The Mole Song: Undercover Agent Reiji

Mogura no uta – sennyû sôsakan: Reiji (Giappone, 2013)
di Takashi Miike
con Tôma Ikuta, Ken’ichi Endô, Mitsuru Fukikoshi 

Quando si scrive di Takashi Miike è obbligatorio menzionare il fatto che la sua scheda su IMDB vede quasi cento lavori da regista realizzati in poco più di vent’anni. E OK, non sono tutti film per il cinema, ma insomma, eh, Woody Allen vatti a nascondere. Poi è chiaro che quando ti ritrovi a dirigere anche cinque film in un anno non puoi aspettarti che vengano proprio tutti fuori bellissimi, ma il lato positivo della faccenda, forse, sta nel fatto che a Takashi Miike fotte sega. Fa un po’ quel che gli pare, spara in tutte le direzioni, spinge a mille quando ne ha voglia e fa il trattenuto quando gli gira così, passando fra drammoni sentimentali, epica storica, videogiochi, fumetti, horror surreali e polizieschi frenetici. Non sarà magari capace di fare tutto, ma di certo non si fa problemi a provarci. E ogni tanto gli scappa il filmone. È questo il caso? Probabilmente no, ma The Mole Song è un film divertente, che scorre via placido nonostante qualche lungaggine, strappa risate continue e stupisce con diverse trovate visive legate al fatto che, come dicevo, a Takashi Miike fotte sega.

Basato sul manga di Noboru Takahashi che, posso sbagliarmi, non credo si sia mai visto dalle nostre parti, l’ultimo film (del 2013) di Takashi Miike si infila nel gruppone delle sue opere fumettistiche e/o videoludiche che pigliano lo stile dell’opera originale e lo sbattono sul grande schermo senza fregarsene particolarmente di normalizzare o adattare in qualche modo la cosa al fatto che, non so, ci sono degli attori, è il mondo reale, non vogliamo risultare ridicoli. Insomma, si diceva, a Takashi Miike fotte sega. Soprattutto, fotte sega del termine “grounded” che tanto va di moda negli iuessei. Qua si va in direzione completamente opposta e lo si fa con un approccio che sembra quasi voler urlare con forza “Robert Rodriguez e Frank Miller puppatemelo”. The Mole Song si apre con un tizio semi-nudo, schiantato sul cofano di una macchina sparata in strada a velocità massima, che urla disperato per la propria vita. È subito tutto cartoonesco a mille e ci mette pochi secondi a diventarlo oltre ogni limite sul piano della caratterizzazione visiva, fra attori ridotti a caricature che si muovono su scenari bidimensionali, costruzioni al neon che ruotano attorno al protagonista e caratterizzazioni all’insegna del esagerazione totale.

Il senso dell’operazione, a voler ben vedere, non è poi così lontano da quello di un Sin City, ma la differenza sta nel senso di assurdo divertimento che il film di Miike riesce a trasmettere così bene e che pare onestamente mancare in tutto quel prendersi sul serio fumoso che esce dalla testa di Frank Miller. The Mole Song è sostanzialmente un manga preso e sbattuto sul grande schermo, con un po’ di attori infilati a calci in culo nelle vignette e una valanga di invenzioni visive e narrative che si inseguono a ripetizione. A tratti il film si ferma un po’, preda di quella logorrea così tipica di un certo cinema orientale, ma ogni volta che hai l’impressione di star per sbadigliare parte una sequenza fuori di cozza, dall’estetica assurda o anche solo completamente scema. È uno di quei film davanti ai quali ti devi arrendere, metterti lì a subire passivamente il poliziotto infiltrato verginello cretino completo, lo yakuza nano gobbo coi denti tempestati di diamanti e tutto il restante frullato di assurdità complete. Se ne sei in grado, c’è parecchio da divertirsi.

Era il film d’apertura del Paris International Fantastic Film Festival 2014, che ho seguito la scorsa settimana e di cui oggi comincio a scribacchiare. Se IMDB non mente, al momento The Mole Song è stato distribuito solo in Giappone, ma si è girato svariati festival, facendo tra l’altro il suo esordio a quello di Roma. Arriverà mai una versione italiana? Eh, con Takashi Miike, la risposta sembra essere sempre un po’ affidata a un tiro di dadi. Alcuni arrivano. Alcuni no. Vai a sapere.

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