Z Nation – Stagione 1

Z Nation – Season 1 (USA, 2014)
creato da Karl Schaefer e Craig Engler
con Harold Perrineau, Tom Everett Scott, Keith Allan, Kellita Smith, Anastasia Baranova, Michael Welch, Russell Hodgkinson, DJ Qualls, Nat Zang, Pisay Pao

Ho già scritto di Z Nation lo scorso ottobre, dopo essermi guardato l’episodio pilota e aver deciso che, sì, mi incuriosiva e sarei andato avanti. Poi la prima stagione si è conclusa, m’è spuntata su Netflix, me la sono guardata e mi ritrovo qui a scriverne di nuovo, subito dopo essermi riletto quel post là. Fra l’altro, rileggendolo, ho notato due cose abbastanza evidenti. La prima è che all’epoca non m’ero ricordato di aver in effetti visto in precedenza qualcosa di nato su Syfy, Battlestar Galactica. Ma insomma, non è esattamente il tipo di produzione che avevo in mente quando dicevo di avere scarsa dimestichezza con le produzioni di Asylum e Syfy. La seconda cosa abbastanza evidente, ma che del resto avevo già ben chiara in testa prima di rileggere, è la natura di discreto malinteso che caratterizza l’episodio pilota di Z Nation, non troppo in grado di rendere giustizia a quel che poi la serie è diventata. Gli elementi di base ci sono – il budget ridotto, la voglia di non prendersi sul serio, il puntare sull’azione e il macello, le idee non necessariamente standard per il genere – ma l’equilibrio è ancora ben lungi dall’essere quello giusto e soprattutto rimane addosso l’idea di una serie che, al massimo, può ambire a puntare tutto sulle scemate insistite (e divertenti, per carità) come quella che chiude la prima puntata. E invece.

E invece Z Nation è anche quello, ma la verità è che quando sbraca con le assurdità trova i suoi momenti meno riusciti. Già dalla seconda puntata, e in continuo crescendo, i pregi iniziano ad emergere, soprattutto nel gran ritmo, nella volontà di non sedersi mai (e nelle difficoltà che arrivano le poche volte in cui lo fa), nel realizzare una serie in continuo movimento, sempre alla ricerca di nuove location, nuovi ambienti, personaggi e situazioni. A questo si aggiunge il gran vantaggio del non doversi prendere sul serio a tutti i costi e del non porsi freni di alcun tipo: da un lato, ogni tanto, questo porta a sbracare, ma dall’altro permette un’apertura di temi, idee e situazioni che The Walking Dead si sogna la notte e che si traduce fin da subito in un tirar fuori idee a ripetizione, una dietro l’altra. Non funzionano tutte, ma quando centrano il bersaglio c’è da divertirsi come matti e, banalmente, la maniera fantasiosa, brillante, assurda con cui a ogni puntata si inventano un modo nuovo, un’inquadratura, una mutazione, un’assurdità da applicare al concetto di zombi è fenomenale.

Sotto questi punti di vista, Z Nation è l’opposto naturale di The Walking Dead: carico di azione, con ritmo da vendere, mai statico, sempre pronto a inventarsi nuove diavolerie e ad esagerare nelle trovate assurde, capace di buttarla sul ridere quando serve e quando ci sono gli spunti per farlo. E sì, quando invece si prende sul serio, Z Nation manca diverse volte il bersaglio, ma la verità è che non ha bisogno di farlo poi così spesso. E in ogni caso il bersaglio non lo manca sempre, anzi, certi scambi fra Addy e Mack valgono qualsiasi lagna ci siamo sucati in cinque anni di The Walking Dead, serie che per altro funziona sì proprio per il suo buttarla sul dramma, ma spesso fatica anch’essa a trovare il tono giusto e, oltretutto, essendo costretta a provarci in maniera molto più convinta, quando prova a deviare un po’ troppo dal “realismo” (le visioni di Rick, i personaggi sopra le righe come Michonne o il Governatore), sfocia spesso in un territorio non poi così lontano dal ridicolo. Intendiamoci, a me The Walking Dead complessivamente piace, ma in Z Nation ho trovato tutto un altro livello di divertimento, a conti fatti molto meno cretino rispetto a quanto mi aspettassi dopo aver visto il pilota. E mi sono reso conto che un po’ mi mancavano, queste cose. Forse, mettendo assieme i punti forti delle due serie, si avrebbe la zombata televisiva perfetta. Ma insomma, via, va bene anche averle entrambe.

 E poi c’è Murphy.

Dopodiché, quando ti metti in competizione con la serie di maggiore successo dell’universo è difficile evitare il confronto, ma la verità è che Z Nation è notevole per i fatti suoi, anche al di là del soddisfare chi magari s’è rotto le palle della seriosa e imbolsita staticità di The Walking Dead. E lo è soprattutto grazie al fenomenale cambio di marcia che si verifica verso metà stagione. Dopo aver fatto crescere per bene i personaggi, dando loro un senso che andasse oltre quello delle macchiette iniziali e prendendo dimestichezza con le opportunità offerte dalle idee di base, all’improvviso Z Nation diventa un oggetto completamente diverso, oppure semplicemente ciò che fin dall’inizio prometteva di poter diventare. Piazzate lì in mezzo alla stagione ci sono tre puntate consecutive che per certi versi ricordano alcuni episodi un po’ “sperimentali” che ogni tanto si manifestavano in X-Files o in Buffy. Pur senza dimenticarsi di portare avanti il racconto e raccontare nuove cose sui protagonisti, quelle tre puntate alzano il tiro delle opportunità offerte dall’assenza di freni alla base della serie, gettando sul piatto idee, situazioni e sviluppi davvero fuori di cozza, lontani dal classico canovaccio del genere e da qualsiasi cosa quell’altra serie là potrebbe permettersi di fare. È qui che viene davvero fuori la personalità di Z Nation, è qui che si raggiunge un livello superiore (non a caso poco apprezzato da chi sperava solo nell’equivalente zombesco di Sharknado) e da qui in poi la stagione non si ferma più. Certo, qualche puntata funziona meno delle altre, ma improvvisamente i recinti sono aperti e c’è solo da divertirsi.

E mica finisce qui. Abbiamo, per dire, una gestione dei personaggi da applausi: i rapporti fra di loro si evolvono in maniera interessante, non ce n’è uno – incredibile ma vero – che risulti insopportabile o che si comporti solo all’insegna delle scelte cretine e quel paio di volte in cui ci scappa il morto, accade in maniera davvero spiazzante e destabilizzante. Poi c’è la gestione della mitologia zombi, che propone un mondo post-apocalittico per molti versi originale nella struttura, pensato per offrire un sacco di spunti a una storia in continuo movimento, con dei protagonisti che hanno un obiettivo preciso da inseguire e che – cara grazia – vivono in un mondo in cui esistono i film di zombi. Viene perfino dato un senso alla diatriba del correre o non correre! E ancora, c’è il fenomenale Murphy, inizialmente un po’ sulle sue ma poi in crescita continua, sempre pronto a rubare la scena a tutti e dominare la puntata, portatore sano di idee e spunti e principale motivo per cui c’è davvero da essere curiosi su come andranno avanti le cose. Ancora? Ancora: l’ultima puntata è un tripudio di ritmo, trovate, narrazione e spiegoni fatti come si deve, capacità di chiudere l’arco narrativo della stagione e nel frattempo buttare lì cento cose che mettono addosso una voglia pazzesca di andare avanti. E c’è pure un cliffhanger che levati. Insomma, basta, la smetto, il punto è che Z Nation è uno spacco. Ha i suoi passaggi a vuoto e i suoi momenti poco centrati, qua e là paga il budget ristretto, ma ha il sapore rancido, adorabile e sincero di chi ci prova sul serio, butta tutto sul piatto e, sì, ogni tanto sbaglia, ma quando funziona – e lo fa spesso – si mangia tutto e tutti. Non vedo l’ora che arrivi la seconda stagione.

Come detto, me lo sono sparato su Netflix. C’è anche su Amazon Instant Video e immagino in altri luoghi bizzarri dell’internet. Non credo sia ancora stata annunciata una data di trasmissione per l’Italia.

3 pensieri riguardo “Z Nation – Stagione 1”

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