Killer Klowns from Outer Space

Killer Klowns from Outer Space (USA, 1988)
di Stephen Chiodo
con Grant Cramer, Suzanne Snyder, John Allen Nelson, John Vernon

Stephen, Charles ed Edward Chiodo sono tre amorevoli fratelli che il Bronx ha deciso di regalare al mondo tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana. I tre hanno dedicato la loro vita adulta al lavoro nel mondo degli effetti speciali, con particolare attenzione su pupazzi, stop-motion e tutto ciò che stimola la nostalgia nella capoccia di chi è cresciuto negli anni Ottanta. La loro carriera vanta partecipazioni alle robe più disparate, daa Critters a Team America, passando per A cena con un cretino e svariati episodi de I Simpson. Fra i motivi per cui molti appassionati vogliono loro bene, però, c’è soprattutto Killer Klowns from Outer Space, un progetto assurdo e personalissimo, l’unico film da loro scritto e diretto, almeno fino a quando uscirà il più volte chiacchierato The Return of the Killer Klowns from Outer Space in 3D, che IMDB sostiene essere in arrivo nel 2016, con Grant Cramer pronto a tornare nel suo ruolo originale.

Ma che cos’è, Killer Klowns from Outer Space? È esattamente quel che il titolo può lasciar immaginare, niente di più e niente di meno: un film in cui arrivano dallo spazio dei pagliacci assassini. Facile, no? A distinguerlo da cinquantamila altri film di quegli anni basati su singole trovate fuori di testa c’è il fatto che in questo caso gli autori non si sono limitati all’idea di base e hanno invece spremuto fuori un film che è un frullato di invenzioni geniali una dietro l’altra, messe in fila senza freno alcuno. Tolti l’assegnino per convincere John Vernon a portare un (bel) po’ di carisma attoriale e quello per commissionare ai Dickies la meravigliosa theme song, tutto il resto del budget è finito nello sviluppo di pupazzi, creature, aggeggi e assurdità varie, dando vita a un tripudio di follia incredibile, in cui non si smette mai di divertirsi ed essere sorpresi.

Killer Klowns from Outer Space è un film assurdo e fenomenale, un carico di stupidità camp sopra le righe in cui a vincere sono la fantasia e il divertimento, espressi comunque in un contesto a modo suo brutale e violento: fatico a considerarlo un film spaventoso, ma tutto sommato non mi stupisco se chi non si trova molto a suo agio coi pagliacci lo vive male. In testa, però, rimane soprattutto il modo in cui l’immaginario legato al circo, e più nello specifico ai clown, viene rielaborato per dar vita a una sorta di incubo stralunato. Dall’astronave a forma di tendone ai bozzoli di zucchero filato, passando per l’uso che viene fatto dei palloncini e delle ombre cinesi, la stupida e crudele giocosità dei pagliacci, il pop corn mutante, la fila di clown che escono dall’auto, il gelato, le vittime trasformate in marionette… cinque minuti a caso di questo film valgono tutti gli Sharknado di questo mondo per quantità di idee, senso dell’assurdo, deformazione della realtà e palpabile entusiasmo da parte di chi si trova dietro alla macchina da presa. Poi, certo, è un film scemotto, con personaggi e attori di terz’ordine e una storia che alla fin fine fa solo da pretesto per mettere in fila una lunga serie di sketch. Ma è uno spacco vero, adorabile e sincero. Avercene.

Era il film conclusivo della maratona notturna dedicata agli alieni del PIFFF 2014. Non l’avevo mai visto prima e spararmelo sul grande schermo, alle quattro del mattino, con alle spalle una notte passata davanti alle invasioni aliene, beh, è stato meraviglioso.

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