occhiali che, per qualche motivo, permettono di vedere cosa si cela dietro l’illusione, l’impalcatura di messaggi subliminali e manovre politiche tramite cui gli alieni repubblicani dal volto corrotto ci hanno ormai irrimediabilmente invasi. Tramite quegli occhiali, Carpenter ci mostra il cupo mondo in bianco e nero servito da chi comanda, un mondo in cui le forze aliene hanno invaso il pianeta Terra comprandolo, un mondo in cui anche la persona apparentemente più semplice e pura di cuore non si fa problemi a passare dalla parte dei “cattivi”, se il prezzo è quello giusto, un mondo in cui qualsiasi cosa ci passi fra le mani o davanti agli occhi comunica lo stesso tipo di messaggio: compra, spendi, consuma, il denario è il tuo dio, lavora, sposati, riproduciti. Un mondo in cui alla fin fine siamo ben contenti di farci calpestare perché ci basta godere della quantità di ciarpame da cui siamo sepolti. È un mondo agghiacciante ma visivamente splendido, dipinto in un bianco e nero meraviglioso, che Carpenter mette in scena con il suo solito gusto fuori misura e che fa improvvisamente sbroccare il nostro amico Nada.

La sua reazione è quella di un uomo semplice e brutale, quella di una persona che fino a un attimo prima ancora ci credeva e improvvisamente vede tutto rosso, altro che in bianco e nero, perché si è reso conto che il mondo glie l’ha piantata in quel posto e lui se l’è presa di gusto, senza nemmeno accorgersene. È incredulo, scoppia a ridere, insulta i mostri che si trova davanti e poi decide di reagire, di farlo senza misure: imbraccia il fucile e si mette a sparare a tutti gli alieni che trova, infilandosi in una situazione da cui difficilmente potrà uscire sui suoi piedi, ma in cui forse la classe operaia salverà il mondo. Insomma, Essi vivono è un metaforone lungo novanta minuti, ed è un metaforone non esattamente sottile. Carpenter lavora di vanga e con la vena chiusa sul collo, ma del resto il messaggio è figlio della rabbia e, pur nella sua indubbia semplicità, arriva diretto come un treno merci, perfettamente attuale quasi trent’anni dopo, forse anche più attuale, al di là degli ovvi anacronismi tecnologici. E poi, sì, attorno a tutto questo c’è anche un film di genere, che Carpenter struttura con un lento accumulo d’atmosfera e giri di basso per poi scatenare una seconda metà tutta azione, battutacce, sparatorie e finale amarognolo. Nel mezzo, una meravigliosa scazzottata da sei minuti fra Roddy Piper e Keith David, i penetranti occhi azzurri di Meg Foster e tante risate a denti stretti. Poi, certo, gli eventi si sviluppano in maniera un po’ tirata per i capelli, Roddy Piper, pur perfetto nel ruolo, esprime a tratti una rara carica di legnosità e l’azione stessa non è esattamente quella di Grosso guaio a Chinatown, ma del resto il punto è anche un po’ quello. A Carpenter interessava tirarci in faccia il metaforone a colpi di vanga, l’ha fatto alla grande e fa male ancora oggi.

L’ho visto per la centododicimillesima volta, ma per la prima volta al cinema, come secondo pezzetto della maratona notturna a tema invasioni aliene del PIFF 2014. Ricevere metaforoni a colpi di vanga in faccia alle due di notte ha sempre il suo perché.