Avalon

Avalon (Giappone/Polonia, 2001)
di Mamoru Oshii
con Malgorzata Foremniak, Wladyslaw Kowalski, Jerzy Gudejko

A fine anni Novanta, Mamoru Oshii, reduce da quel Ghost in the Shell che rimane forse ancora oggi l’opera simbolo della sua carriera, si prese un quinquennio di pausa dall’attività registica, per dedicarsi ad altri progetti. Quando decise di tornare – letteralmente – dietro alla macchina da presa, fu per realizzare Avalon, suo quarto esperimento nel mondo del live action e sua prima produzione realizzata all’estero, perché “girarlo in Giappone sarebbe stato impossibile”. Alla ricerca di posti adatti a mettere in scena la propria visione, Oshii puntò quindi sul vecchio continente, con in testa il Regno Unito, ma finì per deviare sulla Polonia, i cui luoghi si adattavano parecchio a come si immaginava il mondo virtuale che avrebbe dovuto ospitare le vicende. Senza contare che le forze di polizia locali garantivano accesso gratuito agli equipaggiamenti e alle armi da fuoco, e buttalo. Ed ecco quindi che ne saltò fuori una creatura incredibilmente bizzarra, un film di fantascienza ambientato in mondi virtuali da MMO, realizzato e recitato in polacco, diretto da un regista giapponese noto per il suo lavoro sul cinema d’animazione all’insegna dei pipponi mentali.

Oltre dieci anni dopo, ho visto per la prima volta Avalon al cinema, durante il Paris International Fantastic Film Festival 2014, a dimostrazione del fatto che se sai aspettare vieni premiato. C’ho messo un po’, ma sono riuscito a spararmi le sue immagini deliranti sul grande schermo, invece che tramite un DVD recuperato per vie traverse. Ottimo, no? Ottimo, sì, perché Avalon ancora oggi è un film tremendamente affascinante e carico di suggestioni innanzitutto visive, per il modo tutto allucinato in cui Oshii ha deciso di dipingere i diversi piani virtuali e/o reali fra cui si sviluppa la sua storia. Se da un lato, ovviamente, l’utilizzo del computer per gli effetti speciali – a basso budget già in partenza – mostra un po’ gli anni che si porta sulle spalle, dall’altro le notevoli intuizioni estetiche, a cominciare dalle scelte (mono)cromatiche, che regalano al film un’atmosfera e una personalità senza tempo. E infatti, nonostante qualche elemento fuori posto, Avalon è uno spettacolo per gli occhi ancora oggi e i minuti iniziali, che gettano immediatamente nel bel mezzo di una battaglia fra avatar a colpi di attacchi speciali ed esplosioni bidimensionali, sono e rimangono una discreta bomba.

 Va che roba.

Il film racconta le vicende di Ash, cintura nera di un gioco di ruolo d’azione illegale a base di realtà virtuale, popolarissimo ma anche piuttosto pericoloso, dato che provoca assuefazione e ci vuole pochino perché una partita finisca male e ti lasci in stato catatonico. Dopo un avvio che, come detto, mostra una spettacolare battaglia in un mondo che mescola suggestioni medievali, elementi contemporanei e macchinari ipertecnologici, Avalon passa a raccontare una realtà distrutta dall’assuefazione al virtuale, in cui gli unici stimoli di vita paiono giungere dal piacere del gioco e chiunque non sia incollato a uno schermo per seguire le partite giace abbandonato in giro come una statua di sale. Sembra quasi di ritrovarsi nel mondo virtuale del primo Tron, solo con applicate sopra le texture di una città polacca. E in realtà sono i primi segnali del fatto che fra i temi del film c’è un continuo giocare con viaggi fra diverse realtà fittizie, piani del virtuale tra i quali ci si sposta senza che sia mai chiaro dove e se ci sia effettivamente un mondo reale a cui tornare.

Quel che ne viene fuori è un film affascinante, che strega con le sue ambientazioni e il suo utilizzo ricercato di mille suggestioni diverse, riesce a risultare tutto sommato ancora fresco dopo averne visti altri cinquantamila incentrati sul viaggio fra svariati piani di realtà e sfrutta il tema videoludico in maniera ricca, curata, piena di dettagli che possono sfuggire a chi non è videogiocatore ma che contribuiscono comunque a regalare la sensazione di un mondo concreto e sviluppato in maniera solida. Si racconta con i classici ritmi letargici di Oshii, sfruttandoli però per mostrare la vita alienata di una donna che trova unica realizzazione nelle sparatorie virtuali del mondo di gioco e riuscendo comunque a schivare i giga-monologhi che, lo ammetto, non ho mai amato molto nei film d’animazione del regista giapponese. Di certo, è un film che rimane dentro, vuoi per il registro stilistico e narrativo assolutamente originale, vuoi perché comunque racconta parecchio senza servire il piatto pronto e ti lascia addosso dubbi, suggestioni, riflessioni. E poi, insomma, fa comunque parte del mucchio ancora piuttosto piccolo di film che parlano di videogiochi in maniera sensata. Buttalo.

Avalon esiste in varie edizioni reperibili in giro per il mondo, sia in polacco sottotitolato, sia doppiato. Non credo sia mai uscito in edizione italiana, ma potrei sbagliarmi. Secondo me, comunque, va visto in polacco sottotitolato. Alla fine fa parte del suo fascino assurdo.

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2 pensieri su “Avalon”

  1. In effetti su imdb non è indicata un'uscita in Italia, e forse non è mai passato al cinema. Però ce l'ho in doppio dvd (italiano!) da tempo immemore, direi almeno dal 2004… ma non ho mai provato a guardarlo in polacco! 😀

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