Nightmare – Dal profondo della notte

A Nightmare on Elm Street (USA, 1984)
di Wes Craven
con Heather Langenkamp, Robert Englund, Johnny Depp

All’inizio degli anni Ottanta, Wes Craven chiudeva il suo primo decennio di carriera, in cui aveva diretto tutto sommato pochi film (perlomeno rispetto ai ritmi con cui avrebbe lavorato negli anni successivi) ma che aveva segnato a fuoco con un esordio potente come quello di L’ultima casa a sinistra e chiuso con un cult come Le colline hanno gli occhi. La seconda fase della sua carriera, quella appunto segnata da una produttività modello Woody Allen, è un microcosmo ai limiti dell’inspiegabile, che vede il regista di Swamp Thing, Le colline hanno gli occhi 2 e Dovevi essere morta riuscire a infilare nel bel mezzo di quel cumulo di monnezza un gioiello incredibile come il primo Nightmare. E così, fra una puttanata e l’altra, come se niente fosse, con indifferenza, per il secondo decennio consecutivo (e non per l’ultima volta) Craven ti piazza lì il film che detta le regole dell’horror a venire per un bel po’ di anni, oltre che una roba deliziosa ancora oggi, seppur fra le rughe di una vecchiaia che certo fa una gran fatica a nascondere.

L’idea di partenza Craven la pesca dai propri ricordi d’infanzia e dalle suggestioni derivate da alcuni articoli di giornale che raccontavano di rifugiati Khmer giunti in America in seguito ai bombardamenti statunitensi in Cambogia e perseguitati dagli incubi al punto di morire nel sonno. Gente che muore a letto, in maniera spiegabile fino a un certo punto, e i giornali che non sembrano collegare fra loro i vari casi verificatisi. Ottimo materiale su cui basare una storia dell’orrore, no? Ma bisogna trovare un protagonista, un babau che riesca ad avere un aspetto e una caratterizzazione un po’ diversi da quelli dei vari killer mascherati che vanno per la maggiore. Ecco allora quindi l’idea dell’assassino dalla faccia bruciata, anch’esso proveniente dai ricordi di Craven (un mix fra un signore inquietante incrociato da bambino e un bullo che lo molestava a scuola), con una faccia in qualche modo coperta da una “maschera”, ma ancora in grado di mostrare espressività, un’arma un po’ diversa dal solito pugnale e che se ne va in giro con addosso un maglione ispirato al costume di Plastic Man, ma virato verso l’accoppiamento di colori più fastidioso che esista per l’occhio umano.

Freddy Krueger subito prima dell’incendio che gli costerà la faccia.

Ma insomma, basta con il frullato di nozioni spicciole da Wikipedia, parliamo un po’ del film. Io, con Nightmare, ho sempre avuto un gran rapporto. Fra tutti i mostri “serializzati” che popolavano il mio immaginario da ragazzetto appassionato d’orrore cinematografico, Freddy Krueger è forse quello a cui più mi ero appassionato. In parte, ovvio, è una pura questione anagrafica: ho voluto tanto bene anche a Michael Myers, Leatherface e Jason Voorhees, ma erano tutti arrivati prima. E ho voluto bene anche ad altri, ma arrivarono dopo e non ebbero lo stesso impatto. Freddy, invece, spunta al momento giusto e si mangia tutto il resto con il suo esuberante carisma. Ma il buffone crudele costruito da un film all’altro, in realtà, nel primo Nightmare si intravedeva al massimo fra le righe. Che poi è il motivo per cui ancora oggi, nonostante certi aspetti siano invecchiati davvero tanto (le musiche, madonna santissima), si tratta di un film ancora capace di regalare della sana inquietudine.

Il Fred Kruger che viene introdotto in quei primi, micidiali, minuti non è solo un assassino di bambini e ragazzini (nelle intenzioni iniziali doveva essere pure molestatore, per sicurezza), è una creatura sovrannaturale che prende possesso dell’unico ambito della nostra vita in cui dovremmo sentirci al sicuro e lo violenta nella maniera più brutale possibile. I film successivi ne estremizzeranno le caratteristiche trasformandolo in una specie di buffone omicida, ma qui Englund, pur gigioneggiando, esprime una furia trattenuta, crudele, che si concede solo un paio di battutacce. C’è già lo spirito beffardo di chi si bea della propria onnipotenza, gioca con le vittime e ne ride tutto il tempo, ma è soprattutto la natura marcia, oppressiva e violenta del personaggio ad emergere. Ed è un cattivo fenomenale, seppur (o forse proprio perché) appena tratteggiato, che buca lo schermo dal punto di vista visivo e diventerà poi una fra le icone horror più forti e irripetibili di sempre.

Ma a rendere grande il primo Nightmare non c’è solo la figura di Freddy, c’è soprattutto l’idea fantastica di basare tutto sul mondo dei sogni e di giocarci apertamente. Quando i personaggi chiudono gli occhi scatta l’orrore e Craven si sbizzarrisce da un lato nell’applicare i cliché dell’horror a un contesto onirico, rendendoli improvvisamente molto meno cretini, dall’altro nel mettere in scena un po’ tutti i classici luoghi comuni degli incubi. L’esempio più banale è quello del pavimento (la scala, per la precisione) che assume la consistenza della melassa, facendo sprofondare i piedi e rendendo faticosissima la fuga dal pericolo, ma le idee fioccano in ogni dove, fra telefoni linguacciuti, momenti di sogno nel sogno nel sogno in cui non si ha mai la certezza di cosa stia realmente accadendo e ovviamente gli omicidi, uno meglio dell’altro, con forse in testa quello, meraviglioso, di un Johnny Depp al suo primo ruolo in assoluto, forte della maglietta con ombelico in bella vista e di una faccia da cretino come poche.

Poi Freddy è veramente un tipo raffinato.

A rivederlo una decina d’anni dall’ultima volta, fra l’altro per la prima volta sul grande schermo, Nightmare m’è risultato ancora più forte e riuscito nei suoi aspetti migliori, seppur sempre più invecchiato in tanti altri. Accanirsi su una colonna sonora per forza di cose legata al periodo storico è magari fuori luogo, ma certi suoni trapananti, sparati a mille nel multisala di fiducia, non si possono davvero sentire. E, insomma, anche ai faccioni degli attori, praticamente tutti costantemente sopra le righe e dalle parti del canino, si fa un po’ fatica ad abituarsi. Ma per il resto, lo splendore del film è ancora tutto lì, e se magari l’impatto visivo non è lo stesso di altri classici dell’horror (e del resto Craven, con tuttto l’affetto, non è mai stato Carpenter), certe grandi e piccole trovate, tipo Johnny Depp che spunta da dietro l’albero nel sogno “coordinato”, sono ancora deliziose. E bisogna tenere pure conto del fatto che stiamo parlando di un film uscito trent’anni fa. Trenta, eh! Cristopher Nolan aveva quattordici anni, altro che i sogni nei sogni dei sogni e la trottola.

Nel riguardarlo oggi, poi, emerge anche un aspetto tematico affascinante. Da bravo autore horror indipendente, Craven ci teneva a infilare comunque un certo tipo di temi e di satira nei suoi film. Certo, la cosa non era esattamente sottile, però l’attacco anche un po’ brutale all’america di provincia, tutta pulitina, sana e dai valori puri, si sente forte e chiaro. Ma soprattutto, Nightmare, a voler ben vedere, è un film young adult fatto e finito, solo che filtrato attraverso la visione ruvida e sanguinaria di un horror anni Ottanta. I protagonisti sono tutti adolescenti alle soglie del passaggio all’età adulta e sono costretti a prendere in mano la situazione perché i genitori si rivelano tutti cretini, irresponsabili, alcolizzati o anche solo disinteressati. Anzi, sono proprio madri e padri ad aver creato, nella loro stupidità, la minaccia di Fred Krueger. E la protagonista è una ragazza che trova la forza di reagire e risolvere la situazione, per mezzo del classico confronto catartico marchio di fabbrica di Wes Craven (che per altro avrebbe voluto un lieto fine completo e si vide imposta la svolta onirica conclusiva dalla produzione). Fra l’altro, vedi un po’ il caso, a un certo punto si interessò al progetto la Walt Disney, che però voleva addolcirne i toni e debrutalizzarlo. Mamma mia cosa abbiamo rischiato.

 L’Hunger Games degli anni Ottanta.

E invece è andato tutto bene, con un film che per altro ha incassato l’equivalente del suo budget nel giro di una settimana, per andare poi a raccogliere oltre dieci volte quel che era costato, dando vita a una vera e propria saga. Ma soprattutto Wes Craven ha firmato quello che, forse, rimane il suo capolavoro (o che comunque se la gioca al massimo con altri due o tre dei suoi film) e ha dato vita all’icona horror per eccellenza degli anni Ottanta, capace di sconfinare pure un po’ nel decennio successivo, generare svariati seguiti (e neanche tutti orrendi, via), riportare Craven sul luogo del delitto con quell’altra ottima cosa di Nightmare – Nuovo incubo e beccarsi pure il suo inevitabile remake, che vabbé, lasciamo stare. Tra l’altro, chiudiamo come abbiamo aperto, con un fun fact da Wikipedia: Jackie Earle Haley, amico di Johnny Depp, aveva partecipato senza successo alle audizioni per il film. Venticinque anni dopo, verrà ingaggiato per il ruolo di Freddy nel remake. Che, vabbé, lasciamo stare.

 
E buona notte a tutti.

Non so quante volte io abbia visto questo film, e oltretutto nei ricordi tende un po’ a mescolarsi con gli altri episodi, quindi non mi metto certo a contarle. L’ultima volta, comunque, è stata la scorsa settimana, in lingua originale, al cinema, qua a Parigi, nel bel mezzo di quella cosa deliziosa che è il PIFFF. Gli attori sono quasi tutti dei cani maledetti, però si impegnano di brutto e alla fine rendono. E poi la risata di Robert Englund è una delizia.

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3 pensieri su “Nightmare – Dal profondo della notte”

  1. Il primo Nightmare è unico.
    Questa saga l'ho imparata a memoria da bambino e ancora oggi mi capita di riguardarmene un episodio a caso così per sport.
    Il podio è tutto per Dal Profondo della Notte, I Guerrieri del sogno e Nuovo Incubo.
    Il resto è carta da parati divertente ma vabbè.
    E com'è risaputo si salta dal primo al terzo, che il secondo mica esiste…

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