Bag Boy Lover Boy

Bag Boy Lover Boy (USA, 2014)
di Andres Torres
con Jon Wachter, Theodore Bouloukos, Kathy Biehl

Al Paris International Fantastic Film Festival, i film in concorso vengono introdotti dai rispettivi autori. Talvolta il regista è presente in sala, accoglie la folla e dopo la proiezione si presta anche a una sessione di domande e risposte. Nella maggior parte dei casi, però, specie per i film in arrivo da altri continenti, si limita a mandare un messaggio registrato in video. E così è successo per Bag Boy Lover Boy, con un breve filmato in cui l’esordiente Andres Torres s’è presentato a torso nudo, forte delle sue maniglie dell’amore, e ha affermato, mentre si toccava con fare sensuale, che non sopporta i film pretenziosi e nei suoi lavori quel che conta è la quantità, non la qualità. Cominciamo bene. Ma d’altra parte, nel parlare di Bag Boy Lover Boy, si potrebbe dire che il film lavora di accumulo (quantità) e che tutto sommato, pur affacciandosi a più riprese dall’uscio che offre vista sul reame del pretenzioso (qualità), non compie mai il passo successivo e rimane lì, in bilico, tenendo a bada le pretese artistiche con una sana dose di angoscia e fastidio.

La storia racconta di Albert, un ragazzo la cui intelligenza potremmo definire limitata, impiegato come venditore di hot dog da strada presso il baracchino di una signora orientale. Una sera, Albert riceve come cliente Ivan, un fotografo che coinvolge Albert nel suo lavoro per utilizzarlo come modello in una serie di scatti che potremmo definire pretenziosi. Albert s’appassiona alla cosa e decide di diventare lui stesso fotografo, più che altro per impressionare Lexi, cliente fissa del baracchino di hot dog e ragazza dei suoi sogni. Per una serie di coincidenze, Albert si ritrova ad avere accesso allo studio fotografico di un Ivan in trasferta per lavoro, vi conduce delle donne ignare e si fa poi un po’ prendere la mano sul fronte delle idee “fuori dagli schemi” per le sue fotografie. Seguiranno sangue, equivoci, usi impropri di tritacarne, interventi della polizia e altre sciccherie.

La storia di Albert è fondamentalmente un pretesto tramite cui Torres s’impegna a fare esattamente ciò cui accenna nel filmato con cui ha introdotto il film: odiare la pretenziosità. Il suo protagonista è un ritardato che recupera una macchina fotografica, impara ad usarla e a quel punto inizia a comportarsi esattamente come il fotografo da cui ha preso ispirazione, sparando idiozie artistiche e pretenziose per giustificare il proprio comportamento sul set. E insomma, siamo alla criticaccia di grana grossa, quasi puerile, che però assume una dimensione un po’ diversa per l’assurdo fascino ipnotico esercitato da Jon Wachter, altro esordiente che riesce a infondere nel suo Albert un inquietante mix d’incoscienza, dolcezza, semplicità, cattiveria, inquietudine, senza mai lasciar capire fino in fondo quanto ci sia e quanto ci faccia, quanto non si renda conto e quanto invece stia sfogando una vita di repressione e maltrattamenti. Lui merita, il film che gli sta attorno mi sembra davvero poca cosa.

Al momento il film si sta facendo il giro dei vari festival internazionali e non sembra essere ancora prevista una distribuzione. D’altra parte non sono sicuro che valga la pena di star qui ad aspettarlo in preda all’ansia. Quindi, insomma, whatever.

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