Gli episodi pilota Amazon di gennaio 2015

Il 19 aprile 2013, Amazon ha tentato per la prima volta l’esperimento della “Pilot Season”, con quattordici episodi pilota per potenziali serie girati e gettati in pasto agli abbonati Amazon Prime, che in diversi territori mondiali (USA, certo, ma non solo) include un servizio di video on demand. Gli utenti possono guardarsi gli episodi, esprimere il loro parere tramite l’apposito sondaggio online e sperare che ciò che hanno più gradito passi il vaglio e venga messo in produzione. Le serie approvate vengono quindi prodotte e distribuite in stile Netflix, con l’intera stagione che arriva su Amazon Instant Video tutta assieme, in esclusiva per gli abbonati Prime, immagino pronta per l’eventuale vendita e trasmissione sui network televisivi dei paesi non raggiunti dal servizio.

Da quei primi quattordici “tentativi” hanno visto la luce cinque serie, tre delle quali dedicate al pubblico dei più piccini. Per quanto riguarda le altre due, Betas non ha avuto fortuna e ha chiuso dopo la prima annata, mentre Alpha House, una commedia a sfondo politico con protagonista John Goodman, è giunta lo scorso ottobre alla seconda stagione. Dalla seconda tornata di dieci episodi pilota, risalente a febbraio 2014, sono nate cinque serie, due delle quali per bambini. Le altre tre? Mozart in the Jungle, pubblicata un mese fa, Bosch, in arrivo a febbraio, e la splendida, splendida, splendida Transparent, che si è manifestata lo scorso agosto e nelle ultime settimane ha fatto incetta di premi, ha portato a casa due Golden Globe e, assieme all’annuncio – guarda caso immediatamente successivo alla cerimonia – di una serie firmata Woody Allen messa in produzione senza passare dalla procedura della Pilot Season, ha fatto puntare tutti i riflettori su Amazon.

Nel mentre c’è stata anche una terza Pilot Season, lo scorso agosto, di cui ho scritto a questo indirizzo qua: cinque proposte, nessuna delle quali convincentissima, con le due di maggior potenziale (Hand of God e Red Oaks) messe in produzione e una terza, The Cosmopolitans, su cui c’è ancora da decidere. Insomma, la macchina non si ferma e, anzi, con il prestigio garantito da Golden Globe e Woody Allen, è anzi il caso di spingere sul pedale dell’acceleratore, tant’è che il 15 gennaio 2015 è scattata la quarta Pilot Season, con ben tredici proposte. Sei fra questi nuovi episodi pilota sono dedicati a un pubblico infantile che, evidentemente, interessa molto ad Amazon ma, abbiate pazienza, interessa molto poco a me. Mi sono però guardato gli altri sette e…

Che cos’è?
Il remake americano dell’omonima serie britannica andata in onda per quattro stagioni. La mente creativa alle spalle del progetto è la stessa dell’originale, Cris Cole, affiancata però in produzione dallo Shawn Ryan di The Shield. La storia racconta di quattro amici di mezz’età, ex membri della stessa confraternita universitaria, che vanno in Belize per trascorrere quattro giorni di vacanza nella super villa del quinto amico che ha fatto i soldi e che, ovviamente, nasconde qualche segreto di troppo. Steve Zahn è il bambinone del gruppo. Ben Chaplin è il professorino tutto rabbia repressa e fastidio. Romany Malco è il padre di famiglia portato sull’orlo del lastrico da un divorzio difficile. Michael Imperioli è l’uomo medio senz’arte né parte. A ospitarli è Billy Zane, nel ruolo interpretato da Ben Chaplin nella serie originale.

Come mi è sembrato?
Molto bello e dal gran potenziale (per altro tecnicamente già espresso nella serie originale, che ammetto di non conoscere). Il rapporto fra i protagonisti è quello classico di queste situazioni, con amicizie non più troppo tali, logorate dalla vita e pronte ad esplodere in maniera brutale, ma la situazione precipita quando entrano in gioco le faccende in cui si è trovato coinvolto il personaggio di Billy Zane. Ne viene fuori un’ora di televisione il cui tono vira lentamente e inesorabilmente dalla leggera commedia anche un po’ stupidina iniziale a un tuffo nel panico e nella brutalità. Se andrà avanti, immagino verra messo al centro soprattutto l’elemento thriller e di avventura nei luoghi selvaggi, con gli aspetti comici a fare capolino nei rapporti fra i personaggi e nel tratteggiare gli aspetti più assurdi della storia.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Parecchia. Se il progetto viene bocciato, mi guardo l’originale. Anzi, mi sa che me lo guardo lo stesso.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Una commedia su una ex super modella arrogante e volgarotta, appena uscita da dieci anni in clinica di riabilitazione, che prova a rientrare nel giro dalla porta principale ma sbatte contro un muro. Ad aiutarla, piuttosto controvoglia, la sua ex assistente, che nel frattempo si è rifatta una vita da scrittrice di manuali d’autostima per adolescenti. La modella è Leslie Bibb, l’ex assistente sfigatella è Rachel Dratch, a dirigere il pilota c’è il Mark Waters di Mean Girls.

Come mi è sembrato?
Mean Girls era eccellente, ma sono passati undici anni e Mark Waters deve ancora dirigere un singolo altro film che valga la pena di ricordare almeno la metà rispetto a quello (HINT: forse era tutto merito di Tina Fey). Salem Rogers, comunque, ha dei momenti in cui funziona, più che altro perché le due protagoniste, seppur in modi diversi, non conoscono il senso della vergogna. Leslie Bibb si mangia la scena ruttando, scoreggiando, trattando tutti malissimo, comportandosi da stronza senza freni e cretina priva di ogni speranza, Rachel Dratch è la solita, ottima, assurda Rachel Dratch e fra le due c’è davvero un’ottima intesa. La scrittura, però, non le supporta al meglio e onestamente sono più le gag sfiatate di quelle che funzionano.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Non molta, però ci vedo del potenziale. Diciamo che le darei una chance in caso di recensioni cariche d’entusiasmo.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average: I wouldn’t go out of my way to watch it

Che cos’è?
Figlio di una coppia che vive vendendo droghe leggere, Logan è un ragazzo bellissimo e bravissimo che ha sempre avuto la vita servita su un piatto d’argento, facendosi mantenere come capitava, ottenendo tutto quello che voleva grazie al fatto che qualunque donna gli capitasse davanti cascava ai suoi piedi, ma non si è mai per questo montato la testa più di tanto. Praticamente è come sarebbe il principe azzurro di Fables se fosse caduto da piccolo nel pentolone della marijuana e fosse per questo costantemente rilassato, buono, onesto. Vive in uno stato di continuo relax e ha trovato la propria vocazione facendo il maestro di yoga nella palestra fondata con la sua ragazza… che improvvisamente lo lascia e lo costringe a mettersi in proprio. Deve quindi farsi una vita. Ah, suo padre è Kris Kristofferson.

Come mi è sembrato?
In giro per l’internet lo vedo abbastanza stroncato (del gruppo, l’unico trattato peggio è Point of Honor) ma in realtà a me non è dispiaciuto, in larga misura per il tono sbalestrato su cui si adagia, assestandosi dalle parti della commediola innocua che non sente il bisogno di sfociare negli eccessi apatowiani. La voce narrante, l’atmosfera, i personaggi… è tutto tremendamente rilassato e ne viene fuori un qualcosa di assurdo e con una sua personalità abbastanza particolare, che è anche difficile inquadrare come tentativo di far comicità in senso stretto, se vogliamo: l’unica gag “esplosiva” è quella che chiude l’episodio, per il resto è tutto un placido scherzare su convenzioni e sulle assurdità new age filtrate dallo sguardo di protagonista vitello tonnato. Ah, c’è Lyndsy Fonseca, che è sempre un punto a favore.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Non troppa. Ci vedo del potenziale, ma non abbastanza da gettarmici sulla fiducia. Anche qua, conteranno le recensioni.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?

Average: I wouldn’t go out of my way to watch it

Che cos’è?
Una specie di adattamento in video della storica rivista americana The New Yorker, che dal 1925 si occupa di cronaca, attualità, critica, satira, fumetti, narrativa e poesia. E i trenta minuti di questo episodio pilota sono strutturati come un numero di una rivista, con tanto di indice. Quattro segmenti: un cortometraggio con Alan Cumming nel ruolo di “Dio”, un’intervista a Marina Abramovic, un documentario di Jonathan Demme sul lavoro del biologo Tyrone Hayes e un altro corto (anzi, micro) metraggio, in cui Andrew Garfield legge una poesia. A introdurre ciascun segmento c’è una vignetta sullo stile di quelle che appaiono nella rivista, la cui genesi viene mostrata in time-lapse.

Come mi è sembrato?
Molto bello e promettente. Il livello della produzione è alto e i segmenti sono tutti interessanti, fermo restando che, ovviamente, possono attirare di più o di meno a seconda dei gusti personali e dell’argomento trattato. Il cortometraggio iniziale è divertente, l’intervista a Marina Abramovic è affascinante, il documentario su Tyrone Hayes tratta un argomento che meriterebbe più spazio ma riesce comunque a condensare come si deve emozione e informazioni, la poesiola fa da bel punto in fondo alla frase. Da un certo punto di vista, potrebbe essere il Transparent di ‘sto giro: magari non riscuote successo enorme, ma decidono di andare avanti lo stesso per questioni di importanza e di prestigio.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Molta.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Siamo all’inizio della Guerra di secessione americana e John Rhodes, residente a Point of Honor, in piena Viriginia, prende la controversa decisione di rinunciare completamente allo schiavismo ma difendere comunque il suo stato nello scontro fra Nord e Sud. L’episodio pilota è diretto da Randal Wallace, regista di La maschera di ferro e We Were Soldiers, sceneggiatore di Braveheart e Pearl Harbor.

Come mi è sembrato?
L’investimento produttivo non sembra essere dei più convinti, fra la messa in scena traballante della battaglia iniziale (che pure ha i suoi momenti), una ricostruzione degli ambienti che va e viene e un eccesso di panoramiche dall’alto sulla villa che fanno tanto Dallas (senza contare che gli accenti, da quanto leggo in giro, lasciano a desiderare). Il soggetto, volendo, è affascinante, ma difficilotto da trattare come si deve e, a giudicare da questo episodio pilota, Randal Wallace non è all’altezza della situazione. Ci sono spunti azzeccati, piccoli momenti che raccontano la “normalità” dello schiavismo nello sguardo di un personaggio teoricamente positivo o immagini suggestive come quella delle donne sedute sull’uscio che ascoltano gli spari in lontananza, ma è tutto eccessivamente pomposo, fino all’esasperazione. La scrittura è sparata a mille, gli attori recitano anni luce sopra alle righe e, del resto, i personaggi sono una lunga serie di macchiette incastrate nei più classici stereotipi. Premio “no, dai” alla scena della liberazione degli schiavi con una che scatta subito a cantare Amazing Grace.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Pochissima. Poi vai a sapere, eh. Però davvero poca.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Below average

Che cos’è?
Se ne chiacchiera ormai dal 2010, quando doveva essere una miniserie della BBC, e già allora alla produzione era legato il nome di Ridley Scott. Nel 2013 doveva essere una produzione SyFy, con Frank Spotnitz (uomo fondamentale per otto delle nove stagioni di X-Files) ad affiancare sir Ridley. E alla fine è stata Amazon a provarci per davvero, con le riprese di un episodio pilota, prodotto sempre da Spotnitz e dalla Scott Free di Ridley, svoltesi a ottobre 2014. È l’adattamento dell’omonimo romanzo di Philip K. Dick (in Italia s’intitola La svastica sul sole) e racconta di un 1962 in cui l’America è sotto il dominio dell’Asse, uscito vittorioso dalla Seconda Guerra Mondiale, e nel quale Giappone e Germania finiscono per dividersi il territorio americano e dar vita alla loro versione della Guerra Fredda.

Come mi è sembrato?
Notevole. Ci sono margini di miglioramento, in un pilota è inevitabile, ma come punto di partenza fa il suo dovere alla grandissima, per diversi motivi. Soprattutto, c’è il suo sbatterti in questo mondo assurdo senza nessun pippone introduttivo, presentandolo come dato di fatto e raccontandolo in maniera eccellente, seguendo tante vie diverse, passando per i piccoli dettagli, la cura nella costruzione degli ambienti, scene dal forte impatto come quella delle ceneri, il lavoro su attori e personaggi. La capacità di costruire un mondo c’è tutta, ed è un mondo affascinante, nelle cui avventure viene voglia di immergersi. Se viene portato avanti e fanno le cose per bene, qua c’è il potenziale per la prima grande “saga” televisiva di Amazon.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Assai.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Il mitico Brian Dennehy è il titolare di un’azienda produttrice d’armi da fuoco messa nei guai da una manovra azzardata del figlio Jason Lee. L’altro figlio Sam Trammell (il cagnolino di True Blood) torna a casa per dare una mano e si ritrova invischiato in tutte le assurdità da cui era scappato per rifarsi una vita. Ne viene fuori un mix fra (poco) dramma e (molta) commedia che fa satira sull’industria di pistolone e fucili, con Samuel Baum (Lie to Me) e Sam Shaw (Manhattan) a occuparsi del lato creativo.

Come mi è sembrato?
Divertente e con un bel potenziale, vuoi per l’argomento, vuoi per l’ottima intesa fra gli attori, anche se l’episodio pilota ci mette un po’ a ingranare e l’impressione è che, se andrà avanti, ci sarà da lavorare per aggiustare il tiro (Ba dum tssshhh). Jason Lee ha il ruolo cucito addosso e tira fuori un mix fra Earl e i suoi personaggi buzzurri del periodo in cui lavorava con Kevin Smith, Sam Trammell è il solito cucciolone (Ba dum tssshhh) e Brian Dennehy, beh, è Brian Dennehy. Bonus: c’è la faccia da schiaffi di Dreama Walker.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Abbastanza. Una chance glie la darei di sicuro, fosse anche solo per l’ottimo cast.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above average

Beh, fermo restando che è inevitabile che in un mucchio di episodi pilota non funzioni tutto bene, mi sembra che la qualità media si stia alzando. Bene così. Al di là del fatto che Transparent, da solo, vale l’abbonamento a Prime. Guardate Transparent. Sul serio.

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