Essi vivono

They Live (USA, 1988)
di John Carpenter
con Roddy Piper, Keith David, Meg Foster

Nella seconda metà degli anni Ottanta, John Carpenter ottiene grazie a Starman uno fra i suoi più grandi successi commerciali e di critica. Sarà anche, più o meno, il suo ultimo vero successo al botteghino. Cose che capitano. Del resto, per sicurezza, a quel botto dà seguito infilando tre flop uno dietro l’altro ma, soprattutto, uno più bello dell’altro: Grosso guaio a Chinatown, forse il disastro commerciale più grande, perlomeno alla luce del budget investito, Il signore del male ed Essi vivono. E oggi chiacchieriamo proprio di quest’ultimo, che per molti versi è il film più incazzato, politico e brutale di un regista la cui filmografia, comunque, non è che le abbia mai particolarmente mandate a dire. Essi vivono prende ispirazione da un racconto di fantascienza di Ray Nelson, Eight O’Clock in the Morning, pubblicato negli anni Sessanta e chiaramente inserito nella tradizione delle invasioni silenziose in stile Ultracorpi. Ma se lo spunto fantascientifico del film è quello, il vero spirito nel racconto sta nel fastidio a quel punto ormai estremo che Carpenter prova nei confronti della politica americana degli anni Ottanta, del mondo in cui ogni aspetto della società a stelle e strisce è stato commercializzato.

Essi vivono, parola di Carpenter, racconta di “ricchi republicani reaganiani giunti dallo spazio profondo”. Pone al centro dell’azione un uomo qualunque, con un cognome (Nada) che spiega tutto. È un americano medio, un operaio che si vuole guadagnare da vivere in maniera onesta, che sta cercando di rifarsi una vita nel bel mezzo di un tracollo economico devastante e che nonostante tutto crede ancora fortemente nel sogno americano, nella possibilità di costruirsi una vita sfruttando la libertà e gli strumenti che the greatest country in the world ti offre. Trova lavoro in un’impresa di costruzione a Los Angeles e si stabilisce in una specie di grosso accampamento assieme ad altri poveracci come lui. Vuole crederci, vuole essere una brava persona, ma conosce i propri limiti e cerca di non mettersi nei guai e tenere la bocca chiusa anche quando vede che attorno a lui succedono cose strane e la gente viene presa a calci in culo. Quest’uomo sconfitto dalla vita ma intenzionato a rialzarsi ha però una particolarità: oltre ad essere semplice e diretto, è interpretato da “Rowdy” Roddy Piper, uno che, se gli si chiude la vena sul collo, può diventare piuttosto pericoloso.

E cosa gli succede? Succede che a un certo punto indossa un paio di occhiali che, per qualche motivo, permettono di vedere cosa si cela dietro l’illusione, l’impalcatura di messaggi subliminali e manovre politiche tramite cui gli alieni repubblicani dal volto corrotto ci hanno ormai irrimediabilmente invasi. Tramite quegli occhiali, Carpenter ci mostra il cupo mondo in bianco e nero servito da chi comanda, un mondo in cui le forze aliene hanno invaso il pianeta Terra comprandolo, un mondo in cui anche la persona apparentemente più semplice e pura di cuore non si fa problemi a passare dalla parte dei “cattivi”, se il prezzo è quello giusto, un mondo in cui qualsiasi cosa ci passi fra le mani o davanti agli occhi comunica lo stesso tipo di messaggio: compra, spendi, consuma, il denario è il tuo dio, lavora, sposati, riproduciti. Un mondo in cui alla fin fine siamo ben contenti di farci calpestare perché ci basta godere della quantità di ciarpame da cui siamo sepolti. È un mondo agghiacciante ma visivamente splendido, dipinto in un bianco e nero meraviglioso, che Carpenter mette in scena con il suo solito gusto fuori misura e che fa improvvisamente sbroccare il nostro amico Nada.

La sua reazione è quella di un uomo semplice e brutale, quella di una persona che fino a un attimo prima ancora ci credeva e improvvisamente vede tutto rosso, altro che in bianco e nero, perché si è reso conto che il mondo glie l’ha piantata in quel posto e lui se l’è presa di gusto, senza nemmeno accorgersene. È incredulo, scoppia a ridere, insulta i mostri che si trova davanti e poi decide di reagire, di farlo senza misure: imbraccia il fucile e si mette a sparare a tutti gli alieni che trova, infilandosi in una situazione da cui difficilmente potrà uscire sui suoi piedi, ma in cui forse la classe operaia salverà il mondo. Insomma, Essi vivono è un metaforone lungo novanta minuti, ed è un metaforone non esattamente sottile. Carpenter lavora di vanga e con la vena chiusa sul collo, ma del resto il messaggio è figlio della rabbia e, pur nella sua indubbia semplicità, arriva diretto come un treno merci, perfettamente attuale quasi trent’anni dopo, forse anche più attuale, al di là degli ovvi anacronismi tecnologici. E poi, sì, attorno a tutto questo c’è anche un film di genere, che Carpenter struttura con un lento accumulo d’atmosfera e giri di basso per poi scatenare una seconda metà tutta azione, battutacce, sparatorie e finale amarognolo. Nel mezzo, una meravigliosa scazzottata da sei minuti fra Roddy Piper e Keith David, i penetranti occhi azzurri di Meg Foster e tante risate a denti stretti. Poi, certo, gli eventi si sviluppano in maniera un po’ tirata per i capelli, Roddy Piper, pur perfetto nel ruolo, esprime a tratti una rara carica di legnosità e l’azione stessa non è esattamente quella di Grosso guaio a Chinatown, ma del resto il punto è anche un po’ quello. A Carpenter interessava tirarci in faccia il metaforone a colpi di vanga, l’ha fatto alla grande e fa male ancora oggi.

L’ho visto per la centododicimillesima volta, ma per la prima volta al cinema, come secondo pezzetto della maratona notturna a tema invasioni aliene del PIFF 2014. Ricevere metaforoni a colpi di vanga in faccia alle due di notte ha sempre il suo perché.

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