Wake In Fright

Wake in Fright (Australia, 1971)
di Ted Kotcheff
con Gary Bond, Donald Pleasence, Chips Rafferty, Jack Thompson

Sul finire degli anni Sessanta, Ted Kotcheff, regista canadese di origini macedoni/bulgare che si era costruito una signora carriera in Gran Bretagna fra televisione e teatro, aveva già diretto un paio di produzioni cinematografiche e si apprestava a lavorare in Australia su quello che, quarant’anni dopo, sarebbe stato ricordato come il suo capolavoro proibito e disperso nelle nebbie del tempo. Tant’è che, diciamocelo, se oggi scorri la sua scheda su IMDB, i primi titoli che saltano all’occhio, giustamente o meno, sono Rambo e Weekend con il morto, probabilmente non la valanga di lavori per cui viene considerato una fra le figure principali nella storia della televisione inglese, difficilmente la pur solida serie di film diretti negli USA durante gli anni Ottanta, men che meno il suo decennio successivo impegnato su produzioni televisive americane di poco conto. Ma, appunto, nascosto fra le pieghe della sua filmografia c’è un filmone mai arrivato in Italia (e in parecchi altri luoghi, per altro).

Presentato all’insegna del tripudio al festival di Cannes del 1971, Wake in Fright venne successivamente distribuito in Francia, Gran Bretagna, Australia (ci mancherebbe) e Stati Uniti, ma scatenò una selva di polemiche a causa del suo approccio molto crudo, di scene particolarmente forti come quella sulla caccia ai canguri e, in generale, di un ritratto del popolo australiano che – pare – non venne esattamente accolto benissimo in patria. Quali che siano i motivi, il film finì per svanire un po’ nel nulla e le condizioni discutibili dell’unica copia la cui esistenza era nota, conservata a Dublino, impedirono poi l’uscita di una versione per l’home video. La leggenda narra però che nel 1994 il montatore Anthony Buckley abbia detto basta e si sia messo alla ricerca di una copia dignitosa del film. Dieci anni dopo, in una scatola etichettata come “Da distruggere” e conservata in quel di Pittsburgh, saltano fuori i negativi e scatta il processo di restauro.

E così nel 2009 si è arrivati alla messa in vendita del film in DVD e Blu-ray, ma anche a varie proiezioni in giro per festival, che proseguono ancora oggi (tant’è che io l’ho visto al Paris Fantastic Film Festival di quest’anno) e che hanno addirittura portato a una nuova distribuzione nelle sale americane, britanniche, giapponesi (wut?), francesi e chissà che altro ancora. Il cielo come limite, insomma, per un film riscoperto e apprezzato da critica e pubblico, finalmente godibile in una versione decente. Una favola a lieto fine. Ne valeva la pena? C’è davvero bisogno di chiederlo?

Bitch please.

Protagonista del film è un giovane insegnante spedito dal governo a lavorare in una scuola dispersa nel profondo Outback. Dove per “profondo Outback” si intende un posto nel bel mezzo del deserto che le primissime immagini ci illustrano, con un bel movimento di macchina, mostrando una piccola scuola, un hotel pulcioso e dei binari a separarli. Fine. All’orizzonte non si vede altro, se non polvere in ogni direzione e la misera banchina che fa da stazione dei treni. Siamo al termine dell’anno scolastico e John, l’insegnante, si appresta a tornare a Sydney per trascorrere le ferie con la sua compagna. Prende il treno, scende nella cittadina in cui deve prendere l’aereo e… si fa trascinare in una serata brutalmente alcolica, durante la quale perde al gioco d’azzardo praticamente tutto quello che ha in tasca e finisce per rimanere intrappolato sul posto. Da lì ha inizio un viaggio nel torbido della profonda Australia, durante il quale John si fa trascinare in un tripudio alcolico che sfocia in situazioni sempre più discutibili e colpisce duro a più riprese.

Fatta la necessaria tara a certe convenzioni estetiche e di linguaggio da film con quarant’anni sulle spalle, Wake in Fright è un pugno nello stomaco ancora oggi, per il modo in cui alza continuamente la posta e per singole scene fortissime, tra le quali spicca quella già citata in cui viene mostrata una brutale caccia al canguro, ripresa seguendo dei veri cacciatori scatenati nella notte. C’è anche, va detto, una vena satirica che scorre lungo tutto il film e strappa più di una risata, ma che non riesce mai a levare di dosso una profonda sensazione di disagio. Non c’è da stupirsi se il popolo ritratto dal film si è preso male, ma la verità è che, purtroppo, nulla di quel che viene mostrato, al di là di alcuni atteggiamenti esasperati per amor d’effetto inquietante, m’è parso poi così improbabile. Diretto e interpretato benissimo, incredibilmente evocativo nell’utilizzo che fa dei suoi paesaggi, Wake in Fright mi ha un po’ ricordato The Wicker Man, per il modo in cui racconta il viaggio all’inferno di un uomo assorbito dalle assurdità della profonda provincia. La differenza sta nel fatto che nel film di Ted Kotcheff non ci sono strane cospirazioni e culti pagani, c’è solo la brutale normalità dell’essere umano abbandonato a se stesso. E forse per questo fa molta più paura.

Come detto, il film è disponibile ormai da qualche anno in un’edizione Blu-ray della quale leggo in giro buone cose. Però, mi raccomando, se per qualche motivo dovesse capitarvi una chance di guardarvelo sul grande schermo, non perdetevela. Se lo merita.

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