Predestination

Predestination (Australia, 2014)
di Michael e Peter Spierig
con Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor

Ogni tanto mi ritrovo a scrivere di un film in preda all’ansia del non volerne rovinare la visione e finisco per dire subito “È bello, smettete di leggere e guardatevelo”. O anche “È brutto, quindi potete pure continuare a leggere, tanto chi se ne frega”. In questo caso diciamo “È bello, se vi piacciono i film sui viaggi nel tempo smettete di leggere e guardatevelo”. Fra l’altro, di fondo, già dire una cosa del genere finisce per cambiare almeno un po’ l’esperienza di chi ti legge, perché poi si presenterà davanti allo schermo non completamente vergine, aspettandosi già il film in cui c’è qualcosa da scoprire, un colpo di scena, whatever. Ma d’altra parte, ehi, do per scontato che se sei uno a cui piace presentarsi vergine in sala (come fra l’altro è più o meno capitato a me per questo film), beh, non mi leggi prima di aver visto il film. Ad ogni modo, se vi piacciono i film sui viaggi nel tempo, smettete di leggermi, date una chance a Predestination e magari poi tornate a leggermi. Se vi interessa invece leggere un mio giudizio di merito sul film, scritto comunque stando attento a non svelare quasi nulla del racconto, potete passare al prossimo paragrafo.

Predestination è il terzo film dei fratelli Spierig, il secondo con protagonista Ethan Hawke, ed è ispirato alla storia breve —All You Zombies— di Robert A. Heinlein. Al centro del racconto si trova un’organizzazione governativa formata negli anni Cinquanta e dedita all’utilizzo dei viaggi nel tempo per sistemare cose che devono essere sistemate. Fra i pregi maggiori del film c’è un aspetto che mi dicono essere anche la migliore (e forse unica) qualità del precedente Daybreakers: la capacità di creare un mondo alternativo affascinante, carico di personalità e credibile basandosi solo su due o tre pennellate piazzate nel modo giusto. In questo caso, le pennellate sono fondamentalmente riassumibili in una gentile estetica da fantascienza anni Sessanta, che dona al tutto una personalità deliziosa e già da sola vale il prezzo del biglietto. Ma ci sono altri aspetti di gran merito: una sceneggiatura che tratta i viaggi nel tempo in maniera sì contorta, ma molto precisa e comprensibile; una gestione delle rivelazioni che non si preoccupa tanto di nasconderle (se insisti in quel modo sul “non mostrare” un volto, mi stai evidentemente suggerendo qualcosa), quanto di creare una rete di intrecci che, anche se hai già intuito tutto, rimanga coinvolgente grazie al lato umano della vicenda; due attori, il nostro amico Ethan Hawke e quella specie di incrocio fra Emma Stone e Leonardo di Caprio che è Sarah Snook, bravissimi a venderti il tutto. E son pregi non da poco, specie se consideriamo che l’azione sta dalle parti dello zero spaccato e il film ruota fondamentalmente quasi solo attorno al dialogo e alla gestione dell’incastro temporale. Se a questo punto siete definitivamente convinti, smettete di leggere e guardatevelo. Se volete leggere che altro ho da dire, proseguite pure: prometto di non svelare molto.

L’altro aspetto intrigante del film, o quantomeno intrigante per me, è che mentre spesso il paradosso temporale, per quanto possa essere importante nell’economia della storia, è soprattutto uno strumento utilizzato per raccontare delle vicende che gli ruotano attorno, in questo caso il paradosso temporale è la vicenda. Intendiamoci, Predestination appartiene comunque a quella fantascienza che sfrutta le sue assurdità per parlare del mondo reale, di umanità e di temi più o meno alti, ma è anche, in sostanza, il racconto di come nasca e si sviluppi un paradosso temporale. Praticamente tutta la vicenda è composta quasi esclusivamente dai pezzi del grosso puzzle che ne descrive la struttura e che pian piano vanno a unirsi fino a fornire un quadro completo e abbastanza coerente. Poi, certo, alcuni aspetti sono forse un po’ traballanti e certi dubbi possono probabilmente essere risolti unicamente tramite una chiacchierata coi due Spierig (che per altro magari risponderebbero in pieno stile Rian Johnson: “Mboh, ci sembrava fico fare così”), ma la linea temporale che viene tracciata è solida e piuttosto affascinante. E questo è l’ultimo pregio che mi premeva sottolineare. Basta, ho finito, andate a guardarvelo, che merita.

L’ho visto al cinema, in lingua originale, durante l’ultima giornata di PIFFF. Fra l’altro, col senno di poi, sono abbastanza orgoglione del fatto di essere riuscito a seguirne la storia senza problemi dopo essermi sparato la maratona notturna sulle invasioni aliene e avendo dormito, boh, cinque ore al massimo. Ma forse il fatto è che un film del genere va visto così, quando sei sull’orlo del collasso isterico e hai i litri di caffè che ti scorrono nelle vene. Ad ogni modo, a casa sua (in Australia) il film è uscito l’estate scorsa, in questi giorni sta arrivando di qua e di là e secondo me non è totalmente da escludere una distribuzione dalle nostre parti.

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